RSS

Archivi tag: gerusalemme

La discriminazione delle donne non veste solo il burqa

Invito alla riflessione su quanto successo il 10 Maggio al muro del pianto (vedi articolo di Nena news sotto).

Il pericolo più grande

Di tutti i pericoli
che Israele si trova di fronte,
quello che spaventa di più
il governo israeliano
è la pace

Gush Shalom, “Haaretz” 10 maggio 2013

Muro del Pianto, ultraortodossi contro le donne
di Emma Mancini

Mille giovani aggrediscono le donne in preghiera che rivendicavano l’uguaglianza religiosa. La società israeliana fondata su discriminazioni di genere e etnia.

Gerusalemme, 10 maggio 2013, Nena News – Questa mattina sono scoppiati scontri al Muro del Pianto a Gerusalemme: un migliaio di giovani ebrei ultraortodossi hanno cercato di impedire alle donne dell’associazione israeliana “Women of the Wall” di pregare nel sito religioso, lanciando loro pietre e bottiglie d’acqua. Cinque di loro sono stati arrestati dalla polizia, riporta Mickey Rosenfeld, portavoce della polizia.

Hanno partecipato alla protesta decine di centinaia di ragazzi e ragazze provenienti da tutto il Paese, dopo la decisione del tribunale di Gerusalemme di permettere alle donne dell’associazione di pregare al Muro del Pianto vestendo il tallit (lo scialle della preghiera), generalmente riservato agli uomini.

Tutto era cominciato circa un mese fa quando “Women of the Wall” aveva lanciato un’azione per garantire il diritto delle donne ebraiche di pregare liberamente e leggere collettivamente la Torah. Lo scorso 11 aprile, le donne dell’associazione erano entrate nella sezione del Muro del Pianto destinata agli uomini e avevano pregato a voce alta. Un modo per rivendicare l’uguaglianza in campo religioso, spesso chimera tra gli ebrei ultraortodossi.

Quel giorno la polizia aveva optato per gli arresti: cinque donne dell’organizzazione (la direttrice Lesley Sachs, Bonnie Ras, Sylvie Rozenbaum, Sharon Kramer e Valerie Stessin) erano state subito portate di fronte alla corte per disturbo dell’ordine pubblico. Ma il giudice le aveva fatte subito rilasciare, affermando nella sentenza che non era stato commesso alcun reato. “Il giudice ha stabilito quanto noi affermiamo da anni – aveva commentato all’epoca la direttrice Lesley Sachs – La preghiera delle donne, con il tallit e con la Torah, non è di disturbo. Speriamo che la polizia ora ci penserà due volte prima di arrestare delle donne nel mezzo di una preghiera di fronte al Muro del Pianto”.

L’azione dell’11 aprile era seguita ad una lettera della polizia israeliana che riprendeva una sentenza della Corte Suprema del 2003 che impediva alle donne di vestire gli scialli e di pregare a voce alta, in particolare il Kaddish, antica preghiera ebraica recitabile solo da dieci maschi ebrei. (…)

«Le tensioni religioso-secolari hanno accompagnato Israele fin dalla sua creazione – ci spiega Connie Hackbarth, attivista e direttrice dell’Alternative Information Center – Le attuali manifestazioni rientrano nel contesto della discriminazione contro le donne e, allo stesso tempo, del crescente ruolo femminile nella comunità non ortodossa israeliana. Le donne ebree non ortodosse, come Women of the Wall, sentono di poter chiedere maggiore spazio anche in ambito religioso».

«Ma le donne che protestano al Muro del Pianto – continua Connie Hackbarth – accettano l’occupazione israeliana di Gerusalemme, ponendosi con fermezza all’interno del contesto coloniale perché combattono per i diritti delle sole donne ebree senza mettere in discussione gli equilibri di potere interni. Per questo l’attività di “Women of the Wall” mi rattrista: accettano il discorso coloniale e lavorano per estendere i privilegi alle donne ebree, senza rivolgersi verso altre forme di discriminazione etnica. Come donna, non accetto che delle donne cerchino solo di rafforzare la loro posizione, togliendo ulteriori diritti ad altre donne: il sito rivendicato – la piazza intorno al Muro del Pianto – è stata costruita distruggendo un intero quartiere palestinese e rimuovendo la storia e la tradizione islamica e araba dall’area».

