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Notizie dalla Terra Santa

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Pubblicato da su giugno 24, 2013 in Varie

 

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Operatori di pace… Moni Ovadia.

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Ieri sera, teatro Stimmate a Verona, appena finita una serata travolgente dove Padre Alex Zanotelli e Moni Ovadia si sono scambiati un ping pong di funambolismi verbali che hanno lasciato il pubblico incantato, scosso e  pensieroso.

Gli argomenti, troppi quelli che hanno toccato i due virtuosi perchè li possa citare tutti, si è parlato di rivolta pacifica, di sovvertimento dell’imperialismo (quello finanziario delle banche, si intende), di “primavera”, di dignità, di rispetto per le donne, di “land grabbing”, letteralmente “sgraffignare terra”.

Lo sapevate che L’Italia è al primo posto in Europa per “land grabbing” in Africa? Cosa vuol dire? Che siamo i primi in Europa a rubare terre agli africani. Siamo stati i più bravi, fino ad oggi ne abbiamo rubata più di tutti gli altri… Come? Non chiedetemelo…

Finita la serata salgo sul palco a salutare e ringraziare P. Alex Zanotelli, poi è il turno di Moni Ovadia, capelli lunghi e folta barba bianca, in testa un copricapo simile alla kippa ebraica, sembra un sacerdote, anzi se non fosse per la kippa sembrerebbe Garibaldi.

Non sapevo che Moni Ovadia fosse ebreo, l’ho scoperto nel corso della serata.

Gli stringo la mano: “Sig. Ovadia, la ringraziamo per l’intensa serata che ci avete regalato”

Ovadia: “Grazie a voi per aver partecipato”

Io: “Sa… Io e mia moglie siamo molto vicini alla Terra Santa e seguiamo regolarmente la situazione”

Ovadia rattristato: “…Non mi parlare di quel posto… Quello che sta succedendo lì è sconvolgente, incredibile…”

Confuso continua: “…Davvero non capisco come possa succedere quel che sta succedendo lì… Hanno arrestato un ragazzo israeliano perchè stava protestando pacificamente contro la politica di occupazione… Hanno arrestato un cantante palestinese per lo stesso motivo!… Davvero non capisco…”

Poi continua: “…Si parlava di land grabbing poco fa… Beh quello è il posto dove il land grabbing si sta consumando in modo feroce… Ma lo sapete com’è suddiviso lì il territorio pubblico? Che poi pubblico non è, quel terreno era di qualcuno, è terreno illegalmente occupato… Beh… il 34% è in mano a coloni israeliani… Solo l’1% è concesso a palestinesi… Riuscite a capire?… Inconcepibile…”.

Io: “…sa, siamo stati anche alla tomba di Abramo, a Hebron… Lì la divisione si sente nell’aria…”

Ovadia: “…ma lasciamoli stare i luoghi di culto religioso, in fin dei conti sono solo degli edifici no? Ho letto una cosa una volta di un saggio della filosofia zen… Se per salvare anche solo una vita umana dovessimo distruggere tutti i luoghi di culto di tutte le religioni del pianeta, beh… Per quanto mi riguarda ci si possono aprire dentro dei sushi bar…”

Grazie Moni…

 
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Pubblicato da su aprile 4, 2013 in Varie

 

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Verona/Palestina. Una terra devastata da blocchi e frammentazioni

30/10/2012 di Donatella Miotto

VeronaIn e Veronainblog raccontano la “Missione di Pace in Israele e Palestina” di alcuni veronesi, in viaggio dal 27 ottobre al 3 novembre per iniziativa del “Tavolo per la Pace”

Donatella Miotto (inviata). Finalmente, dopo ore di volo e ritardi, il viaggio inizia davvero, la sera di sabato 27 ottobre, con le parole di Flavio Lotti, coordinatore nazionale del Tavolo per la Pace: «Se vogliamo uscire dalla grande crisi che stiamo vivendo, dobbiamo riaprire gli occhi sul mondo. Quello che sta accadendo ci richiama alle nostre responsabilità di italiani e di europei. Dobbiamo stare in ascolto, capire cosa noi possiamo e dobbiamo fare per mettere un giorno la parola fine a questo conflitto».

