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Attivista danese picchiato da solsati israeliani

Ecco un altro interessante articolo de “Il Manifesto”:

redazione
16.04.2012
Guardate il video:
Durante una bicilettata pro Palestina dell’International solidarity Movement, un ufficiale ha picchiato con un fucile un attivista. Dopo la pubblicazione del video intervengono Peres e Netanyahu, ufficiale sospeso. (GUARDA)

 

Provvidenziale fu il video: l’International Soldiarity Movement ha postato su Youtube le riprese fatte durante una bicilettata a favore della Palestina che si è svolta sabato nella Valle del Giordano, sulla “Route 90”. L’Ism aveva organizzato l’iniziativa in favore della popolazione palestinese: un’azione non violenta che però presto si è tramutata in dramma. In 250, soprattutto giovani palestinesi della West bank, pedalavano silenziosamente, quando sono stati fermati da un gruppo di soldati israeliani per un controllo che si è velocemente trasformato in uno scontro. O meglio, nel VIDEO si vedono i soldati visibilmente alterati e aggressivi. I ragazzi a mani nude. Uno di loro cambia posizione, un ufficiale – poi identificato in Shalom Esiner – semplciemente si gira, se lo trova tra i piedi, e pnensa bene di rifilargli una botta in piena faccia con il fucile d’ordinanza, la mitraglietta M-13.
In Israele l’episodio ha creato grande imbarazzo e polemiche. Ne ha parlato diffusamente il quotidiano Haaretz. L’Ism è una presenza storica e consistenete in Isralee e nei territori palestinesi. Subiscono intimidazioni continue, contano purtroppo anche morti come Rahcel Corrie schiacciata da un carroarmato israeliano mentre cercav di difendere un’abitazione palestinese, ma godono comuqneu di un certo ascolto guadagnato sul campo. Di fronte alle immagini, infatti, è intervenuto anche il presidente israeliano Shimon Peres che oggi si è detto “choccato”. Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu era intervenuto domenica dicendo: “Questi comportamenti sono inaccettabili e non hanno spazio né nell’esercito israeliano né nello stato di Israele.
Anche il portavoce dell’esercito era intervenuto a Radio Army per dire che il comportamento era inqualificabile ma che gli attivisti avevano “messo in atto proteste violente”.
Su questa accusa interviene si Haaretz oggi l’attivista danese, che si chiama Andreas Ias: “E’ una bugia completa, le immagini mostrano chiaramente che eravamo pacifici. Se avessi voluto essere viplento mi sarei difeso” – ha detto Ias ricordando che dopo l’aggresisone a su carico hanno riportato ferite anche altre quattro attiviste. Ora ias sta pensando di sporgere denuncia contro l’ufficiale.
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Pubblicato da su aprile 16, 2012 in Varie

 

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Rientrate due respinte da Israele: “I problemi alla parola Palestina” (tratto dal quotidiano “Il Manifesto”)

Ecco cosa sarebbe potuto succedere a me e Monica se quel Venerdì 23 Dicembre 2011 all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv avessimo detto che stavamo andando a Betlemme, invece di raccontare la solita fastidiosa bugia (fastidiosa per noi che abbiamo dovuto dirla) del pellegrinaggio in Terra Santa.
Questo è un articolo pubblicato oggi su “Il Manifesto” che vi consigliamo vivamente di leggere.

