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Come se non esistessero 14/08/12

 

Abbiamo da poco passato Goba, 10 Km a sud di Robe, e il Toyota Land Cruiser punta ancora a sud inerpicandosi su per una strada sterrata tra conifere, prati verdi e ruscelli degni del Trentino. Il sole è già alto in cielo nonostante siano appena le 6:30 del mattino, qui il sole sorge presto e tramonta presto, intorno a noi si susseguono imponenti paesaggi di monti e dirupi, le conifere lasciano il posto ad un fitto tappeto di erike punteggiate di laghetti e sorgenti cristalline. Questo è il regno del lupo etiope, il più raro canide al mondo e a rischio di estinzione, che vive solo sui 4000 e rotti metri di queste montagne, ma tra le linee slanciate ed eleganti delle lobelie giganti a quest’ora si aggirano solo le fredde nebbie di questo passo, che per venti chilometri offre un unico piatto e silenzioso paesaggio lunare, per poi buttarsi a precipizio nella foresta nebulare della Harenna.
Iniziata la discesa sull’altro versante, la strada si fa insidiosa, un denso e appiccicoso pantano ci fa scivolare sui ripidi tornanti, da questa parte ha piovuto da poco, e qui quando piove la strada si può trasformare in una trappola pericolosa. Man mano che scendiamo la nebbia si fa più fitta e si insinua tra i rami contorti e coperti di muschio delle erike giganti, pochi tornanti ancora e non vediamo quasi più niente, Padre Angelo ci fa dispiaciuto “non si vede niente, è un peccato, qui il panorama è bellissimo quando non c’è nebbia”, ci teneva che lo vedessimo, ma il biancore piovigginoso delle nuvole ci offre solo sagome ed ombre, di alberi di Koso, di Garamba, e poi i recinti di bambù intrecciato usati dalla gente per rinchiudere il bestiame, e vacche sulla strada che non si spostano, e pastori. Un villaggio compare dal nulla, il fumo dei fuochi traspira dai tetti delle capanne, qui le capanne non hanno comignoli perchè il fumo di cui si impregnano è un ottimo repellente per gli insetti, la gente come in ogni villaggio dell’Etiopia affolla la strada, poi passato il centro, passate le ultime sagome di pastori, affondiamo in una foresta fitta e impenetrabile, squarciata solo dalla terra rossa della strada davanti a noi. Cerco di scorgere spazi aperti tra le fronde, ma niente, a destra e a sinistra solo un muro verde di alberi, piante a foglia larga, liane e rampicanti, dentro quel cuore smeraldo la vita di migliaia di specie di animali esplode libera e indisturbata.
La discesa è quasi finita, ci siamo abbassati di molto, ora siamo a 1200 metri di altitudine, la foresta inizia a diradarsi e lascia spazio ad alberi di moringa e piante di caffè selvatico, ai lati si scorgono sentieri che dalla strada si inoltrano nella vegetazione, segno della presenza dell’uomo, qui infatti la gente dei villaggi intorno viene a raccogliere il caffè selvatico per poi venderlo al mercato di Dolo-Mana, la città appena fuori la foresta, dove siamo diretti noi. Il caffè che si raccoglie qui dentro è di eccellente qualità, pochi sanno infatti che quello che noi normalmente chiamiamo “caffè arabica” in realtà è etiope, il caffè infatti è originario dell’Etiopia e prende il nome dalla zona di Kafa.
Uno dei mille progetti che frullano per la mente a Padre Angelo è appunto quello di organizzare la gente del posto in cooperative e istruirli a raccogliere solo le bacche mature di caffè “loro raccolgono sia la bacche rosse che quelle verdi perchè è più facile” ci spiega P. Angelo, “poi una volta che il frutto è essiccato è tutto nero, e non si riesce più a distinguere le bacche mature da quelle acerbe, con il risultato che il prodotto finale risulta di scarsa qualità”. Il progetto prevede anche la costruzione di un mulino per la macinazione del caffè una volta tostato “ci siamo offerti di collaborare con Slow food che ha già un progetto di questo tipo ma non è andato in porto perchè mancava la supervisione sul posto. Ma noi siamo già qui, la missione di Dolo-Mana è cosa già iniziata, se riuscissimo a far partire questo progetto tutta la gente del posto ricaverebbe degli introiti da questa attività e le loro condizioni di vita migliorerebbero notevolmente, con i proventi della vendita del caffè questo progetto secondo me riuscirebbe addirittura ad autofinanziarsi, quando poi la gente vede che fai qualcosa di concreto per loro, per sollevarli dalla loro condizione, ti sei già guadagnato la loro fiducia, allora si può continuare con la costruzione di scuole, asili, e non ultima una chiesa”. “Ma quanti di loro si convertono al cristianesimo?” chiedo a Padre Angelo “pochi” risponde, “gli ultimi, quelli nelle condizioni più disperate, sono sempre loro che si fanno cristiani”. Gli ammalati, i derelitti, i perseguitati, i poveri, gli oppressi, non erano forse loro a muoversi a migliaia per le aride terre di Palestina per seguire un uomo che guariva i paralitici, resuscitava i morti e diceva di essere il Figlio di Dio? Non furono forse loro, nascosti nei cunicoli delle necropoli di Roma, perseguitati e decimati, seguaci di un giudeo che si faceva chiamare Kefaa, Pietro, a diffondere il cristianesimo in ogni angolo della Terra, anche in una remota regione dell’Etiopia affacciata al Somali e alle prese con le frange più radicali dell’Islam?

