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Il buco

…I bambini vestiti di stracci, girare per le strade di Kofele sentendomi un marziano, un “faranji”, camminare per Addis Abeba sentendomi costantememnte minacciato, sentendomi in pericolo, ed imprecare ogni volta che mi torna in mente la macchina fotografica che mi sono fatto zanzare di sotto il naso da un bambino che avrà avuto 9 anni.

Pulire il moccio ai bambini disabili del centro delle missionarie della carità di Addis Abeba, sopportare a stento il lezzo dell’altro centro, quello di Goba, le sue stanze stipate di gente con problemi di ogni tipo, di salute, mentali, di età. E quel vecchio ranicchiato in un fagotto di coperte che con la mano mi chiamava al suo capezzale come se dovesse dirmi l’ultima cosa importante prima di morire, e invece di importante c’era solo che gli concedessi qualche secondo della mia vita per accorgermi di lui, con i suoi anni sulle spalle, con gli anni, o mesi, o giorni, da finire prima di chiudere il conto con la vita. E mi baciava la mano in continuazione come se fossi chissà chi, un santo, un re, un dio, io che a a fatica tenevo insieme i pezzi di me stesso prima che il pianto rivelasse tutta la mia fragilità, tutti i miei limiti.

“No basta, ne ho abbastanza…” mi sono detto, contento di salire su quell’aereo che mi avrebbe riportato al primo mondo, felice di lasciare quell’Addis Abeba che mi stava così stretta, intrappolata nelle fauci delle sue povertà e delle sue contraddizioni, con cui tutto sommato non avevo niente a che spartire. E non vedevo l’ora di tornare alle passeggiate sul lago, alle serate a spasso per Verona, alle strafogate di carne, di pesce, di tutto quello che posso permettermi di avere con una semplice strisciata di bancomat.

Basta… Basta blog, basta arrovellarmi la testa di problemi di altri, di pensieri che non mi appartengono… In fondo è semplice, mi basta dire no, mi basta girarmi dall’altra parte e continuare a fare quello che faccio di solito, niente di più e niente di meno di quello che serve a me! Di quello che basta perchè sopravviva io! In fondo ho già la mia di pallina di m…. personale da spingere avanti no? La crisi, il prezzo della benzina che continua a crescere, la spesa che con 50 Euro non è che si riesca più a comprare granchè… E il lavoro, quel lavoro che chiede sempre tanto, che di questi tempi, ringraziare di averlo ancora… Testa bassa e… Lavorare!!
E la passeggiata sul lago c’è stata, e mi sono anche tolto una soddisfazione, subito, ma poi rimaneva sempre quel qualcosa in sospeso, quel buco… E le serate in centro a Verona, belle si, ma poi… Sempre quel buco… E il lavoro, che con l’ultimo boccone di colazione ancora nel gozzo c’è da scapicollarsi giù in mezzo al traffico per timbrare in tempo, e poi, corri corri, a risolvere mille problemi che non mi appartengono, con i quali ho poco a che fare, se non fosse per quel numerino in fondo alla busta paga che cita “netto mensile”. Poi la spesa di corsa, e far da mangiare per la cena e per il pranzo del giorno dopo al lavoro, che quando finisci ormai sono le dieci, e non hai più l’energia per fare niente, ti butti sul divano con la pretesa di guardare la tv, e ti addormenti subito… Suona la sveglia, è già il giorno dopo e… Sempre quel buco…

Fare sempre e solo quello che serve a te, mettere te al centro della tua vita, ti fa sentire il buco…

Ieri mi sono ricordato di avere un blog e ho rubato alcuni minuti alla frenesia del mio “buco” per rileggermi qualcosa dell’esperienza in Etiopia… In un attimo mi sono perso nel ricordo di tutte le persone che abbiamo conosciuto, di tutti i volti che abbiamo incontrato, di tutte le storie di disperazione che abbiamo ascoltato, e di quelle di speranza…

…La foto di me con quel badile in mano, e dietro la rete i ghigni dei monelli della missione di Robe che tramavano alle mie spalle…”Che bei momenti” ho pensato, e un sorriso per un attimo è riapparso sul mio volto accigliato…

“Eh si” mi sono detto “lì il buco non c’era più, o per lo meno, non lo sentivo più”…
Eh certo… Erano loro ad averlo riempito…

 

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Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Etiopia 2012

 

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L’ultima frontiera dell’evangelizzazione 08/08/12

