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Archivio mensile:luglio 2013

Un clown fra i bimbi di Gaza “ per far sorridere il cielo”

(Tratto dal sito del Patriarcato Latino di Gerusalemme)

Un clown fra i bimbi di Gaza “ per far sorridere il cielo”

 

 

 

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Nella striscia di Gaza, abbiamo incontrato Marco Rodari, il clown italiano che va a trovare le comunità cristiane più tribolate nel mondo per portare ai bambini un sorriso.

Merita attenzione la storia del clown “Il Pimpa”, all’anagrafe Marco Rodari, che, ormai da diversi anni, parte dal piccolo paese di Leggiuno nel nord d’Italia e va a trovare bambini che vivono situazioni difficili. Lo abbiamo incontrato nella striscia di Gaza letteralmente circondato da magie e sorrisi, durante il campo estivo per i bambini della parrocchia latina della Sacra Famiglia. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Perché un clown a Gaza?

Semplice – dice Il Pimpa – è la voglia di far sorridere il cielo, perché in alcuni luoghi del mondo, il cielo, anche quando è completamente azzurro, purtroppo non è sereno. Allora, una semplice magia fatta con i bambini aiuta a portare serenità al cielo, a tutti i bimbi che da lassù ci seguono e a tutti quelli che hanno ancora i piedi per terra.

Da dove nasce la tua voglia di stare con i bambini?

Innanzitutto dal puro ed egoistico piacere. Durante ogni momento trascorso con i bimbi sono sempre io quello che si diverte di piu’. Inoltre sono cresciuto in un luogo fondamentale che non smetterò mai di ringraziare, la scuola di valori per me più importante: l’oratorio e l’incontro fortunato con tante grandi persone che gratuitamente mi hanno formato (e continuano a farlo) nell’approccio al bambino.

Continuando nella chiaccherata scopriamo che Il Pimpa si da da fare anche in Italia tra ospedali, carceri, scuole e oratori applicando la clownterapia.

Cos’è la clownterapia?

Risponderò in modo poco scientifico. Il clown fa clown terapia quando prende il bambino e porta la sua mente fuori dal contesto, solitamente poco piacevole, che sta vivendo usando semplicemente la fantasia.

Progetti per il futuro?

Beh facile, dice Il Pimpa, continuare a giocare cercando, sempre, di far sorridere il cielo!

Per conoscere nel dettaglio i progetti che porta avanti Il Pimpa si può visitare il sito della sua associazione http://www.icoloridelsorriso.it, oppure scrivendogli as pimpiripettenusa@live.it.

Articolo e foto del nostro inviato a Gaza, Andres Bergamini

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Pubblicato da su luglio 22, 2013 in Varie

 

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La UE vieta i rapporti con le colonie israeliane

“…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati…” MMatteo (5, 1 -12)

La UE vieta i rapporti con le colonie israeliane

 

“Un terremoto”, lo definisce Tel Aviv: da venerdì i 28 Stati membri non potranno cooperare in nessun modo con le entità israeliane in Cisgiordania, Golan e Gerusalemme Est.

 martedì 16 luglio 2013 10:46

MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS

di Emma Mancini

Gerusalemme, 16 luglio 2013, Nena News – L’Unione Europea fa infuriare Israele: una nuova direttiva emessa da Bruxelles impedisce a tutti e 28 gli Stati membri di cooperare con “entità israeliane” in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Alture del Golan. Ovvero, nessun rapporto con le colonie israeliane, considerate illegali dal diritto internazionale.

L’ordine, assunto lo scorso 30 giugno, avrà effetto dal 19 luglio (il prossimo venerdì) almeno fino al 2020 e include ogni aspetto delle relazioni classiche tra i due Paesi: Israele dovrà garantire che tutti i progetti di cooperazione (“finanziamenti, cooperazione, borse di studio, premi di ricerca”) con l’Unione Europea si svolgano entro i confini del 1967. Colonie bandite. Bruxelles ha subito spiegato che tale direttiva “è conforme alla posizione di lungo periodo dell’Unione Europea secondo la quale le colonie israeliane sono illegali secondo il diritto internazionali ed è conforme con il non riconoscimento da parte della UE della sovranità israeliana sui Territori Occupati”.

Target della UE anche le Alture del Golan Siriano, occupate da Israele nel 1967 ma spesso “dimenticate” dalla comunità internazionale. Tanti sono i progetti e le collaborazioni con l’area, soprattutto di natura commerciale, e la nuova direttiva potrebbe far drammaticamente crollare le esportazioni europee. E nei Territori? Secondo un rapporto del Der Spiegel di inizio anno, l’Europa importa oltre la Linea Verde – ovvero verso le colonie israeliane – beni per circa 287 milioni di dollari l’anno. E i beni provenienti dagli insediamenti erano già finiti sotto i riflettori di Bruxelles: a febbraio la UE, su spinta di alcuni Paesi membri, ha introdotto una nuova procedura di etichettatura dei prodotti delle colonie israeliane, per permettere al consumatore di scegliere sulla base di informazioni complete.

Immediata la reazione, furiosa, di Tel Aviv che denuncia la mossa della UE come controproducente e dannosa per la ripresa dei negoziati di pace. Il vice ministro degli Esteri, Zeev Elkin, ha definito la decisione “molto significativa e preoccupante, che non aiuta i tentativi del segretario di Stato USA Kerry di far ripartire il dialogo con i palestinesi”. Dimenticando forse gli annunci continui di nuovi progetti di costruzione e espansione delle colonie israeliane in territorio palestinese, il vero ostacolo a qualsivoglia negoziato.

Un funzionario israeliano, rimasto anonimo, ha parlato con il quotidiano israeliano Ha’aretz, definendo la mossa della UE “un terremoto” che stravolge senza precedenti gli accordi ufficiosi (e non) con la UE che assume così una politica “formale e cieca”. Ovvero, Bruxelles si è fatto improvvisamente rispettoso del diritto internazionale e delle sue stesse dichiarazioni e questo non ci va giù.

E se il partito laburista “plaude” alla presa di posizione europea per attaccare l’esecutivo e accusarlo di “danneggiare il Paese, ponendolo sotto l’assedio del mondo”, la tensione che si respira tra i corridoi del governo israeliano è palpabile. Funzionari dell’ufficio del primo ministro e del Ministero degli Interni parlano di “grande ansia”, un’ansia che minaccia di tramutarsi in un congelamento dei buonissimi rapporti con Bruxelles.

Nena News

 
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Pubblicato da su luglio 17, 2013 in Varie

 

Guardiamoli in faccia e chiediamoci se possiamo permettere che succeda senza fare niente

Pochi sanno che le ingiustizie di Israele non vengono consumate solo nei territori occupati Palestinesi, ma anche nello stesso territorio Israeliano.

Ci sono due tipi di israeliani in Israele, gli “israeliani ebrei” e gli “arabi israeliani”, i secondi sono i palestinesi (arabi) che da sempre vivono nel territorio palestinese diventato “Israele” nel ’48, che durante la Nakba non se ne sono andati dalle loro terre, e sono stati “naturalizzati” dalla storia come “arabi israeliani”.

Sulla carta sono cittadini israeliani, hanno passaporto israeliano, ma non hanno gli stessi diritti dei primi.

Anche in Sud Africa esisteva una situazione del genere, c’erano i bianchi padroni e i neri senza diritti… Si chiamava Apartheid.

Ma in fondo che cosa ne sappiamo noi di come vivono gli arabi israeliani in Israele? Quali sono i diritti che agli altri israeliani sono garantiti e a loro sono negati?

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81250&typeb=0&Israele-e-gli-invasori-indigeni

Innanzitutto il diritto primario, quello di poter vivere nella propria terra, nella propria casa, secondo le proprie tradizioni, che in questi giorni sta per essere definitivamente negato alle popolazioni beduine del deserto del Negev, con l’approvazione di una legge criminale (il “Piano Prawer”) che entro tre anni confinerà i beduini (tradizionalmente nomadi del deserto) in città “ghetto” che non avranno nulla da invidiare alle riserve dei nativi americani negli Stati Uniti, o ai ghetti di Varsavia.

La giustificazione di Israele è che “i beduini verranno accompagnati in un percorso di ‘civilizzazione’ che garantirà loro migliori servizi e migliori condizioni di vita…”.

Kadher e Abed, i beduini che durante l’incontro di Pax Christi dello scorso autunno a Padova ci hanno testimoniato personalmente questa realtà, ci hanno parlato di città “ghetto” senza impianto fognario, senza acqua corrente, senza servizi raccolta dei rifiuti, dove sarebbero costretti a vivere peggio di quanto non vivano nel deserto secondo i loro usi e costumi.

Ma soprattutto verrebbe loro meno la cosa più importante… La libertà.

Perchè ad un beduino non serve una città, per essere felice gli bastano le sue pecore, il respiro del deserto, e la libertà.

E mi torna alla mente un villaggio aborigeno che avevamo vistitato nel 2006 nel nostro viaggio in Australia, Hermannsburg. Mi ricordo l’immondizia dappertutto, l’abbandono, l’alcolismo dilagante, ombre di persone che si muovevano per la città come zombie, gli sguardi spenti, come avessero loro cavato via l’anima. Erano gli aborigeni privati del loro stile di vita, delle loro tradizioni, della loro libertà.