Dolo-Mana, come al solito case di fango, gente per strada e l’immancabile inutile rotonda in mezzo al paese, facciamo una breve colazione a base di pane, uova strapazzate, chai (thè) e buna (caffè), intorno a noi sguardi ci scrutano e ci studiano, non sono ostili, ma è evidente che qui di faranji (bianchi) se ne vedono girare pochi. Nella via centrale un gran trambusto di donne si assiepa intorno a uomini che svuotano sacchi pieni di vestiti “stanno vendendo vestiti, sono quelli che vengono portati di contrabbando dal Kenya” ci dice Padre Angelo. Su alcuni di quei sacchi campeggia un simbolo azzurro con una corona d’alloro intorno, è il simbolo dell’UNICEF, mi tornano alla mente parole ascoltate dieci anni fa a Nairobi, in Kenya, dai comboniani “il racket dei vestiti usati è tutto in mano ai figli del presidente kenyota, UNICEF, CARITAS, qualsiasi organizzazione che raccoglie vestiti usati per l’Africa inconsapevolmente alimenta questo racket. Passa tutto per le mani del figlio del presidente che sopra questa faccenda ci fa un mare di soldi, poi quei vestiti finiscono in vendita nei mercati di tutti i villaggi del Kenya”. Sono passati dieci anni, ma forse i sacchi di vestiti di Dolo-Mana sono frutto della medesima vergogna.

Il paesaggio cambia rapidamente in Etiopia, e fuori da Dolo-Mana ci ritroviamo nelle stesse steppe di semi-savana che avevamo ammirato nella Valle dell’Omo, riarse dal sole e punteggiate di Acacie, donne al fiume stanno lavando i panni, bambini con la bacchetta in mano portano le capre al pascolo, e arriviamo al villaggio di Gomgomaa, dove la missione di P. Angelo ha da quasi un anno intrapreso un progetto agricolo molto interessante. Arriviamo in uno spiazzo appena fuori del villaggio, alcuni operai sono intenti nella costruzione di una piattaforma di una ventina di metri di larghezza per 10 di profondità “abbiamo già otto container abitativi pronti ad Addis Abeba, appena riusciremo ad organizzarci col viaggio li porteremo qui e daremo vita al centro operativo per l’introduzione e la diffusione della moringa. Dobbiamo fare in fretta però, fra poco finirà la stagione della piogge nella valle di Robe e Goba, abbiamo pochi giorni prima che inizi a piovere in questa valle. Dobbiamo assolutamente spostarli in quei giorni, prima che le strade diventino impraticabili”. Ripenso ai tornanti ripidi e scivolosi della discesa dal passo, mi sembravano già proibitivi per un fuoristrada, non vorrei essere nei camionisti che dovranno scendere di là con otto container, pensare che anche gli autobus fanno la spola tra Dolo-Mana e Goba passando di lì, quando non riescono più a salire fanno scendere tutti e li fanno spingere… Questa è l’Africa…

