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Belle cose da fare e brutte cose da vedere 07/08/12

 

Una Lada, in realtà una Fiat 124, erano 28 anni che non salivo su questo modello di macchina, blu con il tettuccio bianco, quella di mio padre era verde. Ritrovo ogni particolare di questa macchina nei risvolti più profondi e cari della mia memoria, il contachilometri lineare anziché circolare, i selettori orizzontali dell’areazione, le spartane manopole dei finestrini, le luci di cortesia in cima ai montanti delle portiere, il tettuccio rivestito di plastica beige punteggiato di forellini, quante volte l’ho fissato la sera, tornando a casa con la macchina piena dei miei fratelli, mentre papà spingeva sull’acceleratore e mamma cercava di imbonirci con la solita innocente bugia “ora andiamo al cinema Bianchini, sotto i lenzuolini”.
Quando scendiamo dal taxi e dai miei ricordi d’infanzia ci ritroviamo in una delle tante squallide vie  periferiche di Addis Abeba, Elisa, una volontaria di Alba Adriatica, ci fa strada in un vicolo traboccante miseria e degrado, con uomini seminudi sdraiati a dormire lungo la strada e donne che senza tanti complimenti si alzano la gonna e fanno i loro bisogni lì in mezzo, davanti a tutti. Una volta entrati nel centro delle Missionarie della Carità della Beata Madre Teresa di Calcutta uno scenario familiare si riaffaccia con tutta la sua umana drammaticità, ci viene incontro Tzegay, un bambino che pur nel suo handicap si muove autonomamente sulle sue gambe storte come rami d’ulivo, e sbavando copiosamente ci accoglie festoso con una contagiosa e spontanea vivacità. Con Elisa facciamo un po’ il giro del centro, la stanza dei giochi, la sala della fisioterapia, dove diversi giovani fisioterapisti spagnoli (volontari) sono alle prese con gli esercizi di riabilitazione indispensabili per questi bambini. Poi la stanza dei bambini più piccoli, affollata di lettini, poi quella dei neonati, e la stanza delle ragazze vittime di violenza, che stanno qui per un po’, in previsione di attuare la scelta già decisa di abbandonare i propri bambini per darli in adozione. Spesso queste ragazze sono colf di qualche casa di ricchi, violentate dai loro padroni e poi allontanate una volta rimaste incinte, Brad Pitt e Angelina Jolie qualche anno fa vennero qui ad adottare alcuni dei loro bambini.
Mentre giriamo per le stanze del centro intorno a noi si fanno avanti bambini con ogni tipo di disabilità fisica o psichica, un bambino è perennemente “legato” per impedire che si faccia del male, un bambino a dispetto della marcata deformità della sua testa mi trasmette subito la sua intelligenza, semplicemente incrociando il mio sguardo. Monica ed io, seppur inevitabilmente scossi dal primo impatto, ci rendiamo subito conto che l’esperienza di Betlemme ci ha già preparato, siamo in grado di affrontare la situazione che ci sta intorno, quello che ancora non eravamo pronti a vedere sono le precarie condizioni igieniche che si riesce a garantire qui in Etiopia. Mentre aiuto Daria (una volontaria di Palermo) a piegare pezzi di stoffa lei mi dice “sai cosa sono questi pezzi di stoffa che stiamo piegando? Sono i pannolini per i bambini, sono sempre gli stessi, non c’è altro, li lavano e li rilavano all’infinito, a mano, spesso senza neanche il detersivo, e quel che viene fuori viene fuori…”, ed aggiunge “qui ci sono bellissime cose da fare e bruttissime cose da vedere”.
Ora della pappa, mi ritrovo come a Betlemme con una ciotola esageratamente grande di riso e un bambino da imboccare che senza dare problemi pian piano finisce il suo pasto. Gli tolgo il pesante bavaglio di gomma e mi chiedo con cosa pulirgli la bocca, Elisa mi indica “lo vedi quel secchio? Lì dentro ci sono alcuni stracci, sono quelli che usano per fare tutto, pulire i tavolini dove mangiano, pulire i bambini dopo mangiato, raccogliere gli avanzi da terra, poi li buttano tutti in quel catino d’acqua (torbida come uno stagno), una strizzata e via, lo riadoperano con un altro bambino, poi continua “eh, qui le condizioni igieniche sono quello che sono, ho provato a insegnargli a passare ogni tanto lo straccio per terra” riferendosi agli operatori del centro “ma niente, loro non sono abituati così, e sai, poi a insistere si fanno l’idea che tu sei qui per insegnargli come fare il loro lavoro. L’altro giorno un bambino mentre mangiava se l’è fatta un po’ addosso ed è finita un po’ di pupù per terra, e mica nessuno che la raccogliesse, ho dovuto insistere perchè qualcuno desse una pulita, allora un operatore con uno straccio ha levato la pupù, ma sai, senza passare almeno con un po’ di detersivo, l’odore resta”. Mentre ritorno al catino per buttare lo straccio devo schivare il vomito di un bambino che solo Monica ha l’impulso di togliere con un colpo di straccio prima che qualcuno ci scivoli sopra. Prendo in braccio il bambino a cui ho dato da mangiare e, dopo avergli dato un po’ da bere, lo porto in un’altra stanza per cambiarlo e metterlo a nanna, prima di uscire dalla “sala da pranzo” noto una fila di bambini contro il muro seduti sul proprio vasino, Elisa mi guarda con un amaro sorriso “lo vedi? Gli fanno fare i bisogni nella stessa stanza dove si mangia, qui sono abituati così”. Annodo alla meno peggio il canovaccio di stoffa intorno alla vita del bambino e poi cerco nell’armadio qualche vestito che gli possa stare, ma non capisco dove sia la roba dei maschi e dove quella delle femmine, Daria taglia corto “non preoccuparti, mettigli addosso quello che capita, tanto uomo o donna, qui nessuno ci fa caso”. Intanto bambino dopo bambino l’aria nella stanza si fa pesante, il tanfo si accumula e riesce difficile respirare, Elisa mi spiega che per lavare i bambini li sdraiano tutti per terra in bagno, li insaponano uno per uno e poi li risciacquano versandogli sopra dell’acqua con un catino, e conclude riassumendo tutto in una massima crudele ma spietatamente vera “almeno hanno qualcuno che si occupi di loro, se non ci fosse il centro non avrebbero nemmeno questo”.

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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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