Ed oggi finalmente siamo scesi in campo: 212 pellegrini della pace, con un’età che varia dai 16 agli 82 anni, esploreranno questa terra santa e martoriata. Dopo aver srotolato gli striscioni per formare un’enorme bandiera arcobaleno davanti alla basilica della Natività, siamo accolti da Victor Batarseh, Sindaco cristiano di Betlemme, che ci racconta come già l’essere qui aiuti la città: «L’unica attività economica che si è ripresa, permettendoci di ridurre la disoccupazione dal 30 al 18%, è il turismo». Intanto, però, l’occupazione israeliana e la costruzione del muro di separazione hanno eroso la terra su cui si espandeva la città, che da 31.000 km2 si è ridotta a soli 6.000 km. «La prima fonte d’occupazione della popolazione era l’agricoltura», spiega il sindaco, «ma oggi i nostri ulivi stanno al di là del muro, e i contadini ora non possono nemmeno fare il raccolto». Situazione che Betlemme condivide con altri 150 villaggi palestinesi, dove le abitazioni sono state separate dai campi. Questo mentre attualmente solo l’8% dei cittadini di Betlemme ha il permesso di andare a lavorare a Gerusalemme.

Erigere un muro fra zone israeliane e palestinesi non ha solo precluso il diritto alla terra e al lavoro, ma anche il diritto alla salute: «Per le cure specialistiche dobbiamo andare a Gerusalemme» continua Batarseh «ma lo possiamo fare solo con un permesso speciale. E anche in caso di urgenza le nostre ambulanze non possono passare: al confine il malato va spostato dalla nostra ambulanza a quella israeliana». Per ragioni di sicurezza, ovviamente. Ma a volte il passaggio può essere fatale.

Che senso ha quindi questo muro? Iniziato nel 2002, come barriera protettiva in risposta alla campagna di attentati suicidi, avrebbe dovuto seguire la linea verde”di confine con la Cisgiordania. Avrebbe forse potuto essere una chiara, seppur tetra, linea di demarcazione utile a realizzare quella soluzione di due popoli, due stati prospettata dall’ONU. Ma le cose sono andate diversamente. Se la linea verde è lunga 300 km, attualmente sono stati costruiti già 450 km di muro e, quando sarà terminato, ne misurerà ben 700. Questo perché il muro circonda i nuovi insediamenti israeliani e li include, così come fa proprie le principali risorse idriche, riuscendo a strappare ben il 10% di territorio ai palestinesi. Quel che rimane ha poco a che vedere con la conformazione di uno stato.

«Se, per capire Gaza, la parola chiave è “blocco”» racconta Ray Dolphin, responsabile dell’Ufficio dell’ONU di coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati «per La Cisgiordania la parola è: “frammentazione”. Non solo questa terra è priva di ogni collegamento con la striscia di Gaza, ma al suo interno la maggior parte del territorio è tuttora in quell’area C che, secondo gli accordi di Oslo, avrrebbe dovuto essere solo fino al 1999 sotto il controllo israeliano. Se, dopo 13 anni, restano ben poche speranze sull’effettiva realizzazione di quel programma, ancor più difficile è pensare che sia davvero possibile eliminare un giorno gli insediamenti militari e le riserve naturali che impediscono ogni attività agricola e che lasciano in mano israeliana quasi tutta la fascia est del paese. E ancor meno realistica è l’eliminazione di un muro di più di 450 km. O delle 150 colonie che punteggiano – illegalmente, per l’Onu e per il diritto internazionale – tutta la Cisgiordania, insediamenti abitati ormai da 500 mila coloni».

Quel che resta da questa lunga e continua opera di erosione è una nazione sparsa a macchia di leopardo, fatta di villaggi e città accerchiate. Nei prossimi giorni saremo impegnati a capire qualcosa di più su questa complessa realtà. Cercheremo di trovare segnali di speranza. E cercheremo anche di portarli.

 
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Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Varie

 

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