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Se ti accorgi di loro 17/08/12

…Assistere al quotidiano esodo di persone che affollano le strade e a piedi percorrono chilometri per portare il bestiame al pascolo, per andare al mercato a vendere i frutti di una fatica fatta tutta di schiena, a mano, metro per metro chini su interminabili ettari di terra.

Accorgersi che dopo tre settimane non noti quasi più di come sono vestiti, dei bambini che girano in T-shirt e pantaloni che sono diventati corti da quanto sono consumati, e tu stai girando con il pile ed hai ancora freddo. Accorgersi che già da molto tempo non noti più quante delle persone che hai incontrato avevano le scarpe e quante no.

Accorgersi che quasi non fai più caso al fatto che sono sempre le donne ad essere impegnate nei lavori più pesanti, portare a spalla fascine di legname per chilometri, andare a prendere le taniche d’acqua al pozzo, zappare i campi, fare il raccolto, mietere il grano, setacciare l’orzo, pestare i semi, badare ai figli, badare alla casa, badare a tutto.

Ascoltare storie che non vorresti mai sentire, di ragazze disabili sole, abbandonate a sé stesse in mezzo a una strada, a vivere di espedienti, senza un posto dove andare, senza niente se non gli stracci che portano addosso, senza neanche il latte da dare al loro bambino frutto di una violenza. Sentire la pena nella voce del missionario che ti racconta tutto questo, sentire palpitare la sua volontà di fare qualcosa per queste ragazze, e scoprire che “qualcosa” lo ha già fatto, una casa d’accoglienza, una donna del villaggio pagata per occuparsi di loro, una volontà inestinguibile di spendersi per tirarle fuori dal loro abbandono.

Vedere tutta l’innocenza di questo mondo negli occhi di più di 200 tra disabili, malati mentali, anziani, bambini abbandonati, accuditi con sacrificio e costanza dalle Missionarie della Carità della beata Madre Teresa di Calcutta della città di Goba, e vedere nelle loro piaghe le piaghe di Cristo in croce. Prendere in braccio uno di quei bambini, bellissimo, sanissimo, e scoprire che è lì dentro perchè figlio di una disabile mentale vittima di un abuso, anche lei ospite del centro. Un altro bambino, bello come il sole, è lì perchè è stato abbandonato.

Nella missione di Kofale, scervellarsi con i missionari la sera per montare un box per bambini Made in China con istruzioni rigorosamente in cinese, perchè la ragazza madre del bambino di 7 mesi più sveglio di tutta l’Etiopia così avrà le mani libere per poter lavorare come domestica nella missione di Robe, e non dovrà più vagare per i campi facendo la bracciante, o vendere caffè per le strade, come ha fatto per tutto il tempo della gravidanza, finchè un frate cappuccino non le ha teso la mano e le ha dato attenzioni e un tetto sotto cui dormire. Ora non dovrà più fuggire dalla famiglia per non finire ammazzata, perchè qui a differenza della Palestina l’incesto si paga con la morte. Perchè è sempre la povertà a creare le condizioni per la violenza, perchè nelle condizioni in cui vive la sua famiglia, due letti, uno per lei e uno per suo fratello, non c’erano, e siccome l’ignoranza è figlia della povertà e la violenza è figlia di tutte e due, probabilmente il fratello non ha neanche immaginato le conseguenze mentre abusava di lei nel sonno.

Sentirsi raccontare da un’altra delle ragazze accolte dalla missione di come, di ritorno da un giro di compere in “città”, si sia imbattuta in una donna che stava partorendo per strada, e insieme alla sorella l’abbiano aiutata a partorire, lì, per strada, perchè per “gli ultimi della Terra” (come dice Padre Angelo) non ci sono ospedali.

