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Contro l’occupazione Israeliana della Palestina, come contro l’Apartheid.

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Perchè l’apartheid finì?

Perchè l’opinione pubblica mondiale era ormai apertamente schierata contro questo crimine contro l’umanità.

Quei paesi che potevano fare qualcosa per porvi fine (anche quelli che tutto sommato non avrebbero più di tanto voluto) non poterono più girare la testa dall’altra parte, dovettero mettere in campo una politica anti-apartheid fatta di sanzioni, embarghi e disinvestimento nei confronti del Sud Africa. I potenti bianchi e la politica sudafricana rimasero isolati, e furono costretti a cambiare direzione.

Ma la scintilla che innescò tutto fù l’informazione. Tutti al mondo sapevano, si indignavano e protestavano. Tutti volevano che l’apartheid finisse, e finì.

Bene, lo stesso deve succedere con l’occupazione Israeliana della Palestina, e con i crimini contro l’umanità che vengono regolarmente commessi da Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Dobbiamo parlarne il più possibile, dobbiamo indignarci, dobbiamo protestare. Dobbiamo VOLERE che lo scempio del popolo palestinese finisca.

Quando sarà tutta l’opinione pubblica mondiale a volerlo, quando tutti vorremo questo, allora i nostri paesi non potranno più girarsi dall’altra parte, dovranno intervenire, e forse questa carneficina finirà.

Citazione:

«Le Nazioni unite assunsero una dura posizione contro l’apartheid; nel corso degli anni fu costruita un’intesa internazionale, che aiutò a porre termine a quell’iniquo regime. Ma noi siamo ben consapevoli che la nostra libertà rimarrà incompleta senza la libertà dei Palestinesi»… Nelson Mandela.

 
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Pubblicato da su luglio 22, 2014 in Varie

 

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…Di Mandela… Di Arafat…

…”Robben Island, 27 anni di prigione, hanno acceso in te solo la voglia di perdono, non odio dentro te, niente vendetta, solo la fiducia nella riconciliazione…”…

E’ il ritornello di una canzone che sto scrivendo su Nelson Mandela, devo finirla ma non ho il tempo, non ho la voglia, non riesco a focalizzarmi bene su “chi” è stato Nelson Mandela, dentro e fuori la questione dell’apartheid, dentro e fuori la questione palestinese. Si perchè Mandela è sempre stato chiaramente dichiaratamente filo-palestinese, e oggi che sono venuto al lavoro con la mia kefiah al collo e mi sono reso bersaglio di tutti quegli appellativi densi di ignoranza e di lavaggio del cervello mediatico dei miei colleghi, “fellahin”, “talebano”, “terrorista”, “Arafat” (questo calza un pò di più), la cosa mi preme un pò di più.

Arafat, cercavo di spiegare ad un collega (quello di “fellahin” appunto) che essere filo-palestinese non è una cosa cattiva, anzi è una cosa buona, una cosa umana. Cercavo di spiegargli che anche il premio Nobel per la pace Nelson Mandela era filo-palestinese, e nella discussione, cercando affannosamente su internet qualche dichiarazione di Mandela in merito alla causa palestinese da sventolargli in faccia, mi sono imbattuto in questa foto:

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“Il diavolo e l’acqua santa?” a qualcuno verrebbe da chiedersi… Io mi sono chiesto, come mai uno è diventato un esempio di pacifismo e di umanità per tutto il mondo (a parte Israele), come Gandhi, come Martin Luther King, e l’altro è ancora una contestatissima figura della lotta palestinese? Celebrato, condannato, assassinato, riesumato, riseppellito senza verità, non viene lasciato in pace neanche da morto.

Perchè? Eppure a ben vedere hanno dedicato la loro vita agli stessi ideali di libertà, di diritto all’esistenza, hanno lottato per cause differenti, uno per l’apartheid e l’altro per la causa palestinese, ma che sono germinate dagli stessi semi, dagli stessi soprusi, dagli stessi crimini, dagli stessi diritti calpestati.

