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…Di Mandela… Di Arafat…

…”Robben Island, 27 anni di prigione, hanno acceso in te solo la voglia di perdono, non odio dentro te, niente vendetta, solo la fiducia nella riconciliazione…”…

E’ il ritornello di una canzone che sto scrivendo su Nelson Mandela, devo finirla ma non ho il tempo, non ho la voglia, non riesco a focalizzarmi bene su “chi” è stato Nelson Mandela, dentro e fuori la questione dell’apartheid, dentro e fuori la questione palestinese. Si perchè Mandela è sempre stato chiaramente dichiaratamente filo-palestinese, e oggi che sono venuto al lavoro con la mia kefiah al collo e mi sono reso bersaglio di tutti quegli appellativi densi di ignoranza e di lavaggio del cervello mediatico dei miei colleghi, “fellahin”, “talebano”, “terrorista”, “Arafat” (questo calza un pò di più), la cosa mi preme un pò di più.

Arafat, cercavo di spiegare ad un collega (quello di “fellahin” appunto) che essere filo-palestinese non è una cosa cattiva, anzi è una cosa buona, una cosa umana. Cercavo di spiegargli che anche il premio Nobel per la pace Nelson Mandela era filo-palestinese, e nella discussione, cercando affannosamente su internet qualche dichiarazione di Mandela in merito alla causa palestinese da sventolargli in faccia, mi sono imbattuto in questa foto:

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“Il diavolo e l’acqua santa?” a qualcuno verrebbe da chiedersi… Io mi sono chiesto, come mai uno è diventato un esempio di pacifismo e di umanità per tutto il mondo (a parte Israele), come Gandhi, come Martin Luther King, e l’altro è ancora una contestatissima figura della lotta palestinese? Celebrato, condannato, assassinato, riesumato, riseppellito senza verità, non viene lasciato in pace neanche da morto.

Perchè? Eppure a ben vedere hanno dedicato la loro vita agli stessi ideali di libertà, di diritto all’esistenza, hanno lottato per cause differenti, uno per l’apartheid e l’altro per la causa palestinese, ma che sono germinate dagli stessi semi, dagli stessi soprusi, dagli stessi crimini, dagli stessi diritti calpestati.

Perchè a pensarci bene la situazione dei neri in Sud Africa durante l’apartheid non era diversa da quella dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana, schiacciati, decimati, privati di ogni diritto umano, ridotti a sub-umani da bianchi arroganti che un bel giorno sono arrivati, si sono presi la loro terra e hanno detto “…bene, questa terra è nostra.”

E allora perchè? Se Mandela avesse perso, se il Sud Africa fosse ancora oggi uno stato di bianchi governato dall’apartheid, che fine avrebbe fatto Madiba? Sarebbe marcito nel carcere di Robben Islan per tutta la sua vita? Sarebbe additato dai bianchi sudafricani e ricordato da tutto il mondo come un terrorista, un criminale che altro non avrebbe meritato che marcire in una cella? Avremmo davvero perso tra le pieghe della storia e degli avvenimenti uno dei protagonisti del nostro tempo, un esempio per l’umanità che durerà fino alla fine dell’umanità?

Si, ho paura che sarebbe successo. E allora che cosa ha fatto la differenza? Mandela è quel che viene ricordato di lui perchè perchè ha vinto? E se Arafat avesse vinto, lo ricorderemmo oggi come ricordiamo Mandela? Come un esempio, un paladino del bene e dei diritti umani, un eroe del riscatto palestinese? Magari si, forse con qualche ombra in più…

Ecco, perchè forse a fare davvero la differenza tra Mandela e Arafat sono proprio queste ombre, Arafat ha imbracciato le armi, è stato un soldato, un terrorista forse, ha cercato di ottenere il bene facendo il male.

Anche Chè Guevara a ben vedere ha liberato il popolo cubano imbracciando le armi, ed è diventato un simbolo, anche lui contestato, anche lui con le sue ombre, come Arafat (perchè vale la pena chiedersi, è davvero libero il popolo cubano?).

Anche Garibaldi se vogliamo, e la lista sarebbe lunga.

Mandela no, Mandela ha sconfitto il male con il bene, ha ottenuto la pace con la pace, Mandela quelle ombre non le ha.

E allora forse è proprio qui la differenza, non tanto il fatto di avere vinto o perso, ma come si è combattuto. Anzi forse sono state proprio le armi utilizzate da uno e dall’altro a determinare la vittoria di uno e la sconfitta dell’altro.

Forse è proprio vero che il male vince e il bene perde, forse serve solo avere la pazienza e la costanza di aspettare che il bene faccia il suo corso, anche per il popolo palestinese.

…”Robben Island, 27 anni di prigione, hanno acceso in te solo la voglia di perdono, non odio dentro te, niente vendetta, solo la fiducia nella riconciliazione…”…

Lo conoscete Sixto Rodriguez? Negli anni ’60 era un promettente cantautore folk americano di origini sudamericane, uno che secondo me dovrebbe stare con tutti gli altri miti negli annali con i grandi della musica, le sue canzoni dovrebbero essere ricordate da tutto il mondo come grandi classici. Parlano di riscatto sociale, di amore, trasudano una umanità che si conficca dritta nel cuore.

Lui è stato smarrito tra le pieghe degli avvenimenti, come sarebbe portuto succedere a Mandela, i suoi dischi invenduti sono rimasti sugli scaffali dei negozi americani ad accumulare polvere e anni, e lui ha passato una vita da operaio, da manovale, tra stenti e difficoltà economiche, a crescere una famiglia numerosa e povera. Uno normale, come tanti, come me, come te.

Ma in Sud Africa no, in Sud Africa a sua insaputa è diventato un mito, le sue canzoni hanno soffiato nelle coscienze dei sudafricani quel vento di riscatto, quella voglia di cambiare che ha permesso che il miracolo di Mandela si avverasse.

Perchè, se Mandela era la fiamma, Rodriguez forse è stato il vento che ha soffiato su quella fiamma ed ha acceso l’incendio. Ma tra una raffica di vento e l’altra ci deve essere qualcosa che lo propaghi, l’aria, l’ossigeno che sta tra un soffio e l’altro, che trasmette il movimento e alimenta il fuoco. Quelle sono state le persone, quelli che hanno trovato i dischi di Rodriguez in qualche polveroso scaffale di Cape Town, che hanno iniziato a passarseli e a parlarne “…lo senti cosa dice in questa strofa?… E’ vero… I nostri diritti… I loro diritti… Si può fare… Si, si può cambiare…”… Quelli che si sono organizzati in circoli, che ci hanno creduto finchè non è successo.

E penso, forse alla Palestina manca il vento. E allora quella canzone dovrei davvero cercare di finirla.

E penso, forse alla Palestina manca l’aria, manca l’ossigeno, uno come me, uno come te, che si metta tra le raffiche e con la propria voce propaghi il vento.

Restiamo umani

 

 
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Pubblicato da su aprile 4, 2014 in Varie

 

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