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Odori…

Odori, si attaccano ai ricordi talmente in profondità che non riusciamo a ricordarli, ma se ci capita di risentirli, tutti i ricordi a cui sono legati riaffiorano con un impeto incontrollabile, tutte le sensazioni, tutti i sentimenti a cui sono legati riemergono come se li avessimo provati un istante prima, anche a distanza di anni. La stessa percezione di “noi stessi” va in corto circuito con il “noi stessi” di allora, come se non fossimo invecchiati di un secondo.
Questa è la sensazione che mi ha invaso rimettendo piede su un aereo “Ethiopian Air Lines”, gli allestimenti vecchi, anni ’80 o ’90, le uniformi stile retrò che l hostess portavano già dieci anni fa, l’odore acre e intenso, quasi di pollaio, di un apparecchio che di vita per i suoi corridoi ne ha vista girare tanta.
E’ un odore che mi ricorda un po’ i viaggi in autobus o in collettivos in giro per il Perù, odore di mondo, odore di vita autentica.
L’aereo è come un buco nero, sali la scaletta, rollano i motori, poi ti stacchi da terra, qualche ora di scossoni, un paio di pasti pre-riscaldati se ti va di lusso, e quando scendi il mondo ha tutto un altro aspetto, Perù, India, Africa, devi solo decidere quale biglietto staccare.
Il mondo questa volta ha colori molto particolari, pelli brune ma non nere, lineamenti di visi che a tratti ricordano gli arabi di Palestina, abbiamo incrociato visi di donne e uomini bellissimi, che a vederli non ci si crede. Sulla strada che dall’aeroporto ci ha portato alla missione molte di queste bellissime donne punteggiavano i marciapiedi, luminose e magnetiche come lucciole, tra fatiscenti impalcature in legno che ingabbiano i palazzi in costruzione e i guardiani delle case dei benestanti avvolti in quattro stracci e armati solo di bastone.

I tratti arabi del viso non sono le uniche cose che l’Etiopia ha in comune con la Terra Santa, sul monitor dell’aereo pochi minuti prima dell’atterraggio, quando una riga rossa che taglia a metà la vista da satellite dell’Africa ci ha fatto capire quanta strada abbiamo fatto, ho notato una città dal nome familiare, giusto pochi chilometri a sud di Addis Abeba… Nazret. Eh si, c’è una Nazret anche qui in Etiopia, chiamata così proprio in onore della città che ha visto crescere Gesù, c’è anche un paese che si chiama Debra Zait, che in Ahmarico, la lingua ufficiale etiope (ci sono se non erro almeno una cinquantina di lingue in Etiopia), significa “Orto degli ulivi”.
La fervente fede cristiana si percepisce molto chiaramente qui in Etiopia, dalle magliette dei ragazzi che invece delle faccia di Michael Jackson hanno raffigurata la croce etiope, o dalle donne con il capo avvolto dal “natlà”, un velo bianco simile ad una garza, che sulla fronte esibiscono con orgoglio una piccola croce incisa sulla pelle.
Stamattina siamo entrati nella chiesa di S. Salvatore insieme a queste donne e a questi uomini, ma anche insieme a molti bianchi, italiani, o meglio, italiani che vivono qui in Etiopia. Abbiamo celebrato la messa e cantato in italiano, molti gli etiopi neri che pregavano fluentemente in italiano, molti i bambini etiopi dal colore mulatto della pelle, con un papà bianco italiano da un lato, e una mamma etiope nera dall’altro.
Durante le letture un italiano è salito sul pulpito per leggere la seconda lettura “dalla lettera di S. Paolo apostolo agli efesini”, mentre leggeva il tono impostato e celebrativo della sua voce mi ricordava vagamente i cinegiornali dell’Istituto Luce ai tempi del fascismo, allora guardando tutti questi bianchi seduti nei banchi della chiesa, sentendo la forte contaminazione italiana che si percepiva intorno, ho capito il perchè di tutto il disagio che stavo provando… Qui in Etiopia i £coloni” siamo stati noi, qui la guerra ad un popolo straniero per invaderlo l’abbiamo fatta noi.
Qui i cattivi siamo stati noi.
In realtà ora niente dell’antico astio si percepisce tra etiopi e italiani etiopi, la convivenza è totalmente pacifica e l’ “etiopizzazione” degli italiani rimasti a vivere qui, almeno dalle mie prime sensazioni, sembra totalmente metabolizzato.
Jomole, l’agente di viaggio che ci ha accompagnato in chiesa, mi spiegava che gli italiani in chiesa erano così pochi (erano almeno tanti quanti gli etiopi) perchè in questo periodo i bambini sono in vacanza e allora le famiglie sono andate tutte in ferie… In Italia… Come cambiano gli equilibri cambiando semplicemente punto di vista eh?!..

Dopo un buon pranzo Etiope a base di tibs (spezzatino di carne con peperoncini verdi) accompagnato dall’injera (una specie di piadina morbida e acida), Jomole ci ha reso onore della nostra presenza invitandoci al “rito del caffè”, su un letto di ciuffi d’erba ha tostato sul momento i celebri chicchi di caffè etiope e ha preparato un ottimo caffè accompagnandolo con  pop corn.
Il rito del caffè è un importante usanza che si riserva ad ottimi amici e ospiti come gesto di benvenuto e di riconoscenza per averli onorati della propria compagnia, è un grande privilegio essere invitati al rito del caffè, e per questo ringraziamo uffizialmente Jomole dalla uffizialissima pagina della “valigia dei mondi”.

Domani alle sei si parte per la Valle dell’Omo alla scoperta delle molte tribù che vi vivono, della comunità rastafariana di Shashamane, del mercato di coccodrilli di non mi ricordo più come si chiama e di orizzonti selvaggi e incontaminati che, ahimè, temo dovrete aspettare una settimana prima di vederveli rivelati dalla valigia dei mondi, non so infatti se troveremo accessi ad internet tra le capanne degli indigeni, quindi dovrete aspettare il nostro ritorno tra una settimana.

P.S: abbiamo già preso il nostro primo acquazzone monsonico…

Un abbraccio e a presto!!

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Pubblicato da su luglio 29, 2012 in Etiopia 2012

 

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