Perchè a pensarci bene la situazione dei neri in Sud Africa durante l’apartheid non era diversa da quella dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana, schiacciati, decimati, privati di ogni diritto umano, ridotti a sub-umani da bianchi arroganti che un bel giorno sono arrivati, si sono presi la loro terra e hanno detto “…bene, questa terra è nostra.”

E allora perchè? Se Mandela avesse perso, se il Sud Africa fosse ancora oggi uno stato di bianchi governato dall’apartheid, che fine avrebbe fatto Madiba? Sarebbe marcito nel carcere di Robben Islan per tutta la sua vita? Sarebbe additato dai bianchi sudafricani e ricordato da tutto il mondo come un terrorista, un criminale che altro non avrebbe meritato che marcire in una cella? Avremmo davvero perso tra le pieghe della storia e degli avvenimenti uno dei protagonisti del nostro tempo, un esempio per l’umanità che durerà fino alla fine dell’umanità?

Si, ho paura che sarebbe successo. E allora che cosa ha fatto la differenza? Mandela è quel che viene ricordato di lui perchè perchè ha vinto? E se Arafat avesse vinto, lo ricorderemmo oggi come ricordiamo Mandela? Come un esempio, un paladino del bene e dei diritti umani, un eroe del riscatto palestinese? Magari si, forse con qualche ombra in più…

Ecco, perchè forse a fare davvero la differenza tra Mandela e Arafat sono proprio queste ombre, Arafat ha imbracciato le armi, è stato un soldato, un terrorista forse, ha cercato di ottenere il bene facendo il male.

Anche Chè Guevara a ben vedere ha liberato il popolo cubano imbracciando le armi, ed è diventato un simbolo, anche lui contestato, anche lui con le sue ombre, come Arafat (perchè vale la pena chiedersi, è davvero libero il popolo cubano?).

Anche Garibaldi se vogliamo, e la lista sarebbe lunga.

Mandela no, Mandela ha sconfitto il male con il bene, ha ottenuto la pace con la pace, Mandela quelle ombre non le ha.

E allora forse è proprio qui la differenza, non tanto il fatto di avere vinto o perso, ma come si è combattuto. Anzi forse sono state proprio le armi utilizzate da uno e dall’altro a determinare la vittoria di uno e la sconfitta dell’altro.

Forse è proprio vero che il male vince e il bene perde, forse serve solo avere la pazienza e la costanza di aspettare che il bene faccia il suo corso, anche per il popolo palestinese.

…”Robben Island, 27 anni di prigione, hanno acceso in te solo la voglia di perdono, non odio dentro te, niente vendetta, solo la fiducia nella riconciliazione…”…

Lo conoscete Sixto Rodriguez? Negli anni ’60 era un promettente cantautore folk americano di origini sudamericane, uno che secondo me dovrebbe stare con tutti gli altri miti negli annali con i grandi della musica, le sue canzoni dovrebbero essere ricordate da tutto il mondo come grandi classici. Parlano di riscatto sociale, di amore, trasudano una umanità che si conficca dritta nel cuore.

Lui è stato smarrito tra le pieghe degli avvenimenti, come sarebbe portuto succedere a Mandela, i suoi dischi invenduti sono rimasti sugli scaffali dei negozi americani ad accumulare polvere e anni, e lui ha passato una vita da operaio, da manovale, tra stenti e difficoltà economiche, a crescere una famiglia numerosa e povera. Uno normale, come tanti, come me, come te.

Ma in Sud Africa no, in Sud Africa a sua insaputa è diventato un mito, le sue canzoni hanno soffiato nelle coscienze dei sudafricani quel vento di riscatto, quella voglia di cambiare che ha permesso che il miracolo di Mandela si avverasse.