Cinzia Gubbini
16.04.2012
Stefania Russo è rientrata stamattina su volo Alitalia da Tel Aviv: era stata respinta alla frontiera dallo Stato di Israele per “motivi di sicurezza”. “Si sono infuriati quando ho detto la verità: e cioè che stavo andando a Betlemme, Palestina”. Alle 17,30 sit-in a via Bissolati, davanti alla sede di Alitalia. Polemiche in Israele per l’aggressione a un attivista danese (GUARDA)
Stamattina a Fiumicino è arrivata Stefania Russo, una dei sei italiani appartenenti alla campagna “Benvenuti in Palestina” che ieri erano riusciti ad atterrare all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Obiettivo: raggiungere Betlemme, per partecipare a un progetto di costruzione di un plesso scolastico. Ieri, in occasione del primo anniversario della morte di Vittorio Arrigoni, erano circa 1.500 le persone che avrebbero voluto raggiungere il Ben Gurion per poi recarsi in Palestina e partecipare a progetti di solidarietà con la popolazione. E’ la cosiddetta “Flytilla”: vista l’impossibilità di raggiungere Gaza via nave – il tentativo del 2010 aveva addirittura causato morti, mentre nel 2011 le “caravelle” non erano neanche riuscite a partire, tranne una – si era deciso di farlo via terra. Ma con una particolarità: stavolta gli attivisti non avrebbero detto le solite bugie. Di fronte ai poliziotti israeliani di frontiera non avrebbero inscenato la solita farsa: “sto andando in Terra Santa” o cose del genere. Avrebbero detto la verità: “Mi sto recando a Betlemme, Palestina”.
Ero questo l'”atto sovversivo” pensato dagli animatori di “Benvenuti in Palestina”. Campagna che Israele considera pericolosa, tanto da chiedere (e ottenere) dai diversi Stati – tra cui l’Italia – il blocco della partenza di moltissime persone inserite in una “black list” di indesiderati. Ieri, a Fiumicino, in nove erano rimasti a terra. E soltanto quattro – per ragioni poco chiare – erano riusciti a partire. Tre persone, due fratelli – Valerio e Joshua Evangelista – e un altro italiano – Marco Varesio – erano partiti su voli differenti rispetto a quello delle 9,20 decollato da Fiumicino. Una volta arrivati a Ben Gurion, Stefania Russo e un’altra attivista sono state fermate. Mentre altri due sono riusciti a passare la forntiera (anche in questo caso, le ragioni non sono chiare). Anche Varesio e i fratelli Evangelista sono stati fermati. “Valerio e Joshua – racconta Stefania Russo una volta atterrata a Fiumicino – li ho ricontrati nel Centro di detenzione in cui sono stata trasportata. Da quello che mi hanno detto sono stati imbarcati sullo stesso aereo con cui erano arrivati, che fa scalo a Kiev. Per quanto riguarda Marco Varesio, invece, è lui l’italiano in carcere. Sapevo che lo avrebbero rimpatriato, ma non è ancora arrivato e non abbiamo informazioni certe per ora”.
Per Stefania e Marie Moise – l’altra iatliana fermata, e rimpatriata ieri sera – sono state ore durissime. “Volevo andare in Palestina, ho la fedina penale pulita, non ho mai fatto nulla di male. Ma è evidente che alla frontiera il problema è stato proprio questo. Dire, come avevamo concordato: sto andando in Palestina. Mi sono accorta che nel momento in cui ho pronunciato la parola Palestina – racconta Stefania – è tutto cambiato. Mi hanno preso, portato in una stanzetta insieme a Marie, abbiamo subito una perquisizione corporale e la perquisizione dei bagagli”. Alle due italiane non è stata consegnata la lettera che ieri hanno ricevuto alcuni attivisti, con cui lo stato di Israele invita a preoccuparsi piuttosto di quel che accade in Siria e in Iran. “Ci hanno solo dato un foglio – racconta ancora Stefania – in cui si citavano diverse fonti dello Stato di Israele circa il diritto al respingimento di chi mina la sicurezza dello Stato”.
In quella stanza, dove ad un certo punto Stefania è stata separata da Marie, sono comiciati “gli atteggiamenti aggressivi e le pressioni psicologiche”, dice Stefania. “Io ho continuato a fare resistenza passiva, mi hanno caricato a forza in una camionetta e mi hanno portato fino all’ingresso del volo Alitalia (quello con cui è stata rimpatriata Marie, ndr). Non mi potevano infilare nell’aereo a forza, avevamo già avuto contatti telefonici con il console. Ho continuato a dire che io non volevo affatto essere accolta Israele, ma che volevo solo passare per raggiungere la Palestina, che dovevo partecipare a un progetto e che non volevo tornare in Italia. E lì c’è stato anche l’atteggiamento davvero menefreghista del comandante dell’aereo italiano, che continuava a dire ‘Isomma decida, ci sono 160 passeggeri che aspettano al sua decisione'”.
A quel punto, visto il rifiuto all’imbarco, Stefania è stata portata in un Centro di detenzione, dove ha incontrato anche i fratelli Evangelista. “E’ un posto che credo sia all’interno dell’area aeroportuale. Lì ho passato la notte  e ho incontrato il nostro console, Nicola Orlando, che voglio ringraziare perché è stato davvero presente e ha fatto tutto quello che c’era da fare. Mi ha spiegato che potevo scegliere: o affrontare un processo, che per i misteri della fede dello Stato israeliano avrebbe potuto trasformarsi in un processo penale, oppure accettare il rimpatrio. Ho valutato che era meglio accettare il rimpatrio, e così eccomi qua”. Cosa ha imparato da questa esperienza, Stefania? “Che il punto è proprio quello: lo stato di Israele non riconsoce e non vuole sentire parlare di Palestina. Allora, forse, se tutti quelli che si recano in Palestina cominciassero a dire la verità, e cioè che stanno andando in Palestina, e non in Israele, sarebbe un modo per rompere questo assurdo assedio psicologico, culturale, economico”.
Di Marco Varesio per ora non si hanno ancora notizie, mentre i fratelli Evangelista stanno rientrando in Italia. Oggi alle 17,30 è stato convocato un presidio a via Bissolati, davanti alla sede di Alitalia per protestare contro l’atteggiamento della compagnia che ha accettato di non imbarcare persone libere, che avevano i passaporti in ordine e un biglietto regolarmente pagato.
 
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Pubblicato da su aprile 16, 2012 in Varie

 

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