Un uomo innamorato dell’Etiopia, innamorato degli Oromo, capace di entrare nelle pieghe della realtà etiope e inventarsi mille modi diversi per tirare fuori gli ultimi dalla loro situazione, partendo da un profondissimo rispetto per loro e per la loro cultura, non importa se la regione dell’Oromia (che a sud-est di Addis Aba si estende fino ai confini con Kenya e Somalia) è pressochè dominio islamico, non importa se parlano un’altra lingua dall’amarico (qui parlano Oromo, lingua totalmente diversa), non importa se nessuno di loro si convertirà al cristianesimo, l’importante è essere riusciti ad aiutare almeno uno di loro a sollevarsi.
Stazza importante, sguardo bonario ma severo allo stesso tempo, lunga barba grigia che lo fa assomigliare ad un Babbo Natale di frontiera, nonostante i suoi trentacinque anni di missione in Etiopia nel suo amarico si riesce ancora a distinguere l’accento marchigiano, Padre Angelo ci dice “dopo pranzo si parte”, e dopo pranzo partiamo, incastriamo gli zaini nel Toyota Land Cruiser stipato all’inverosimile di attrezzi da lavoro, stampanti, provviste. Destinazione Robe, città situata nel bel mezzo della regione dell’Oromia, sui monti Bale, a sud-est di Addis Abeba, il programma prevede una sosta alla missione di Kofele dove dormiremo, ci sono quattrocento chilometri da affrontare, e qui in Etiopia non esistono autostrade. Per la strada ci fermiamo a fare altri acquisti e il poco spazio a disposizione si riempie di piantine di passiflora, cipressi, rosmarino, gerbere, un’altra sosta nella zona del lago Moka e in mezzo alle gambe dobbiamo fare stare ceste di pomodori e profumatissime cipolle rosse. Padre Angelo è un frate cappuccino, ma è anche un contadino, ma è anche il neo-nominato prefetto dell’Oromia, durante il viaggio ci elenca le numerose missioni sparse per la regione (Dodola, Herero, Robe, Goba) e gli innumerevoli progetti da mantenere o da avviare, o in fase di avviamento o semplicemente frutto della sua inesauribile intraprendenza, scuole, centri per la promozione della donna, un ambizioso progetto agricolo per l’introduzione della moringa nella regione di Dolomanna, quasi al confine con la Somalia, un ortaggio facile da coltivare e ad alto valore nutritivo, o il progetto di avviare insieme a Slow food una cooperativa di locali per la raccolta lavorazione e vendita del caffè selvatico di alta qualità nelle foreste di Harenna, tutte iniziative che una volta avviate e consolidate passano in mano totalmente alla gente del posto.
Uno di questi esempi è il mobilificio di bambù della missione di Kofele, quando entriamo veniamo accolti da sguardi sorpresi, imbarazzati, ma anche ansiosi di mostrarci i loro lavori, stringiamo la mano ad un ragazzo e a due donne attorniate di bambini, reggendo il gomito con la sinistra, come si usa qui in Etiopia in segno di rispetto, splendidi lavori di sedie, tavolini e letti in bambù aspettano solo di essere finiti. Sono già venduti, la cooperativa ha già un reparto di marketing che gestisce ordini e consegne, i mobili si fanno su ordinazione, la richiesta è alta perchè i mobili in bambù costano molto meno di quelli in legno, infatti il guadagno al pezzo è piuttosto basso, 200 birr ( circa 10 euro) per un tavolinetto, ma la dignità di guadagnarsi il pane con il proprio lavoro, quella non ha prezzo.