Piantare cipressi nella missione di Robe e scoprire che i bambini che ti si assiepano intorno incuriositi sono i primi a chiamarti faranji, ma sono anche i primi ad abbassare la guardia e ad entrare in contatto con te, e ti chiedono come ti chiami, e ti rubano la zappa dalle mani perchè a questo gioco vogliono partecipare anche loro (perchè per tutti i bambini di questo mondo è sempre tutto un gioco). Scoprire che le bambine più grandi sono molto più brave di te a maneggiare la zappa, te che sarà la seconda volta che tocchi un attrezzo da giardinaggio, loro invece ci si spezzano la schiena mattina e sera, e per lavorare spesso devono rinunciare alla scuola, sempre loro, sempre le donne. Immaginarti tra qualche anno a passeggiare di nuovo per questo vialetto, a compiacerti di quanto siano cresciuti i cipressi che hai piantato, e di quanto siano cresciuti i bambini con cui hai giocato, e chiederti se alcuni di loro si ricordano ancora di te.
Vederli qualche giorno dopo mentre giocano e scoprire che il tuo nome, che hanno sentito una volta sola, se lo ricordano ancora, e ti chiamano nel loro stentato inglese come fossi loro amico da anni “Monica! Gian! Come here!…”. Perderti un pomeriggio intero a giocare con loro, tornare bambino, farli divertire, ballare, saltare e ridere insieme fino allo sfinimento, correre a prendere cerotti e disinfettante per medicare le piccole ferite che due delle bambine (scalze) si sono fatte correndoti dietro. Abbracciarli uno per uno, alla fine dei giochi, e notare che alcune bambine hanno barato, hanno già fatto tre o quattro giri per abbracciarti ancora. Lasciarli con il dispiacere di sapere che domani partirai per tornate ad Addis Abeba, e li rivedrai, forse, fra qualche anno, cresciuti e forti come i cipressi, mentre tu, invecchiato, farai i conti con quello che hai piantato o non hai piantato sul viale della tua vita.

Sfogliare la tua agenda di viaggio e ritrovare una frase di Padre Bernardo, che ti eri appuntato durante la consegna del denaro delle adozioni a distanza, e che non ricordavi più: “… io quando ho fatto il giro delle adozioni a distanza e mi sono assicurato che questi bambini riusciranno ad andare a scuola… Basta, io sono a posto, ho fatto quel che devo fare della mia vita. E’ un bellissimo gioco da fare con loro… Loro si accorgono se ti accorgi di loro…”.

Padre Bernardo e P. Angelo riescono ad accorgersi di 3000 bambini ad Addis Abeba, e di 2000 nella regione dell’Oromia, e di ragazze madri, e di pochi cristiani sperduti in villaggi quasi irraggiungibili, e di molti musulmani comunque bisognosi, e non ne hanno mai abbastanza.
Oggi Dolo-Mana, domani più a sud, dai somali d’Etiopia, dopodomani magari, la Somalia…

Ed io quasi non riesco ad accorgermi se l’ultima persona che ho incrociato portava le scarpe o meno…

 
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Pubblicato da su agosto 18, 2012 in Etiopia 2012

 

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Belle cose da fare e brutte cose da vedere 07/08/12

 

