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Campagna NO FIRING ZONE 918

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Questo appello è tratto dalla newsletter della campagna “Bocche scucite” di Pax Christi, per dare voce e visibilità alle popolazioni Palestinesi delle colline a sud di Hebron, costrette a vedere le loro case distrutte, costrette ad abbandonare le terre in cui vivono da sempre, ridotte alla deportazione forzata in violazione delle più elementari norme del diritto internazionale, e tutto questo nell’assordante silenzio, nell’abbandono da parte di quel mondo che ama definirsi “civile”, ma che nell’omertà di politiche forzatamente filo-israeliane, non può certo chiamarsi tale.

Invito tutti a leggere questo appello e a diffonderlo, perchè il mondo apra gli occhi sulle ingiustizie commesse nei confronti dei nostri fratelli palestinesi dalla politica xenofoba di un governo israeliano che poco ha a che spartire con la volontà e la sensibilità di molti dei nostri fratelli israeliani.

Diamo spazio ad una importantissima CAMPAGNA che vogliamo sostenere e raccomandare con forza. Non è solo il nostro costante appoggio alla lotta nonviolenta della popolazione di AT TWANI e dei volontari di OPERAZIONE COLOMBA, che ci spinge a dare il massimo rilievo alla Campagna NO FIRING ZONE 918, ma la convinzione che anche solo i nostri tremila lettori di BoccheScucite potrebbero riuscire a fermare questa “pulizia etnica” in atto.

THIS MUST BE THE PLACE

Campagna per l’abolizione della “Firing Zone 918” nelle South Hebron Hills

L‟APPELLO

Questa storia parla di libertà, emancipazione e giustizia. Tutto ha avuto inizio tredici anni fa quando le autorità israeliane decisero di evacua-re, per “esigenze militari”, una vasta area nelle colline a sud di Hebron (Cisgiordania), denomi-nata “Firing Zone 918”. Dopo la demolizione dei dodici villaggi palestinesi presenti nell‟area e la deportazione dei loro abitanti, circa un mi-gliaio, le comunità palestinesi della zona dovet-tero decidere come reagire: se attraverso la vio-lenza o la nonviolenza.

Con l‟aiuto di alcuni attivisti e avvocati israelia-ni, i palestinesi furono così coraggiosi da sce-gliere la via della nonviolenza. Questo fu l‟inizio di un‟incredibile esperienza di resisten-za popolare che diede vita al South Hebron Po-pular Committee. Molte sono state le difficoltà e gli ostacoli lungo il cammino, ma allo stesso tempo molte sono state le vittorie.

Oggi, proprio come tredici anni fa, su quegli stessi villaggi e sui loro abitanti pende nuova-mente la minaccia di un‟evacuazione. Questa volta però i palestinesi delle colline a sud di Hebron non devono più scegliere tra violenza e nonviolenza, perché oramai sanno che la non-violenza è l‟unica via.

Perché questo è il luogo dove i palestinesi han-no compreso che la loro lotta non è solo per la loro libertà ma anche per la libertà degli israe-liani, non è solo per i loro figli ma anche per i figli degli israeliani, non è solo per il loro futuro ma anche per il futuro degli israeliani.

Perché si rifiutano di credere alle parole di colo-ro che vogliono convincerli che gli israeliani sono un nemico.

Perché sanno che quelle sono le parole di chi ha interesse che il conflitto continui e, dopo più di sessanta anni di occupazione, è tempo di affer-marlo a voce alta.

Questo è il luogo: le colline a sud di Hebron, un luogo nel profondo sud della Cisgiordania, così lontano da tutto eppure così vicino alla verità.

Questo è il momento: adesso.

Queste sono le persone: ognuno di noi, uomini e donne, palestinesi e israeliani, europei e ameri-cani, chiunque non abbia più paura di dire la verità e di scegliere la nonviolenza.

Se vuoi essere parte di questa storia di libertà, emancipazione e giustizia, non aspettare!

Leggi e condividi questo appello e la petizione con amici, colleghi, famigliari e conoscenti.

Per maggiori informazioni:

Web:

www.nofiringzone918.org

www.operazionecolomba.it/ nofiringzone918

Email:

nofiringzone918@gmail.com

THIS MUST BE THE PLACE

Campagna per l’abolizione della “Firing Zone 918” nelle South Hebron Hills

LA PETIZIONE

Cisgiordania (Territori Palestinesi Occupati) – Nelle colline a sud di Hebron esiste un’area de-nominata Masafer Yatta. Quest’area comprende 12 villaggi in cui vivono circa 1000 palestinesi: Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mir-kez, Jinba, Kharoubeh e Sarura. Secondo gli accordi di Oslo, questa zona è considerata ‘area C’, ovvero è sotto il controllo civile e militare israeliano. All’inizio degli anni ’70 Israele ha dichiarato questo territorio come ‘zona militare chiusa’, denominandola ‘Firing zone 918’.

Nel 1999 l’esercito israeliano, insieme ad alcuni ufficiali dell’amministrazione civile, ha espulso i residenti dei dodici villaggi, i quali hanno fatto ricorso presso l’Alta Corte di Giustizia israelia-na. La Corte, con un provvedimento tempora-neo, ha accolto il ricorso permettendo ai palesti-nesi di tornare nelle loro case e vietando all’e-sercito di espellerli nuovamente fino a che la corte stessa non si fosse espressa definitivamen-te in merito.

