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Loro la chiamano “detenzione amministrativa”, ma il suo vero nome è internamento…

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“Sono venuti a predermi nel cuore della notte, hanno sfondato la porta, saranno stati una cinquantina, cinquanta soldati per prendere una donna. Ho chiesto:

‘che cosa volete da me?’

‘devi venire con noi alla centrale’ mi ha risposto arrogante il comandante

‘di cosa sono accusata?’

non mi ha risposto, ma ha aggiunto ‘devi venire con noi per accertamenti’

‘che tipo di accertamenti?’

‘questioni si sicurezza…’     “.

Per Israele calpestare i diritti umani è sempre solo una questione di sicurezza…

Per un attimo l’audio su Skype si interrompe, la figura della donna sul mega-schermo si muove a scatti, il velo blu sul capo incornicia un volto dagli occhi e dai capelli scuri di cui non si riescono a percepire bene i lineamenti, ma sembra bella, sarà il fascino del velo.

La connessione dalla sede di “Al-Haq“, a Ramallah, torna a farsi buona, e la voce della donna ritorna fluente “…la violenza psicologica inizia subito, dal primo istante, inizia prima di quella fisica. Mentre mi stavano portando via volevano impedirmi di salutare i miei bambini e mio marito. Mi hanno portato in carcere ed è iniziato subito un interrogatorio senza fine. Durante l’interrigatorio, ma anche dopo, durante la detenzione, mi sono stati negati anche i minimi bisogni umani, andare al bagno, bere, lavarsi… La tortura psicologica è stata la cosa più difficile da affrontare, mi dicevano che se non avessi confessato non avrei più rivisto i miei familiari, mio marito, i miei bambini. Volevano che confessassi di essere una terrorista, ma io non mi sono lasciata vincere, ho sempre negato con forza! Io non sono una terrorista, sono solo una persona…”.

Nella bella cappella del Centro Giovanile Antonianum dei Gesuiti di Padova il silenzio è pesante, le parole della donna cadono come fendenti di rasoio, la gente attonita ascolta. Mia moglie evita il mio sguardo, so già che gli occhi le si stanno riempiendo di lacrime, e non vuole che io lo veda, anch’io vorrei piangere, la rabbia dentro mi sta consumando. Le parole della donna, così difficili da mandare giù, sono solo l’ultima delle testimonianze che da stamattina si sono susseguite al Convegno per la Giornata ONU, promosso dalla Campagna “Ponti e non Muri” di Pax Christi. E’ Sabato 1 Dicembre, solo due giorni fà l’ONU ha dichiarato la Palestina nuovo stato non-membro osservatore, una conquista eccezionale per il popolo palestinese, eppure la gioia di questo successo si è lentamente sgretolata nella drammaticità dei racconti dei palestinesi che oggi condividono con noi il loro dramma.

La donna continua:

“…Dopo l’interrogatorio del primo giorno mi hanno internato in un carcere di Israele. Prima dei frequenti interrogatori a cui non hanno mai smesso di sottopormi, mi denudavano e mi costringevano a perquisizioni corporali totali, chi si rifiuta finisce in isolamento per giorni… Anche questo fa parte della tortura psicologica…

…Durante tutta la mia carcerazione non mi sono mai stati garantiti nemmeno i minimi diritti umani, anche il trattamento medico era occasione di discriminazione. Avevo un problema all’occhio, avevo chiesto di essere visitata, ma mi è stato negato. Ho ottenuto una visita solo dopo due settimane, solo perchè le altre detenute hanno minacciato lo sciopero della fame se non venissi stata visitata…

…I trasferimenti in tribunale diventano un’altra occasione di umiliazione, hanno una squadra speciale per farlo, ti impediscono di camminare, ti caricano di peso sul blindato in pieno giorno, perchè tutti vedano, perchè tu ti senta ancora una volta umiliata davanti alle altre carcerate, davanti alle altre palestinesi. Durante il viaggio ti impediscono di parlare, ti insultano, ti deridono…

…Sono rimasta in carcere per un anno, senza accuse, senza prove, senza processo, io, una persona innocente. Adesso l’incubo è finito, sono tornata a riabbracciare i miei bambini e mio marito, ma vivo con il terrore, ora faccio fatica a dormire, mi sveglio nel cuore della notte, mi sveglio ad ogni rumore, con la paura che vengano a prendermi e mi portino via di nuovo…”.

Pochi sanno che trasferire un detenuto da un territorio occupato ad un altro paese, in questo caso Israele, è proibito dalle convenzioni internazionali.

Tutti sanno che tenere in carcere una persona, presunta innocente fino a prova contraria, senza prove, senza accuse, senza processo e a tempo indeterminato, è illegittimo. Loro la chiamano “detenzione amministrativa”, ma il suo vero nome è internamento.

Pochi sanno che la gran parte dei “detenuti amministrativi”, o per meglio dire degli internati palestinesi che illegittimamente affollano le carceri di Israele, sono bambini, e che gli arresti di bambini stanno aumentando a dismisura, perchè mettono in ginocchio intere famiglie, padri e madri che da quel momento si ritrovano ad annullarsi in una infinita e disperata lotta giudiziaria per poter riportare i propri figli a casa.

La donna continua “…da allora ho avuto la certezza che Israele non è il paese democratico che dice di essere”.

 

Seguiranno altre testimonianze tratte dal “Convegno Giornata ONU” di Padova dello scorso 1 Dicembre.

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Pubblicato da su dicembre 6, 2012 in Varie

 

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