Perchè, se Mandela era la fiamma, Rodriguez forse è stato il vento che ha soffiato su quella fiamma ed ha acceso l’incendio. Ma tra una raffica di vento e l’altra ci deve essere qualcosa che lo propaghi, l’aria, l’ossigeno che sta tra un soffio e l’altro, che trasmette il movimento e alimenta il fuoco. Quelle sono state le persone, quelli che hanno trovato i dischi di Rodriguez in qualche polveroso scaffale di Cape Town, che hanno iniziato a passarseli e a parlarne “…lo senti cosa dice in questa strofa?… E’ vero… I nostri diritti… I loro diritti… Si può fare… Si, si può cambiare…”… Quelli che si sono organizzati in circoli, che ci hanno creduto finchè non è successo.

E penso, forse alla Palestina manca il vento. E allora quella canzone dovrei davvero cercare di finirla.

E penso, forse alla Palestina manca l’aria, manca l’ossigeno, uno come me, uno come te, che si metta tra le raffiche e con la propria voce propaghi il vento.

Restiamo umani

 

 
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Pubblicato da su aprile 4, 2014 in Varie

 

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Gli autobus dell’apartheid approdano in Palestina

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La compagnia Afikim annuncia la creazione di linee separate per lavoratori palestinesi e coloni israeliani in Cisgiordania. Nascono gli autobus dell’apartheid.

di Emma Mancini

Betlemme, 4 marzo 2013, Nena News – Da tempo osservatori internazionali, giornalisti e esperti legali si interrogano sulla natura di apartheid nel regime israeliano sia nei Territori Occupati che all’interno della Palestina storica nei confronti delle comunità palestinesi. Oggi Israele offre un’ulteriore prova delle politiche di separazione: la compagnia di trasporti pubblici israeliana Afikim ha annunciato la creazione di linee riservate ai palestinesi, per venire incontro alle proteste e alle lamentele dei coloni.

Gli autobus della compagnia, che opera in Cisgiordania e collega i Territori a Israele, vengono utilizzati anche dai lavoratori palestinesi diretti al di là del Muro e con in mano un permesso di lavoro dal checkpoint di Eyal, nella città di Qalqiliya, un mix che a quanto pare non piace ai coloni. Da cui l’idea di separare i fruitori in base all’etnia: bus per palestinesi e bus per coloni israeliani.

Immediato il commento del governo di Tel Aviv: ieri il Ministero dei Trasporti israeliano ha difeso il progetto: “Le nuove linee – si legge in un comunicato ufficiale – non sono linee separate per palestinesi, ma piuttosto due diverse linee per migliorare i servizi offerti ai lavoratori arabi che entrano in Israele dal checkpoint di Eyal. Il Ministero non è autorizzato a impedire a nessun passeggero di salire a bordo di un mezzo di trasporto pubblico: la creazione delle nuove linee è stata fatta con il completo accordo dei palestinesi”.

Ovvero, non si tratterebbe affatto di segregazione: gli autobus sono spesso troppo affollati, provocando tensioni tra i passeggeri. E i coloni hanno protestato: i lavoratori palestinesi rappresentano un rischio per la sicurezza. Le autorità israeliane – subito accusate di apartheid – hanno tentato di mistificare la decisione affermando che le nuove linee sono utilizzabili sia da palestinesi che da israeliani, seppure siano state pubblicizzate solo nei villaggi palestinesi e solo in lingua araba.

“Il tentativo di segregazione è palese e le giustificazioni fornite (‘rischio per la sicurezza’ e ‘eccessivo affollamento’) non possono permettere il camuffamento di una politica razzista”, ha commentato il direttore esecutivo dell’associazione israeliana per i diritti umaniB’Tselem, Jessica Montell.

Legalmente, non c’è però modo di impedire ai lavoratori palestinesi di salire sugli autobus dei coloni: “Non siamo autorizzati a rifiutare il servizio e non ordineremo a nessuno di scendere dall’autobus – ha commentato un autista della compagnia Afikim – Ma a partire dalla prossima settimana, ci saranno controlli ai checkpoint e ai palestinesi sarà chiesto di salire sui loro autobus. Sicuramente, tutti grideranno all’apartheid e al razzismo. Non è così, forse il Ministero avrebbe dovuto trovare un’altra soluzione, ma ad oggi la situazione è impossibile da gestire”.