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su maggio 16, 2013 in Varie

 

Tag:

Bibi taglia, tornano gli indignados israeliani

Articolo tratto da Nena News:

Bibi taglia, tornano gli indignados israeliani

Oltre 10mila persone in piazza contro l’austerity promessa da Tel Aviv. Ma come nel 2011, perché non si mettono in discussione i sussidi ai coloni?

lunedì 13 maggio 2013 09:00

di Emma Mancini

Gerusalemme, 13 maggio 2013, Nena News – Gli israeliani scendono in piazza contro le misure economiche minacciate dal governo di Tel Aviv, un piano di austerity fondato su considerevoli tagli alla spesa pubblica.

Il ministro delle Finanze, Yair Lapid, e il premier Netanyahu hanno proposto un piano di riduzione del budget che va a colpire la classe medio-bassa, provocando la reazione di parte della popolazione. Sabato migliaia di israeliani sono scesi nelle piazze delle principali città del Paese, insieme ai partiti di opposizione al governo e a membri della Knesset: 10mila a Tel Aviv, 300 in marcia verso la sede delle Ministero dell’Energia e delle Risorse Naturali nella capitale per protestare contro il piano di importazione di gas; 400 a Gerusalemme e 200 ad Haifa.

Sono scoppiati alcuni scontri e un manifestante è stato temporaneamente detenuto. “Invece di un budget omicida che aumenta l’IVA e le tasse e impoverisce lavoratori, professionisti, anziani e casalinghe, la gente chiede allo Stato di smetterla di fare regali ai tycoon, reclama le risorse naturali e di smettere di inviare denaro in colonie isolate – si legge in un comunicato degli organizzatori delle manifestazioni di sabato – I soldi andrebbero investiti in giovani e anziani, nel nostro welfare e nelle abitazioni in Israele”.

“Il piano finanziario di Lapid colpirà gravemente la classe lavoratrice e i settori più deboli della società – ha commentato il parlamentare del partito Laburista, Itzik Shumli – Combatteremo nelle strade e nelle aule del parlamento. Gli israeliani non si aspettano un ministro socialista, ma nemmeno un populista. Lapid promette di portarci in paradiso in due anni, ma la fiducia pubblica è la condizione necessaria alla crescita economica e oggi la gente si chiede se possono credere nel ministro delle Finanze”.

Sabato il ministo Lapid aveva risposto via Facebook ai dimostranti, promettendo di rivedere il piano di tagli e di allocazione del budget: “Questi tagli, necessari, sono solo il primo passo. Saranno seguiti da riforme che ci permetteranno di ridurre il costo della vita e migliorare la condizione dei lavoratori”.

Un movimento, quello iniziato sabato, che ricorda quello degli indignados israeliani, scesi in strada nell’estate del 2011 per reclamare giustizia sociale ed economica, a partire dalla richiesta della costruzione di case popolari e della riduzione del costo degli affitti. Il movimento dell’epoca finì per spegnersi, non volendo trasformarsi in un movimento politico: nessuno due anni fa mise in discussione la colonizzazione in Cisgiordania, che risucchia a favore dei coloni ingenti quantità di denaro. E se una casa a Tel Aviv è inarrivabile per una giovane coppia, un appartamento in una colonia ha costo quasi pari a zero, per invogliare la classe media a spostarsi nei Territori Occupati. Difficile, insomma, che il governo di Tel Aviv sposti consistenti percentuali di budget a favore della classe media, quando la priorità è la colonizzazione. Un elemento che gli indignados relegarono in un angolo, difendendo le politiche governative.

