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L’ultima frontiera dell’evangelizzazione 08/08/12

Un uomo innamorato dell’Etiopia, innamorato degli Oromo, capace di entrare nelle pieghe della realtà etiope e inventarsi mille modi diversi per tirare fuori gli ultimi dalla loro situazione, partendo da un profondissimo rispetto per loro e per la loro cultura, non importa se la regione dell’Oromia (che a sud-est di Addis Aba si estende fino ai confini con Kenya e Somalia) è pressochè dominio islamico, non importa se parlano un’altra lingua dall’amarico (qui parlano Oromo, lingua totalmente diversa), non importa se nessuno di loro si convertirà al cristianesimo, l’importante è essere riusciti ad aiutare almeno uno di loro a sollevarsi.
Stazza importante, sguardo bonario ma severo allo stesso tempo, lunga barba grigia che lo fa assomigliare ad un Babbo Natale di frontiera, nonostante i suoi trentacinque anni di missione in Etiopia nel suo amarico si riesce ancora a distinguere l’accento marchigiano, Padre Angelo ci dice “dopo pranzo si parte”, e dopo pranzo partiamo, incastriamo gli zaini nel Toyota Land Cruiser stipato all’inverosimile di attrezzi da lavoro, stampanti, provviste. Destinazione Robe, città situata nel bel mezzo della regione dell’Oromia, sui monti Bale, a sud-est di Addis Abeba, il programma prevede una sosta alla missione di Kofele dove dormiremo, ci sono quattrocento chilometri da affrontare, e qui in Etiopia non esistono autostrade. Per la strada ci fermiamo a fare altri acquisti e il poco spazio a disposizione si riempie di piantine di passiflora, cipressi, rosmarino, gerbere, un’altra sosta nella zona del lago Moka e in mezzo alle gambe dobbiamo fare stare ceste di pomodori e profumatissime cipolle rosse. Padre Angelo è un frate cappuccino, ma è anche un contadino, ma è anche il neo-nominato prefetto dell’Oromia, durante il viaggio ci elenca le numerose missioni sparse per la regione (Dodola, Herero, Robe, Goba) e gli innumerevoli progetti da mantenere o da avviare, o in fase di avviamento o semplicemente frutto della sua inesauribile intraprendenza, scuole, centri per la promozione della donna, un ambizioso progetto agricolo per l’introduzione della moringa nella regione di Dolomanna, quasi al confine con la Somalia, un ortaggio facile da coltivare e ad alto valore nutritivo, o il progetto di avviare insieme a Slow food una cooperativa di locali per la raccolta lavorazione e vendita del caffè selvatico di alta qualità nelle foreste di Harenna, tutte iniziative che una volta avviate e consolidate passano in mano totalmente alla gente del posto.
Uno di questi esempi è il mobilificio di bambù della missione di Kofele, quando entriamo veniamo accolti da sguardi sorpresi, imbarazzati, ma anche ansiosi di mostrarci i loro lavori, stringiamo la mano ad un ragazzo e a due donne attorniate di bambini, reggendo il gomito con la sinistra, come si usa qui in Etiopia in segno di rispetto, splendidi lavori di sedie, tavolini e letti in bambù aspettano solo di essere finiti. Sono già venduti, la cooperativa ha già un reparto di marketing che gestisce ordini e consegne, i mobili si fanno su ordinazione, la richiesta è alta perchè i mobili in bambù costano molto meno di quelli in legno, infatti il guadagno al pezzo è piuttosto basso, 200 birr ( circa 10 euro) per un tavolinetto, ma la dignità di guadagnarsi il pane con il proprio lavoro, quella non ha prezzo.
E’ l’imbrunire quando Padre Angelo ci porta a fare un giro nella missione, di qui la scuola, più in là l’asilo e il centro per la promozione della donna, lì vicino l’idea di aprire un centro per ragazze madri. Entriamo in un portone, un prato verdissimo ci da l’impressione di camminare per i prati d’Irlanda, a destra un vivaio, piantine di ogni tipo di fiore o di albero giacciono ordinate con cura in file sotto basse tettoie di legno per ripararle dal sole, “che cosa ne fate di tutte queste piante, le vendete?” chiedo a P. Angelo “no, le regaliamo. Un po’ le diamo alla gente qui del villaggio, soprattutto i più poveri e in difficoltà , ma la maggior parte la regaliamo agli orfani dei progetti di adozione a distanza, per stimolarli ad apprendere il valore del prendersi cura di un essere vivente, con la famiglia lo piantano nel giardino di casa, e insieme alla pianta cresce anche la loro percezione di cosa significhi un “focolare familiare”. Ne avremo regalate a migliaia di queste piantine, una volta dovevamo andare noi per i villaggi a portargliele, adesso sono i bambini a venire, armati di zaini e sporte si sobbarcano chilometri e chilometri a piedi dai loro villaggi dispersi per i monti, per venire a prendersi le loro piantine”.
Continuiamo per un boschetto di eucalipti che con il suo profumo ci rigenera e ci rilassa, arriviamo ad un campo sportivo, un vero campo da calcio con ovale per la corsa, pista per il salto in lungo, gradinate ricavate nel terrapieno intorno e porte ben provviste di rete, qui grazie al lavoro di questa missione di cappuccini l’Etiopia partorisce i grandi talenti dell’atletica e della corsa che incantano il mondo con le loro prestazioni, come Galate Burr, una giovane gazzella che alle scorse olimpiadi di Berlino non si classificò per la finale solo a causa di una scorrettezza di una concorrente.
“Fino ad un anno fa questo campo sportivo era aperto a tutta la comunità” ci spiega P. Angelo “lo mettevamo a disposizione anche per riunioni di paese, per congressi politici, poi l’anno scorso abbiamo organizzato un torneo di calcio, avevamo anche noi una nostra squadra cristiana, qui sono tutti musulmani, fra di loro quel giorno c’erano anche infiltrati, ne sono sicuro, persone mandate qui per aizzare la folla. Insomma per farla breve vincemmo noi il torneo e scoppiò il finimondo, figurati, 40000 musulmani inferociti e 4 poliziotti, iniziarono a lanciare di tutto, a rompere tutto, a tirare sassate all’asilo, alla scuola, alla missione, io non c’ero quel giorno, ma le suore e i padri dovettero rifugiarsi nella missione e sperare nello spirito santo. Fu solo per volontà del signore che quel giorno non si trasformò in una tragedia, io ho dovuto chiudere il campo sportivo per un anno intero, solo di recente l’ho riaperto dopo aver ottenuto dal governo etiope l’impegno a realizzare un campo sportivo pubblico, dove ingerenze politiche e intolleranze religiose non trovino tra le mura della missione cristiana un terreno fertile dove incendiarsi. Qui è una polveriera, basta una scintilla e scoppia tutto, qui il 95% della popolazione è musulmano, con sparuti gruppi di cristiani ortodossi che sono peggio dei musulmani, in più sta aumentando l’influenza degli arabi che vogliono instaurare un islam più estremo e intransigente, fino a dieci anni fa di donne con il volto coperto qui non se ne vedevano, ora sono sempre di più.

Noi siamo chiamati ad essere messaggeri del Signore in un posto dove è difficile essere cristiani, dobbiamo essere pronti a tutto, anche al peggio…

…Qui siamo all’ultima frontiera dell’evangelizzazione…”.

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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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