Una politica certo non nuova nei Territori: più volte i passeggeri palestinesi sono stati costretti a scendere dagli autobus su ordine della polizia israeliana, un ulteriore restrizione al movimento della popolazione palestinese che si va ad aggiungere alle bypass road (strade riservate ai soli coloni israeliani e inaccessibili ai palestinesi), ai checkpoint all’interno della Cisgiordania e lungo la Linea Verde e ai gate agricoli controllati dall’esercito israeliano e che separano i villaggi palestinesi dalle proprie terre al di là del Muro. Nena News

Un autobus dovrebbe essere, come la strada, un luogo di tutti. Per tutti.

Innanzitutto un mezzo di trasporto, attraverso cui, lungo le strade, di tutti, tutti possono spostarsi dappertutto. E in quel tempo, in quel luogo diventato non luogo proprio perchè sospeso dalla quotidianità di ciascuno e dallo spazio personale in cui ciascuno si muove, ognuno può fermarsi a tirare il fiato, a parlare con il vicino, a leggere il giornale se non ha la nausea da buche e movimento. O magari farsi solo i fatti propri. Per arrivare poi ad un’altra strada, di tutti, e incamminarsi verso le proprie faccende, la propria vita.

Paola Caridi nel suo blog Invisiblearabs riflette:

Gli autobus, insomma. I non-luoghi per eccellenza. Dove tutti, più o meno, siamo uguali. Forse è per questo che sugli autobus, in luoghi e tempi differenti, si siano giocate le partite sull’eguaglianza. Da Rosa Parks sino alla Cisgiordania, dove da lunedì scorso sono entrate in funzione linee di autobus separate. Una per i coloni israeliani che vivono negli insediamenti in Palestina, in Cisgiordania. E l’altra per i lavoratori palestinesi che ancora riescono ad avere il permesso di andare a lavorare in Israele. A chiedere le linee separate sono stati i coloni, che ne fanno un problema per la loro sicurezza, di coloni israeliani dentro la Cisgiordania. E così il ministro dei trasporti Yisrael Katz ha dato loro ragione, e ha istituito gli autobus separati. Per il bene dei lavoratori palestinesi, si è giustificato‖.

In Palestina qualcuno ha trasformato questi non luoghi in luoghi suoi. Il governo israeliano, spalleggiando i coloni, ha deciso impunemente di ammantarsi di quel razzismo che ricorda autobus antichi e più recenti. Sembra che, legittimamente, senza che nessuno possa ‘procedere’ nella protesta e nella stigmatiz-zazione di quest’ennesimo obbrobrio, le persone che abitano nella loro terra, che hanno casa lungo le strade attraversate da autobus che attraversano i loro campi, i loro villaggi, siano obbligate a diventare non persone, perchè potrebbero turbare la vita di persone che non dovrebbero abitare in quei luoghi!

Eppure, eppure questa stessa ennesima trovata umiliante e ingiusta potrebbe dar luogo ad una presa di coscienza da parte di chi vive di là, come dice Paola:

Haaretz parla di ―segregazione razziale‖, di ―razzismo‖. Termini che ricordano Rosa Parks, certo, ma anche lo apartheid, una parola sdoganata proprio dal vocabolario di Haaretz. ―La decisione di separare i palestinesi dagli ebrei sugli autobus è un’altra componente di un approccio tipico dello apartheid‖.

E allora anche la strada, altro luogo-non luogo di tutti, può rovesciare il procedere dei soprusi che gli israeliani si ostinano a perpetrare alla popolazione palestinese.

Gli autobus del Sudafrica, senza internet né facebook, diventarono subito famosi in tutto il mondo. E il mondo non stette in silenzio.