Nena News

 
Lascia un commento

Pubblicato da su maggio 14, 2013 in Varie

 

Tag: ,

Cosa ha detto ad Obama lo studente che a Gerusalemme lo ha contestato? E che fine ha fatto?…

Domanda sbagliata a Obama, studente palestinese arrestato dalla polizia israeliana

Obama imbarazzato da giovane palestinese: Conosci Rachel Corrie?
Gerusalemme occupata – Un giovane palestinese ha messo in imbarazzo, con la sua domanda sulla morte dell’attivista americana Rachel Corrie, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso all’Universita’ di Gerusalemme.

Il 22enne Rabie Aid ha interrotto le parole di Obama per domandargli: “Conosci Rachel Corrie? L’americana che e’ stata uccisa con le armi regalate da Washington a Israele”? Una domanda pesante a cui il capo della Casa Bianca non ha voluto (o potuto) rispondere. Il giovane Aid, uno studente dell’universita’ di Haifa che vive in uno dei villaggi di al-Khalil, e’ stato subito arrestato dagli agenti di polizia israeliana. Ma prima di essere portati via dall’aula, si e’ rivolto ancora a Obama gridando: “Sei venuto qui per la pace o per dare piu’ armi a Israele”?

***

Rachel Corrie, 23 anni, statunitense attivista per la pace, e’ stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa delle forze armate israeliane a Rafah, nel sud di Gaza, mentre cercava di impedire che quel mezzo meccanizzato demolisse l’abitazione di un medico palestinese.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 29, 2013 in Varie

 

Tag: , , ,

L’AUTOSTRADA DELLA DISCORDIA SI FARÀ, RESPINTO RICORSO

Articolo tratto da Misna:

Un tribunale di Gerusalemme ha respinto oggi una petizione presentata da abitanti del sud della città contro la costruzione di un’autostrada che se realizzata taglierà in due un quartiere a maggioranza araba. La strada, progettata 23 anni fa, attraverserebbe la zona di Beit Safafa mentre in aree a maggioranza ebraica è stata tracciata così da correre adiacente a loro.

Secondo notizie riferite dal quotidiano israeliano Haaretz gli abitanti che contestano il progetto sottolineano che esso è stato approvato nel 1999 senza tenere conto delle esigenze locali e sulla base di permessi ottenuti illegalmente. Questi erano anche i contenuti della petizione respinta.

Nella sentenza il giudice della Corte distrettuale di Gerusalemme ha sostenuto che il progetto risponde ai criteri di legge e che eventuali dubbi avrebbero dovuto essere resi noti 23 anni fa.

I residenti di Beit Safafa hanno però annunciato ulteriori iniziative legali. Nei giorni scorsi hanno inoltre dato vita a manifestazioni di protesta e domenica tre persone sono state arrestate per presunti atti di vandalismo.

[GB]

 
Lascia un commento

Pubblicato da su febbraio 14, 2013 in Varie

 

Tag: ,

Verona/Palestina. Una terra devastata da blocchi e frammentazioni

30/10/2012 di Donatella Miotto

VeronaIn e Veronainblog raccontano la “Missione di Pace in Israele e Palestina” di alcuni veronesi, in viaggio dal 27 ottobre al 3 novembre per iniziativa del “Tavolo per la Pace”

Donatella Miotto (inviata). Finalmente, dopo ore di volo e ritardi, il viaggio inizia davvero, la sera di sabato 27 ottobre, con le parole di Flavio Lotti, coordinatore nazionale del Tavolo per la Pace: «Se vogliamo uscire dalla grande crisi che stiamo vivendo, dobbiamo riaprire gli occhi sul mondo. Quello che sta accadendo ci richiama alle nostre responsabilità di italiani e di europei. Dobbiamo stare in ascolto, capire cosa noi possiamo e dobbiamo fare per mettere un giorno la parola fine a questo conflitto».