E’ l’imbrunire quando Padre Angelo ci porta a fare un giro nella missione, di qui la scuola, più in là l’asilo e il centro per la promozione della donna, lì vicino l’idea di aprire un centro per ragazze madri. Entriamo in un portone, un prato verdissimo ci da l’impressione di camminare per i prati d’Irlanda, a destra un vivaio, piantine di ogni tipo di fiore o di albero giacciono ordinate con cura in file sotto basse tettoie di legno per ripararle dal sole, “che cosa ne fate di tutte queste piante, le vendete?” chiedo a P. Angelo “no, le regaliamo. Un po’ le diamo alla gente qui del villaggio, soprattutto i più poveri e in difficoltà , ma la maggior parte la regaliamo agli orfani dei progetti di adozione a distanza, per stimolarli ad apprendere il valore del prendersi cura di un essere vivente, con la famiglia lo piantano nel giardino di casa, e insieme alla pianta cresce anche la loro percezione di cosa significhi un “focolare familiare”. Ne avremo regalate a migliaia di queste piantine, una volta dovevamo andare noi per i villaggi a portargliele, adesso sono i bambini a venire, armati di zaini e sporte si sobbarcano chilometri e chilometri a piedi dai loro villaggi dispersi per i monti, per venire a prendersi le loro piantine”.
Continuiamo per un boschetto di eucalipti che con il suo profumo ci rigenera e ci rilassa, arriviamo ad un campo sportivo, un vero campo da calcio con ovale per la corsa, pista per il salto in lungo, gradinate ricavate nel terrapieno intorno e porte ben provviste di rete, qui grazie al lavoro di questa missione di cappuccini l’Etiopia partorisce i grandi talenti dell’atletica e della corsa che incantano il mondo con le loro prestazioni, come Galate Burr, una giovane gazzella che alle scorse olimpiadi di Berlino non si classificò per la finale solo a causa di una scorrettezza di una concorrente.
“Fino ad un anno fa questo campo sportivo era aperto a tutta la comunità” ci spiega P. Angelo “lo mettevamo a disposizione anche per riunioni di paese, per congressi politici, poi l’anno scorso abbiamo organizzato un torneo di calcio, avevamo anche noi una nostra squadra cristiana, qui sono tutti musulmani, fra di loro quel giorno c’erano anche infiltrati, ne sono sicuro, persone mandate qui per aizzare la folla. Insomma per farla breve vincemmo noi il torneo e scoppiò il finimondo, figurati, 40000 musulmani inferociti e 4 poliziotti, iniziarono a lanciare di tutto, a rompere tutto, a tirare sassate all’asilo, alla scuola, alla missione, io non c’ero quel giorno, ma le suore e i padri dovettero rifugiarsi nella missione e sperare nello spirito santo. Fu solo per volontà del signore che quel giorno non si trasformò in una tragedia, io ho dovuto chiudere il campo sportivo per un anno intero, solo di recente l’ho riaperto dopo aver ottenuto dal governo etiope l’impegno a realizzare un campo sportivo pubblico, dove ingerenze politiche e intolleranze religiose non trovino tra le mura della missione cristiana un terreno fertile dove incendiarsi. Qui è una polveriera, basta una scintilla e scoppia tutto, qui il 95% della popolazione è musulmano, con sparuti gruppi di cristiani ortodossi che sono peggio dei musulmani, in più sta aumentando l’influenza degli arabi che vogliono instaurare un islam più estremo e intransigente, fino a dieci anni fa di donne con il volto coperto qui non se ne vedevano, ora sono sempre di più.