Nonostante ciò, da allora la vita delle comunità palestinesi nell’area è peggiorata notevolmente, sia a causa della distruzione di proprietà private avvenuta durante l’evacuazione, sia per la conti-nua espansione degli insediamenti e le violenze dei coloni che vi abitano. In questi anni poi, l’esercito e l’amministrazione civile israeliana hanno continuato a consegnare ai residenti ordi-ni di demolizione e di arresto dei lavori, impe-dendo di fatto di costruire nuove abitazioni o di ristrutturare quelle già esistenti.

Nell’aprile del 2012 la Corte di Giustizia israe-liana ha riaperto il caso e, il 19 luglio 2012, lo stato israeliano, seguendo le indicazioni date dal Ministero della Difesa, ha presentato alla Corte una notifica dettagliata in cui afferma che i pale-stinesi che avevano presentato ricorso non pote-vano rivendicare alcun diritto di vivere in quell’area poiché non erano ‘residenti perma-nenti’. Il 7 agosto 2012 la Corte ha deciso che la dichiarazione fatta dallo stato modificava so-stanzialmente la situazione normativa e ha di conseguenza invalidato e respinto il ricorso pre-sentato dai palestinesi. Perciò, il 16 dicembre gli avvocati che difendono i palestinesi presente-ranno un nuovo ricorso presso l’Alta Corte di Giustizia israeliana. Se la Corte dovesse respin-gere il ricorso, otto dei dodici villaggi potrebbe-ro essere evacuati.

Se questo si verificasse, le autorità israeliane potrebbero prendere decisioni contrarie a quanto stabilito dal diritto internazionale. Israele ha dichiarato che dopo la seconda guerra del Liba-no nel 2006, i livelli di sicurezza si sono decisa-mente alzati e, conseguentemente, è prioritario provvedere ad addestramenti regolari delle trup-pe: questo si traduce nella necessità di una quantità maggiore di aree di addestramento mi-litare o “firing zone”, tra cui quella di Masafer Yatta.

Tuttavia, tale esigenza da parte dell’esercito israeliano non è direttamente collegata all’occu-pazione, dal momento che si riferisce ad eserci-tazioni di routine dell’IDF (Israeli Defense For-ces); pertanto, in base a quanto stabilito dal di-ritto internazionale, in questo caso non si può parlare di “necessità militari”. Ciò significa che le misure che potrebbero essere adottate risulte-rebbero illegittime in quanto non ammesse dal regolamento dell’Aia e costituirebbero una gra-ve violazione della IV convenzione di Ginevra, per la quale l’addestramento militare di routine non può essere considerato una “necessità mili-tare”.

Inoltre, anche se si consentisse la creazione di una “firing zone” destinata all’addestramento militare, il diritto internazionale umanitario (IHL) in nessun caso potrebbe giustificare gli espropri e le restrizioni alla libera circolazione nei dodici villaggi. Ai sensi dell’art. 46 della dichiarazione dell’Aia, la proprietà privata deve essere rispettata e non può essere confiscata; nonché la distruzione della proprietà privata per la creazione di una zona militare, adibita all’ad-destramento delle truppe, non trova giustifica-zione in quanto non costituisce una “necessità militare”.

Date le circostanze, la prevista distruzione dei villaggi con lo scopo di utilizzare la “Firing Zone 918” costituirebbe una palese violazione dell’art. 53 della IV Convenzione di Ginevra e una grave violazione ai sensi dell’art. 147.

Infine, in materia di divieto di trasferimento forzato, il diritto internazionale umanitario non fa alcuna distinzione tra residenti permanenti e non permanenti, come fa invece la legislazione israeliana. Cacciare forzatamente qualsiasi abitante o comunità appartenente ai dodici vil-laggi (che sia per permettere l’addestramento militare o che sia per la mancanza di permessi di costruzione) è una violazione dell’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra e costituisce un’altra grave violazione dell’art. 147. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordina-mento degli affari umanitari (OCHA), dal 1967 Israele ha destinato circa il 18% della Cisgior-dania alla creazione di “zone militari chiuse” adibite ad attività di addestramento militare (senza contare le “zone militari chiuse” che circondano gli insediamenti israeliani, tutte le terre collocate tra il muro e la Green Line, ecc), rendendo queste aree effettivamente inaccessi-bili ai palestinesi.

L’esistenza della “Firing Zone 918” costituisce una violazione dei diritti umani fondamentali. La sua abolizione sarebbe un primo passo per permettere agli abitanti palestinesi dell’area l’accesso a:

il diritto ad una vita dignitosa;

la libertà di movimento;

il diritto alla proprietà privata;

il diritto all’istruzione;

il diritto al lavoro;

il diritto alle cure mediche;

la libertà di culto.

Date queste circostanze, chiediamo con forza:

il rifiuto alla richiesta del Ministero della Difesa israeliano di evacuare l’area;

l’abolizione della “Firing Zone 918”;

il rispetto dei diritti e della dignità delle co-munità palestinesi delle colline a sud di He-bron.

Promotori

– Popular Struggle Coordination Committee

– South Hebron Hills Popular Committee

– Operazione Colomba – Corpo Nonviolento di Pace dell’Associazione “Comunità Papa Gio-vanni XXIII”

– ISM – International Solidarity Movement

– CPT – Christian Peacemaker Teams

– Ta’ayush

– AIC – Alternative Information Center

– Comet-ME

 
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Pubblicato da su gennaio 8, 2013 in Varie

 

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