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L’Etiopia per i “faranji”…

 

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Addis Abeba, di ritorno dalla prima parte del nostro viaggio, un tour della Valle dell’Omo che ci ha dato molto ma ci ha anche tolto, seduti con gli anziani dei villaggi Hamer, Mursi, Karo, sulla terra rossa della savana tra capre ed escrementi, quasi al confine con il Kenya, abbiamo parlato con loro, ci siamo riconosciuti come esseri così diversi, ma umani alla stessa maniera, con vizi e virtù, affetti e avidità, propositi e limiti, ma abbiamo anche fatto i conti con la strumentalizzazione turistica di questi luoghi incontaminati che poi così immacolati non sono, e abbiamo scoperto che un poco gli strumentalizzati siamo anche noi, i turisti, i “faranji” (i bianchi) trattati dagli indigeni come polli da spennare, come gringos a cui chiedere, chiedere, chiedere, qualsiasi cosa, magliette, scarpe, soldi, mancie, magari addirittura pretendere.

Questo ci è stato tolto, l’illusione di trovare popoli totalmente integri nel loro stile di vita ancora arcaico ma straordinariamente dignitoso, abbiamo dovuto accettare la realtà che anche qui, persi nella valle più remota e selvaggia di tutta l’Africa, la logica del denaro e dell’avere ha attecchito come gramigna. In fin dei conti la colpa è solo nostra, di noi faranji, noi li abbiamo abituato così, arriviamo in Africa con le nostre valigie piene di caramelline (o con container pieni di materiale di seconda mano, nel caso di alcune ONG o associazioni di volontariato), e loro imparano ad allungare la mano e chiedere, poi li facciamo mettere in posa e ci prendiamo quello per cui siamo venuti, una foto souvenir della nostra “visita ai selvaggi”.

Quello che molti non sanno è che queste dinamiche alimentano all’interno delle loro comunità malcostumi sociali molto pericolosi come l’alcolismo. Prendiamo per esempio gli affascinanti Mursi, nel parco nazionale del Mago quasi al confine con il Kenya, famosi per l’abitudine di utilizzare dischi di terracotta come ornamenti da inserire nei lobi degli orecchi e nell’incisione del labbro inferiore, già bellicosi e aggressivi di per sé, che accolgono i turisti con il Kalashnikof a tracolla, già di buon mattino si preparano per il “faranji show”, dipingendosi ed agghindandosi per gli obiettivi dei turisti, poi alla spicciolata arrivano i fuoristrada, in una processione che magari dura tutto il giorno, i Mursi si avventano sui turisti invitando (o meglio intimando) a fare foto e chiedendo con insistenza 5 Birr (moneta locale 1 Euro = 21 Birr circa) per gli adulti e 3 per i bambini, le macchine fotografiche si scatenano (anche la nostra, non siamo ipocriti), i Birr iniziano a scorrere di mano in mano e alla fine ognuno torna a casa con il suo bottino. In in dei conti sono spiccioli, in fin dei conti non facciamo altro che pagarli per il servizio che ci offrono, considerato che di solito si dipingono solo per cerimonie e occasioni importanti e quindi lo fanno quotidianamente con l’unico scopo di offrirsi agli obiettivi dei turisti. Il problema è che quando hanno fatto il pieno di Birr e si sono riempiti le tasche (che non hanno visto che girano nudi), il giorno stesso gli uomini se li spendono tutti riempiendosi di “borde”, una sorta di birra locale ottenuta dalla fermentazione della “sorga” (un tipo di cereale locale), quando sono ubriachi diventano ancora più aggressivi, sotto l’effetto dell’alcool le discussioni si trasformano in colluttazioni, e quel che succede succede.

Gli Hamer della zona di Turmi invece, per quanto vittime e carnefici delle stesse dinamiche, sono di animo buono, cordiali, amichevoli, in un bar di Turmi (forse chiamarlo bar è un po’ troppo) abbiamo alzato il bicchiere con loro e brindato alla cultura Hamer, uno di loro a nome di tutti ha detto che sono onorati della nostra compagnia e noi non potevamo che ricambiare, è un popolo le cui donne con la tipica chioma di treccine a caschetto dipinte di terra rossa non ti chiedono soldi per fare una foto, ma si fermano, ti salutano e nella loro lingua si mettono a chiacchierare, con il solito sorriso divertito e imbarazzato di chi si trova davanti a un “faranji”.
Questo è lo stesso spirito che abbiamo trovato al mercato del villaggio di Konso (un po’ più a nord), dove le donne incuriosite ci seguivano mentre impacciati ci muovevamo tra le loro merci (sementi, burro, mais, stoffe), e mi accarezzavano il braccio incredule di quanti peli avesse questo strano “faranji”, qui ho provato ad alzare uno dei fasci di legna che le donne portano per chilometri caricandoseli sulla schiena, e sono riuscito a fare solo pochi metri, mi chiedo come riescano loro a fare tutta quella strada.

Poi ci sono i Benna, maestosi nel loro calmo incedere lungo la strada mentre portano le mucche al pascolo, con i loro scultorei corpi seminudi ornati di perline colorate azzurre e rosse, abbiamo dato un passaggio ad uno di loro che con i suoi ornamenti cinti in capo e sulle braccia andava al mercato a vendere un sacco di mais che io sono riuscito a mala pena a sollevare e scaricare dal fuoristrada, il suo nome è Shelo, il suo sguardo di ventenne più che di riconoscenza era pieno dell’imbarazzo di ritrovarsi seduto in auto a fianco di due faranji italiani e del terrore di viaggiare ad una velocità che loro, che si muovono solo a piedi, non sanno neanche concepire.