Quelli dell’apartheid di Palestina sembrano non interessare nessuno e ―se qualcuno osa denunciare questa segregazione razziale – commenta amaramente Moni Ovadia- entra automaticamente nella lista degli antisemiti‖

BoccheScucite

 
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Pubblicato da su marzo 18, 2013 in Varie

 

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L’ACQUA COME ARMA, ISRAELE ‘OCCUPA’ LE FONTI IDRICHE

Sono decine le fonti d’acqua che i coloni israeliani si sarebbero accaparrati a detrimento della popolazione e delle coltivazioni palestinesi. Lo denuncia un rapporto diffuso oggi dall’ufficio di coordinamento del’Onu (Ocha) secondo cui 30 su 56 fonti idriche poste nelle immediate vicinanze di colonie e insediamenti della Cisgiordania, sono inaccessibili ai cittadini palestinesi. Il documento riferisce che i palestinesi sono “fisicamente separati” dalle fonti idriche con minacce e atti intimidatori che spesso sfociano in vere e proprie violenze. Nel 93% dei casi, le fonti d’acqua della Cisgiordania si trovano “sotto totale controllo israeliano” nonostante ’84% si trovi su terreni registrati dall’amministrazione militare israeliana come “proprietà privata palestinese”. In conclusione, i relatori del rapporto esortano le autorità israeliane a esercitare pressioni e a sanzionare atti “contrari al diritto internazionale e alla stessa legge israeliana”. Lo scorso 17 gennaio la Commissione Affari Esteri del Parlamento Francese aveva accusato in maniera più o meno esplicita Israele di praticare una nuova forma di apartheid attraverso una gestione “esclusiva” delle fonti idriche nei Territori palestinesi occupati. Nel rapporto, firmato dall’ex-minstro dell’agricoltura francese Jean Glavany, si fa riferimento alle strategie di “water occupation”. Si tratta di una serie di misure, tra cui la stessa costruzione del muro di separazione eretto in Cisgiordania, che rispondono ad una ripartizione delle sorgenti d’acqua sotterranee tali da garantirne il consumo e la direzione unicamente ad Israele.

Pubblicato oggi sull’ agenzia di stampa missionaria MISNA

 
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Pubblicato da su marzo 19, 2012 in Varie

 

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Fai memoria con noi del 1 marzo…

Ciao a tutti, come già mi è capitato di scrivere, niente succede per caso, stamattina navigando in internet mi sono imbattuto per puro caso nel blog di un amico di viaggio, una guida, una presenza di speranza in terra Palestinese. Sto parlando di Abuna Mario, in italiano Padre Mario, della organizzazione “Giovanni Paolo II”, con lui abbiamo condiviso momenti di preghiera e anche di festa nel centro “Hogar ninos Dios” delle sorelle del verbo incarnato, ma anche il rosario al muro della vergogna.
Se volete sentire storie di Palestina dalla voce di un uomo che si spende ogni giorno per le vittime dell’apartheid isreliana, ascoltate la sua voce.
E’ per questo che mi permetto di trascrivere qui sotto l’appello che Abuna Mario ha lanciato nel suo blog per unirci anche da qui, da Verona, al coro di voci che il 1° Marzo manifesteranno e pregheranno al muro di Betlemme per chiedere la Pace e un futuro di speranza per la gente di Betlemme e di tutta la Palestina.
Mi sto informando se siano già state organizzate per il 1° Marzo qui a Verona iniziative per aggregarsi alla manifestazione in Palestina, non appena saprò qualcosa vi metterò al corrente.
Per chi volesse visitarlo questo è il blog di Abuna Mario, lo trovate anche tra i link disponibili sul nostro blog:

Carissimi amici vi allego un pò di notizie su una iniziativa per fare memoria di un giorno triste nella storia dell’umanità. Ci sono giornate della memoria di seria A e di serie B…la nostra giornata del 1 marzo agli occhi del mondo è di serie Z ma agli occhi di Dio ha lo stesso valore delle altre. Perchè le azioni malvage vanno condannate tutte allo stesso modo, non ce ne sono alcune più malvage ed altre meno malvage…e quello che è successo a Betlemme e dintorni il 1 marzo 2004 ha dentro di sè tutti i crismi della malvagità ed è per questo che da quel lontano 1 marzo ogni venerdì andiamo a pregare sotto il muro affinchè possa cadere perchè siamo sempre più convinti che UN MURO NON BASTA, ed è per questo che ti chiediamo di aiutarci a costruire…