Noi siamo chiamati ad essere messaggeri del Signore in un posto dove è difficile essere cristiani, dobbiamo essere pronti a tutto, anche al peggio…

…Qui siamo all’ultima frontiera dell’evangelizzazione…”.

 
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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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Belle cose da fare e brutte cose da vedere 07/08/12

 

Una Lada, in realtà una Fiat 124, erano 28 anni che non salivo su questo modello di macchina, blu con il tettuccio bianco, quella di mio padre era verde. Ritrovo ogni particolare di questa macchina nei risvolti più profondi e cari della mia memoria, il contachilometri lineare anziché circolare, i selettori orizzontali dell’areazione, le spartane manopole dei finestrini, le luci di cortesia in cima ai montanti delle portiere, il tettuccio rivestito di plastica beige punteggiato di forellini, quante volte l’ho fissato la sera, tornando a casa con la macchina piena dei miei fratelli, mentre papà spingeva sull’acceleratore e mamma cercava di imbonirci con la solita innocente bugia “ora andiamo al cinema Bianchini, sotto i lenzuolini”.
Quando scendiamo dal taxi e dai miei ricordi d’infanzia ci ritroviamo in una delle tante squallide vie  periferiche di Addis Abeba, Elisa, una volontaria di Alba Adriatica, ci fa strada in un vicolo traboccante miseria e degrado, con uomini seminudi sdraiati a dormire lungo la strada e donne che senza tanti complimenti si alzano la gonna e fanno i loro bisogni lì in mezzo, davanti a tutti. Una volta entrati nel centro delle Missionarie della Carità della Beata Madre Teresa di Calcutta uno scenario familiare si riaffaccia con tutta la sua umana drammaticità, ci viene incontro Tzegay, un bambino che pur nel suo handicap si muove autonomamente sulle sue gambe storte come rami d’ulivo, e sbavando copiosamente ci accoglie festoso con una contagiosa e spontanea vivacità. Con Elisa facciamo un po’ il giro del centro, la stanza dei giochi, la sala della fisioterapia, dove diversi giovani fisioterapisti spagnoli (volontari) sono alle prese con gli esercizi di riabilitazione indispensabili per questi bambini. Poi la stanza dei bambini più piccoli, affollata di lettini, poi quella dei neonati, e la stanza delle ragazze vittime di violenza, che stanno qui per un po’, in previsione di attuare la scelta già decisa di abbandonare i propri bambini per darli in adozione. Spesso queste ragazze sono colf di qualche casa di ricchi, violentate dai loro padroni e poi allontanate una volta rimaste incinte, Brad Pitt e Angelina Jolie qualche anno fa vennero qui ad adottare alcuni dei loro bambini.
Mentre giriamo per le stanze del centro intorno a noi si fanno avanti bambini con ogni tipo di disabilità fisica o psichica, un bambino è perennemente “legato” per impedire che si faccia del male, un bambino a dispetto della marcata deformità della sua testa mi trasmette subito la sua intelligenza, semplicemente incrociando il mio sguardo. Monica ed io, seppur inevitabilmente scossi dal primo impatto, ci rendiamo subito conto che l’esperienza di Betlemme ci ha già preparato, siamo in grado di affrontare la situazione che ci sta intorno, quello che ancora non eravamo pronti a vedere sono le precarie condizioni igieniche che si riesce a garantire qui in Etiopia. Mentre aiuto Daria (una volontaria di Palermo) a piegare pezzi di stoffa lei mi dice “sai cosa sono questi pezzi di stoffa che stiamo piegando? Sono i pannolini per i bambini, sono sempre gli stessi, non c’è altro, li lavano e li rilavano all’infinito, a mano, spesso senza neanche il detersivo, e quel che viene fuori viene fuori…”, ed aggiunge “qui ci sono bellissime cose da fare e bruttissime cose da vedere”.
Ora della pappa, mi ritrovo come a Betlemme con una ciotola esageratamente grande di riso e un bambino da imboccare che senza dare problemi pian piano finisce il suo pasto. Gli tolgo il pesante bavaglio di gomma e mi chiedo con cosa pulirgli la bocca, Elisa mi indica “lo vedi quel secchio? Lì dentro ci sono alcuni stracci, sono quelli che usano per fare tutto, pulire i tavolini dove mangiano, pulire i bambini dopo mangiato, raccogliere gli avanzi da terra, poi li buttano tutti in quel catino d’acqua (torbida come uno stagno), una strizzata e via, lo riadoperano con un altro bambino, poi continua “eh, qui le condizioni igieniche sono quello che sono, ho provato a insegnargli a passare ogni tanto lo straccio per terra” riferendosi agli operatori del centro “ma niente, loro non sono abituati così, e sai, poi a insistere si fanno l’idea che tu sei qui per insegnargli come fare il loro lavoro. L’altro giorno un bambino mentre mangiava se l’è fatta un po’ addosso ed è finita un po’ di pupù per terra, e mica nessuno che la raccogliesse, ho dovuto insistere perchè qualcuno desse una pulita, allora un operatore con uno straccio ha levato la pupù, ma sai, senza passare almeno con un po’ di detersivo, l’odore resta”. Mentre ritorno al catino per buttare lo straccio devo schivare il vomito di un bambino che solo Monica ha l’impulso di togliere con un colpo di straccio prima che qualcuno ci scivoli sopra. Prendo in braccio il bambino a cui ho dato da mangiare e, dopo avergli dato un po’ da bere, lo porto in un’altra stanza per cambiarlo e metterlo a nanna, prima di uscire dalla “sala da pranzo” noto una fila di bambini contro il muro seduti sul proprio vasino, Elisa mi guarda con un amaro sorriso “lo vedi? Gli fanno fare i bisogni nella stessa stanza dove si mangia, qui sono abituati così”. Annodo alla meno peggio il canovaccio di stoffa intorno alla vita del bambino e poi cerco nell’armadio qualche vestito che gli possa stare, ma non capisco dove sia la roba dei maschi e dove quella delle femmine, Daria taglia corto “non preoccuparti, mettigli addosso quello che capita, tanto uomo o donna, qui nessuno ci fa caso”. Intanto bambino dopo bambino l’aria nella stanza si fa pesante, il tanfo si accumula e riesce difficile respirare, Elisa mi spiega che per lavare i bambini li sdraiano tutti per terra in bagno, li insaponano uno per uno e poi li risciacquano versandogli sopra dell’acqua con un catino, e conclude riassumendo tutto in una massima crudele ma spietatamente vera “almeno hanno qualcuno che si occupi di loro, se non ci fosse il centro non avrebbero nemmeno questo”.

 
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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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