“Vi ricordate quegli alberi che vi ho mostrato a Dolo-Mana?” ci dice Padre Angelo,”quelli dai cui rami penzolavano una miriade di baccelli simili alle carrube… Quella è la moringa, in questa valle cresce spontanea, i suoi baccelli hanno un altissimo valore nutritivo e proteico, si possono mangiare crudi, cotti, oppure ridotti in polvere da mescolare alla farina per il pane, come una specie di integratore alimentare. Si possono mangiare anche le foglie lessate, ed è ottimo anche come alimento per gli animali, nelle mucche raddoppia la produzione di latte. Nelle indie il consumo di moringa è molto diffuso, qui non sanno neanche che si può mangiare. Se riusciamo ad insegnare loro a coltivare e alimentarsi con la moringa abbiamo dato loro una risorsa alimentare eccezionale, abbiamo già distribuito migliaia di piante, ma il mio obbiettivo, utopistico se vuoi, è arrivare a un milione di piantine. Il centro servirà proprio ad insegnare loro a piantarle, a prendersene cura, a cucinarle, poi quando introdurremo la variante “oleifera” della pianta insegneremo loro a ricavarne i semi, il mulino che costruiremo servirà anche per la macinazione dei semi e la produzione di olio. Con la vendita dell’olio riusciremo a finanziare il progetto e anche a costruire scuole, centri per la promozione della donna e quant’altro”.

“Quando abbiamo iniziato, quasi un anno fa” ci dice Padre Angelo “con tutte le concessioni governative e i permessi, l’Imam del villaggio si era scagliato contro di noi, dagli altoparlanti della Moschea diceva che eravamo ebrei venuti per portar loro via la terra, poi che eravamo cristiani ortodossi venuti dal nord per schiacciarli, voleva aizzare il villaggio contro di noi”. In queste zone gli ortodossi non sono ben visti perchè qui ortodosso è sinonimo di trigrino, l’etnia che in passato dal nord conquistò gran parte dell’Etiopia concentrandola in un unico impero, imponendo usi, costumi, lingua e religione, omologando gli Oromo di questa zona e le mille altre etnie etiopi in un modello che non apparteneva a nessuno se non ai tigrini. “Ma la gente era con noi, aveva visto che non  eravamo come gli ortodossi, che non si integrano e impongono la lingua amarica per il culto, avevano capito che noi lavoravamo per la comunità, con la comunità, per il bene della gente. Il giorno che finimmo di consegnare le migliaia di piantine avevamo deciso di dare una festa con il villaggio, avevamo ucciso tre capre per festeggiare, l’Imam venne a inveire contro di noi, incitava la gente ad aggredirci, pretendeva dall’ufficiale della polizia del villaggio che ci arrestasse, ma noi eravamo a posto con i permessi, e la gente era con noi. Finì che l’Imam si fece qualche ora in gattabuia, chiedemmo all’ufficiale di liberarlo, perchè l’episodio non si ritorcesse contro la missione, scoprimmo poi che quell’Imam era uno venuto da fuori, mandato appositamente per contrastare la missione e aizzare la popolazione del villaggio contro di noi”.

Mentre Padre Angelo ci racconta queste cose Monica sta cercando disperatamente di fotografare alcune donne in attesa davanti al centro vaccinazioni (governativo) senza essere vista. Avvolte nei loro veli, sedute per terra, tengono in braccio i loro bambini nella calura della tarda mattinata, in attesa del loro turno per farli vaccinare come previsto dalla legge. Alla vista dei faranji si fanno subito schive e sospettose, alcune nascondono il viso dietro il velo, mi avvicino per salutarle e stringere loro la mano, ma si ritraggono evitando il mio sguardo e facendosi piccole in un angolo, come se non esistessero. In fin dei conti qui le donne sono abituate ad essere trattate così dai loro uomini… Come se non esistessero.

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Pubblicato da su agosto 18, 2012 in Etiopia 2012

 

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