1 MARZO: anche nella tua città
UN PONTE PER BETLEMME

GIOVEDI 1 MARZO 2012 organizza un appuntamento di sensibilizzazione e di preghiera nella tua città, nella tua comunità…

 

1° marzo 2004
“Uno ad uno, sei blocchi di cemento alti otto metri vengono posati in un largo solco da un’altissima gru. Sono i primi sei blocchi del muro. Da oggi, primo marzo 2004, Betlemme può chiamarsi “ufficialmente” una prigione. Ecco il primo pezzo di muro… ce lo troviamo davanti quasi all’improvviso, orribile. Il suo grigiore sta davanti a noi, abnorme, inumano: ci taglia fuori completamente dalla vita di normali, liberi esseri umani. L’hanno iniziato a pochi passi dal nostro ospedale. Davanti al muro regna il silenzio, anch’esso divenuto grigio e pesante. Sono pochi gli abitanti di Betlemme che si recano a vedere la triste novità di questi giorni, e per un po’ la giudichiamo quasi indifferenza, ma essi il muro non lo vogliono neppur vedere, non ne vogliono neppur sentir parlare, nauseati fino in fondo di una vita priva di dignità, vissuta pagando per tanta violenza.” (dalla LETTERA DA BETLEMME MARZO 2004 delle Suore del CARITAS BABY HOSPITAL)

 

1° marzo 2012
“Non possiamo più rimanere spettatori! Dobbiamo proteggere i nostri popoli per la loro sopravvivenza e le loro aspirazioni. Noi siamo con il nostro popolo con tutte le nostre forze, perché le sue sofferenze e le sue speranze sono le nostre”.

Con questa forza si è levata la notte di natale la voce del Patriarca Fouad Twal. Da Betlemme voleva raggiungere tutto il mondo questo appello “perché i nostri bambini ci supplicano: lasciateci crescere normalmente giocando nei nostri villaggi e sulla nostra terra”. Ma Betlemme è soffocata dal muro di separazione e -aggiunge ancora il Patriarca- “la via per raggiungere Betlemme vogliamo che rimanga libera, senza ostacoli, come per i magi e i pastori”.

 Alla supplica del Vescovo si unisce quella di tutti i cristiani palestinesi, come i parrocchiani di Beit Jala, che difendono la loro terra che sta per essere requisita dall’esercito e ci chiedono di pregare con loro mentre celebrano l’Eucarestia tutti i venerdi alle 14.30, sotto i loro ulivi minacciati dalle ruspe israeliane.

Come rispondere all’appello del Patriarca che con apprensione insiste: “Noi alziamo la voce e chiediamo pace, soltanto pace. Chiediamo il riconoscimento dello Stato di Palestina come soluzione giusta al conflitto”?

 La vostra risposta, in Italia, sarà anche celebrare la giornata del 1 MARZO.

Vogliamo gettare un ponte di solidarietà e preghiera con tutti i cristiani di terra santa. Diffondiamo fin d’ora l’invito ad organizzare in tutte le città, nelle diocesi e nelle parrocchie, nei monasteri come nelle nostre famiglie.

 GIOVEDI 1 MARZO  in comunione con i cristiani di Betlemme.

Anche le buone intenzioni e i discorsi non bastano più. Cerchiamo la pace concretamente con tutte le nostre forze ed energie. Ma siamo fiduciosi: niente ci può togliere la nostra speranza: né la paura, né le minacce, né l’arroganza degli uomini”(Fouad Twal)

SUSSIDI E STRUMENTI per animare la preghiera e gli incontri potrete scaricarli dal sito www.bocchescucite.org   Info:unponteperbetlemme@gmail.com

 
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Pubblicato da su febbraio 28, 2012 in Varie

 

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