Una Lada, in realtà una Fiat 124, erano 28 anni che non salivo su questo modello di macchina, blu con il tettuccio bianco, quella di mio padre era verde. Ritrovo ogni particolare di questa macchina nei risvolti più profondi e cari della mia memoria, il contachilometri lineare anziché circolare, i selettori orizzontali dell’areazione, le spartane manopole dei finestrini, le luci di cortesia in cima ai montanti delle portiere, il tettuccio rivestito di plastica beige punteggiato di forellini, quante volte l’ho fissato la sera, tornando a casa con la macchina piena dei miei fratelli, mentre papà spingeva sull’acceleratore e mamma cercava di imbonirci con la solita innocente bugia “ora andiamo al cinema Bianchini, sotto i lenzuolini”.
Quando scendiamo dal taxi e dai miei ricordi d’infanzia ci ritroviamo in una delle tante squallide vie  periferiche di Addis Abeba, Elisa, una volontaria di Alba Adriatica, ci fa strada in un vicolo traboccante miseria e degrado, con uomini seminudi sdraiati a dormire lungo la strada e donne che senza tanti complimenti si alzano la gonna e fanno i loro bisogni lì in mezzo, davanti a tutti. Una volta entrati nel centro delle Missionarie della Carità della Beata Madre Teresa di Calcutta uno scenario familiare si riaffaccia con tutta la sua umana drammaticità, ci viene incontro Tzegay, un bambino che pur nel suo handicap si muove autonomamente sulle sue gambe storte come rami d’ulivo, e sbavando copiosamente ci accoglie festoso con una contagiosa e spontanea vivacità. Con Elisa facciamo un po’ il giro del centro, la stanza dei giochi, la sala della fisioterapia, dove diversi giovani fisioterapisti spagnoli (volontari) sono alle prese con gli esercizi di riabilitazione indispensabili per questi bambini. Poi la stanza dei bambini più piccoli, affollata di lettini, poi quella dei neonati, e la stanza delle ragazze vittime di violenza, che stanno qui per un po’, in previsione di attuare la scelta già decisa di abbandonare i propri bambini per darli in adozione. Spesso queste ragazze sono colf di qualche casa di ricchi, violentate dai loro padroni e poi allontanate una volta rimaste incinte, Brad Pitt e Angelina Jolie qualche anno fa vennero qui ad adottare alcuni dei loro bambini.
Mentre giriamo per le stanze del centro intorno a noi si fanno avanti bambini con ogni tipo di disabilità fisica o psichica, un bambino è perennemente “legato” per impedire che si faccia del male, un bambino a dispetto della marcata deformità della sua testa mi trasmette subito la sua intelligenza, semplicemente incrociando il mio sguardo. Monica ed io, seppur inevitabilmente scossi dal primo impatto, ci rendiamo subito conto che l’esperienza di Betlemme ci ha già preparato, siamo in grado di affrontare la situazione che ci sta intorno, quello che ancora non eravamo pronti a vedere sono le precarie condizioni igieniche che si riesce a garantire qui in Etiopia. Mentre aiuto Daria (una volontaria di Palermo) a piegare pezzi di stoffa lei mi dice “sai cosa sono questi pezzi di stoffa che stiamo piegando? Sono i pannolini per i bambini, sono sempre gli stessi, non c’è altro, li lavano e li rilavano all’infinito, a mano, spesso senza neanche il detersivo, e quel che viene fuori viene fuori…”, ed aggiunge “qui ci sono bellissime cose da fare e bruttissime cose da vedere”.
Ora della pappa, mi ritrovo come a Betlemme con una ciotola esageratamente grande di riso e un bambino da imboccare che senza dare problemi pian piano finisce il suo pasto. Gli tolgo il pesante bavaglio di gomma e mi chiedo con cosa pulirgli la bocca, Elisa mi indica “lo vedi quel secchio? Lì dentro ci sono alcuni stracci, sono quelli che usano per fare tutto, pulire i tavolini dove mangiano, pulire i bambini dopo mangiato, raccogliere gli avanzi da terra, poi li buttano tutti in quel catino d’acqua (torbida come uno stagno), una strizzata e via, lo riadoperano con un altro bambino, poi continua “eh, qui le condizioni igieniche sono quello che sono, ho provato a insegnargli a passare ogni tanto lo straccio per terra” riferendosi agli operatori del centro “ma niente, loro non sono abituati così, e sai, poi a insistere si fanno l’idea che tu sei qui per insegnargli come fare il loro lavoro. L’altro giorno un bambino mentre mangiava se l’è fatta un po’ addosso ed è finita un po’ di pupù per terra, e mica nessuno che la raccogliesse, ho dovuto insistere perchè qualcuno desse una pulita, allora un operatore con uno straccio ha levato la pupù, ma sai, senza passare almeno con un po’ di detersivo, l’odore resta”. Mentre ritorno al catino per buttare lo straccio devo schivare il vomito di un bambino che solo Monica ha l’impulso di togliere con un colpo di straccio prima che qualcuno ci scivoli sopra. Prendo in braccio il bambino a cui ho dato da mangiare e, dopo avergli dato un po’ da bere, lo porto in un’altra stanza per cambiarlo e metterlo a nanna, prima di uscire dalla “sala da pranzo” noto una fila di bambini contro il muro seduti sul proprio vasino, Elisa mi guarda con un amaro sorriso “lo vedi? Gli fanno fare i bisogni nella stessa stanza dove si mangia, qui sono abituati così”. Annodo alla meno peggio il canovaccio di stoffa intorno alla vita del bambino e poi cerco nell’armadio qualche vestito che gli possa stare, ma non capisco dove sia la roba dei maschi e dove quella delle femmine, Daria taglia corto “non preoccuparti, mettigli addosso quello che capita, tanto uomo o donna, qui nessuno ci fa caso”. Intanto bambino dopo bambino l’aria nella stanza si fa pesante, il tanfo si accumula e riesce difficile respirare, Elisa mi spiega che per lavare i bambini li sdraiano tutti per terra in bagno, li insaponano uno per uno e poi li risciacquano versandogli sopra dell’acqua con un catino, e conclude riassumendo tutto in una massima crudele ma spietatamente vera “almeno hanno qualcuno che si occupi di loro, se non ci fosse il centro non avrebbero nemmeno questo”.

 
2 commenti

Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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