Adesso altri hanno intenzione di fare lo stesso con i beduini del deserto del Negev, e noi, se siamo umani, non possiamo permettere che questo accada senza neanche battere ciglio, senza neanche saperlo.

Lunedì scorso i beduini del deserto del Negev si sono riuniti per le strade di Be’er Sheeva per dire no al “Piano Prawer”. Risultato 20 arresti.

Ma ve lo faccio dire da Kadher… Qui sotto la sua mail e le foto che ci ha mandato:

Date: Tue, 16 Jul 2013

ciao amici … vi mando i fotto dalla manifestazione … per quello che e sucesso iere ci sono 20 arristatti solo a beer sheva. Stata un manifestazione perche il governo ha fatto una legge contro i beduine che intro 3 anni dovivano lasciare i vilagie non ricinosciute e trasfferirce dalla nostra teera e abitare in village riconosciute … si intro 3 anni se i beduine non lasciano la teera il governo le trasfiriscono con la forza … questo legge e pasato il primo voto e se rimasto due volti fino a questo mesi e se sara finalmenti un leege … spriamo bene alla fine e ci sentiamo…“.

Guardiamoli in faccia e chiediamoci se possiamo permettere che succeda senza fare niente.

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Pubblicato da su luglio 17, 2013 in Varie

 

Army helicopters fly very low on the village of Al Fakheit on july 8

Io sto con la gente di Massafer Yatta.

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Pubblicato da su luglio 17, 2013 in Varie

 

Settlers attack Palestinian shepherd near Mitzpe Yair outpost

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On July 14 at about 7.30 p.m., Omar Ahmad Gebren Hosheia, age 28 from Al Mirkez, was attacked by three masked settlers while grazing his sheep near the Mitzpe Yair outpost. The settlers stoned Omar on his head and face. Because of his serious injuries, Omar was taken by ambulance to Hebron’s Alia Hospital, where he remains hospitalised.

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Pubblicato da su luglio 15, 2013 in Varie

 

Military raid in the village of Jinba, in Firing Zone 918, during the night on July 4

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During the night between July 3 and 4, thirty soldiers with five military jeeps broke in the Palestinian village of Jinba in the area called by the IDF Firing Zone 918. The soldiers arrived from the Israeli outpost of Mitzpe Yair and from the military base located nearby the Palestinian village, together with two settlers who were accusing Palestinians of having stolen one of their sheep. Soldiers broke into and ransacked several Palestinian houses breaking metal doors; they threw stun grenades, among which one was thrown into a house and one directly hit a man who was sleeping outdoor. During the raid four boys were beaten by soldiers with their guns. Three men were brought and detained into the Israeli outpost of Mitzpe Yair for several hours. The last one (Mahmoud Isa Ibrahim Rabai) was released at 9:00 am.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pubblicato da su luglio 8, 2013 in Varie

 

L’esercito egiziano schiera carri armati sul Sinai ai confini della Striscia di Gaza

Per bloccare il contrabbando attraverso i tunnel nell’enclave palestinese

L’esercito egiziano schiera carri armati
sul Sinai ai confini della Striscia di Gaza

Ieri notte intanto un giovane palestinese è rimasto ucciso, non si sa se da un colpo d’arma da fuoco o se investito da un automezzo militare israeliano, durante incidenti divampati nel villaggio di Dura, presso Hebron, in Cisgiordania. I disordini sono iniziati quando un’unità militare con la stella di David è stata colpita da una sassaiola

Tank del Cairo nel Sinai

ROMA -Per la prima volta dopo molto anni, l’esercito del Cairo ha dispiegato  almeno 30 carri armati nella regione del Sinai lungo il confine con la Striscia di Gaza.
Lo hanno riferito i media locali, che parlano di blocco alle attività  di contrabbando attraverso i tunnel nell’enclave palestinese. Secondo il trattato di pace con Israele, l’ Egitto deve coordinare con le autorità  dello Stato ebraico ogni manovra che coinvolga mezzi militari e armi pesanti nel Sinai.

I media egiziani non hanno precisato se questo sia avvenuto. Il dispiegamento di mezzi militari nel Sinai arriva in un momento di forti tensioni politiche in Egitto, dopo le proteste di massa dell’opposizione di domenica contro il presidente Mohamed Morsi.

Ieri notte intanto un giovane palestinese è  rimasto ucciso durante incidenti divampati nel villaggio di Dura, presso Hebron, in Cisgiordania. I disordini sono iniziati quando un’unità militare è stata colpita da una sassaiola. Il giovane, riferisce la agenzia di stampa palestinese Maan, è  stato investito da un automezzo militare ed è poi deceduto in ospedale. Altre fonti, finora non confermate, sostengono che sarebbe morto invece dopo essere stato colpito da un proiettile.

 
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Pubblicato da su luglio 3, 2013 in Varie

 

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