Quel giorno abbiamo dato un passaggio anche ad un francese di Parigi, Gregory, in ciabatte con il classico stile zingaro e trasandato dei francesi, incazzato con la guida locale che aveva ingaggiato ad Arba Minch perchè ormai era in balia dei suoi continui cambiamenti di programma, l’idea di Gregory era da storie di altri tempi, dormire nei villaggi delle tribù, nelle capanne con le famiglie Mursi, Ari, Benna, Tzemay, Karo. Il suo piano è naufragato nel rincorrere una guida che faceva il bello e il cattivo tempo, che lo abbandonava in un villaggio e lo passava a riprendere il giorno dopo, che gli ha fatto attraversare il Parco nazionale di Mago in moto!

Abbiamo dato, abbiamo dato attenzioni alla gente del posto, non limitandoci a scattare foto ed elargire Birr, ci siamo seduti vicino ad un vecchio Hamer e gli abbiamo chiesto se possiamo essere amici, lui era talmente onorato della nostra richiesta che ci ha promesso di sgozzare una capra per noi al nostro prossimo ritorno. Abbiamo offerto le nostre cure ad una ragazza ferita da una puntura d’insetto e regalato medicinali alla sorella… Un po’ di garza, cerotti, disinfettante, che ci vuole?

L’altra notte in albergo ad Arba Minch siamo stati svegliati dal ronzio di un insetto lungo almeno sei centimetri, simile ad un’ape, che voleva a tutti i costi entrare nella nostra zanzariera, sono riuscito ad ammazzarlo a ciabattate prima che lo facesse lui con noi (a ciabattate!), almeno le infradito stra-usate messe a disposizione dal Bakala Molle Hotel sono servite a qualcosa. Ieri mattina alle 5 ci siamo rimessi in strada per il lungo viaggio di ritorno, chilometro dopo chilometro, buca dopo buca, abbiamo riattraversato l’Etiopia da cima a fondo, eppure sembra che sia l’Etiopia ad affondare dentro di noi come un coltello caldo nel burro.

L’Etiopia è un paese in cammino, la vita scorre a fiumi per le sue vie, in un giorno per strada puoi incrociare un milione di volti, di gente che cammina lungo la strada per andare a piedi al mercato del prossimo villaggio, magari con un sacco da 50 Kg di mais sulla schiena, donne ricurve sotto i pesantissimi fasci di legna caricati sulle spalle, o bambini di cinque anni da soli che si portano appresso taniche di acqua più grandi di loro, o che lavorano i campi, che pascolano le pecore, che vanno a vendere burro al mercato (qui funziona così), o bambini come quelli della terra dei Dorze, tra il lago Abaya e il lago Chamo, che in mezzo alla strada ballano la danza Dorze (simile alle movenze del nostro “molleggiato”, Celentano) per racimolare qualche Birr. L’Etiopia è un paese in cammino, non si passa una cittadina che non si trovino lungo le sue vie case nuove appena costruite, non si percorre una strada che non ci si imbatta in lavori in corso per l’asfaltatura o per la ricostruzione di un ponte, anche se il business delle strade è interamente in mano ad indiani e cinesi.

Questo è un mondo dalle mille sfumature, dove attraverso strade congestionate da gente a piedi e mandrie di buoi e di capre da schivare continuamente col fuoristrada, passi per villaggi cristiani ortodossi come Shashamane (famosa per la sua comunità rastafariana e il museo di Bob Marley),  per le zone musulmane delle etnie Oromo,  fino alle zone protestanti di Arba Minch, passando per alti monti di conifere, e poi le distese di acacie della savana etiope, e ancora distese verdi abbondanti di eucalipti e di colture, e ancora secche distese di savana, e laghi, e ancora monti.

Man mano che ci addentriamo nelle viscere dell’Etiopia dobbiamo abbandonare ogni sicurezza e abituarci a situazioni che in Italia non troveremmo mai, come arrivare la sera in una stanza d’albergo infestata dalle zanzare e scoprire che non è solo l’albergo ad essere al buio, ma che in tutta la città il black out continua dalle dieci della mattina, o arrivare alla città di Jinka e scoprire che della “città” ha ben poco, che non ha neanche una strada asfaltata, che nella sua pista d’atterraggio, fatta di terra e di erba, la gente ci fa il mercato e ci gira con le moto (cinesi anche quelle) e i tuc tuc (mototaxi indiani), o arrivare a Turmi pensando ad una cittadina e trovare invece quattro capanne di legno terra e sterco di vacca, e la corrente elettrica c’è solo nell’albergo (peraltro niente male), garantita da un generatore acceso dalle 18:30 alle 22:00, poi resta la luna in cielo, i rumori della savana intorno e qualche colpo di kalashnikof sparato dagli Hamer del villaggio.

Ma questo è solo l’inizio, fino ad ora abbiamo visto l’Etiopia dai finestrini di un fuoristrada, con occhi di turisti, di faranji, ora è arrivato il momento di vederla con altri occhi. Qui ad Addis Abeba la nostra esperienza con Padre Bernardo della “Associazione Romagna” è già cominciata, e ci svelerà una Etiopia diversa, forse più difficile, forse a tratti drammatica, di sicuro più autentica.

 
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Pubblicato da su agosto 6, 2012 in Etiopia 2012

 

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