Ed oggi finalmente siamo scesi in campo: 212 pellegrini della pace, con un’età che varia dai 16 agli 82 anni, esploreranno questa terra santa e martoriata. Dopo aver srotolato gli striscioni per formare un’enorme bandiera arcobaleno davanti alla basilica della Natività, siamo accolti da Victor Batarseh, Sindaco cristiano di Betlemme, che ci racconta come già l’essere qui aiuti la città: «L’unica attività economica che si è ripresa, permettendoci di ridurre la disoccupazione dal 30 al 18%, è il turismo». Intanto, però, l’occupazione israeliana e la costruzione del muro di separazione hanno eroso la terra su cui si espandeva la città, che da 31.000 km2 si è ridotta a soli 6.000 km. «La prima fonte d’occupazione della popolazione era l’agricoltura», spiega il sindaco, «ma oggi i nostri ulivi stanno al di là del muro, e i contadini ora non possono nemmeno fare il raccolto». Situazione che Betlemme condivide con altri 150 villaggi palestinesi, dove le abitazioni sono state separate dai campi. Questo mentre attualmente solo l’8% dei cittadini di Betlemme ha il permesso di andare a lavorare a Gerusalemme.

Erigere un muro fra zone israeliane e palestinesi non ha solo precluso il diritto alla terra e al lavoro, ma anche il diritto alla salute: «Per le cure specialistiche dobbiamo andare a Gerusalemme» continua Batarseh «ma lo possiamo fare solo con un permesso speciale. E anche in caso di urgenza le nostre ambulanze non possono passare: al confine il malato va spostato dalla nostra ambulanza a quella israeliana». Per ragioni di sicurezza, ovviamente. Ma a volte il passaggio può essere fatale.

Che senso ha quindi questo muro? Iniziato nel 2002, come barriera protettiva in risposta alla campagna di attentati suicidi, avrebbe dovuto seguire la linea verde”di confine con la Cisgiordania. Avrebbe forse potuto essere una chiara, seppur tetra, linea di demarcazione utile a realizzare quella soluzione di due popoli, due stati prospettata dall’ONU. Ma le cose sono andate diversamente. Se la linea verde è lunga 300 km, attualmente sono stati costruiti già 450 km di muro e, quando sarà terminato, ne misurerà ben 700. Questo perché il muro circonda i nuovi insediamenti israeliani e li include, così come fa proprie le principali risorse idriche, riuscendo a strappare ben il 10% di territorio ai palestinesi. Quel che rimane ha poco a che vedere con la conformazione di uno stato.

«Se, per capire Gaza, la parola chiave è “blocco”» racconta Ray Dolphin, responsabile dell’Ufficio dell’ONU di coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati «per La Cisgiordania la parola è: “frammentazione”. Non solo questa terra è priva di ogni collegamento con la striscia di Gaza, ma al suo interno la maggior parte del territorio è tuttora in quell’area C che, secondo gli accordi di Oslo, avrrebbe dovuto essere solo fino al 1999 sotto il controllo israeliano. Se, dopo 13 anni, restano ben poche speranze sull’effettiva realizzazione di quel programma, ancor più difficile è pensare che sia davvero possibile eliminare un giorno gli insediamenti militari e le riserve naturali che impediscono ogni attività agricola e che lasciano in mano israeliana quasi tutta la fascia est del paese. E ancor meno realistica è l’eliminazione di un muro di più di 450 km. O delle 150 colonie che punteggiano – illegalmente, per l’Onu e per il diritto internazionale – tutta la Cisgiordania, insediamenti abitati ormai da 500 mila coloni».

Quel che resta da questa lunga e continua opera di erosione è una nazione sparsa a macchia di leopardo, fatta di villaggi e città accerchiate. Nei prossimi giorni saremo impegnati a capire qualcosa di più su questa complessa realtà. Cercheremo di trovare segnali di speranza. E cercheremo anche di portarli.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Varie

 

Tag: ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: