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Archivio mensile:giugno 2013

6th Annual Festival of Non-Violence Resistance of the South Hebron Hills

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Al Mufaqarah R-Exist

The Popular Struggle Committee and the communities of Masafer Yatta invite you to the 6th Annual Festival of Non-Violence Resistance to celebrate the perseverance and courageous spirit of the inhabitants of the Firing Zone 918.

The festival will include:
– Speeches by the leaders of the local communities;
– Dabke dancing (a traditional Palestinian dance) performed by a troupe from At-Tuwani;
– Concert of traditional Palestinian music;
– Clowns’ entertainment;
– Skits performed by the children who attended previous summer camps;
– Lunch…

The festival aim to raise awareness and stressed the rights of the communities of the Masafer Yatta district, and specifically of the Firing Zone 918, to remain on their land.

The Firing Zone 918 (7.500 acre) was proclaimed during the ’70, but any enforcement action had been taken since the end of ’90. Twelve communities live in caves and tents, without electricity and running water, in a…

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Pubblicato da su giugno 25, 2013 in Varie

 

Mohammad Assaf… Il riscatto è possibile…

Mohammad Assaf vince Arab Idol

Palestinese vince il talent show più famoso del mondo arabo. Scoppia la festa a Gaza.

Mohammad Assaf
Mohammad AssafSi chiama Mohammad Assaf, ha 22 anni e dal 23 giugno e da quando ha vinto il talent show Arab Idol, più seguito dal mondo arabo è l’idolo di tutti i ragazzi  palestinesi e non solo. La storia di Mohammad  assomiglia molto a quella del protagonista del film  The millionaire.

Nato in Libia da genitori palestinesi, poi trasferitosi nel campo profughi di Khan Younis, nella Stiscia, Assaf ha conquistato tutti con la sua voce e la sua storia. Fino all’ultimo non era riuscito a uscire da Gaza, per le difficoltà create da Hamas e poi dall’Egitto.

 
LE PERIPEZIE PER PARTECIPARE. A Beirut era arrivato in ritardo ma alla fine era riuscito a fare un provino. E a farsi ammettere.
Da quel momento il ragazzo è diventato il simbolo del riscatto sociale per tutti. E ha incollato davanti agli schermi giganti la gentenella «capitale» palestinese Ramallah, come in altre città. Dopo la sua vittoria è scoppiata la la festa: danze, canti, fuochi d’artificio e ingorghi giganteschi lungo le affollate strade cittadine.
Sostenuto dal presidente Mahmoud Abbas in persona,  Assaf ha battuto la concorrente siriana Farah Youssef e l’egiziano Ahmed Jamal, forte del voto popolare di milioni di connazionali. Ma la mobilitazione dei palestinesi qui e in tutto il mondo ha portato una valanga di voti per sms a Assaf, che ha cantato brani pop e della tradizione palestinese, è apparso in video con la kefiah, e ha ricordato apertamente le «sofferenze del suo popolo» di cui è diventato un emblema.

Domenica, 23 Giugno 2013

 
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Pubblicato da su giugno 24, 2013 in Varie

 

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Notizie dalla Terra Santa

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=AH2BnYVFyiU#at=466

 
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Pubblicato da su giugno 24, 2013 in Varie

 

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Dignità

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A volte certi ricordi ritornano, di botto, quando meno te llo aspetti, stanno lì, latenti nella tua memoria, ma il tuo cervello o il tuo cuore non li cancellano, perchè sono stati importanti per te, per la tua vita, per la formazione della tua personalità, dei tuo principi, dei tuoi valori, dei tuoi affetti, delle tue consapevolezze.

Quello che successe quel giorno mi segnò nel profondo, mi diede una lezione di vita che non riuscirò mai a dimenticare, per fortuna.

Dodici anni sono passati da quel giorno di Agosto, nessuno si immagina la reazione che avrà mettendo piede in uno slum, in una baraccopoli. Io con i miei sciocchi e acerbi 26 anni neanche mi ero reso conto di dove stavo andando, ero totalmente impreparato.

I palazzi di Nairobi che dietro l’angolo diventano case di fango, poi baracche di lamiera, la strada asfaltata che diventa un maleodorante rigagnolo di liquami, la quantità di immondizia che si accumula tra le baracche e sulla “strada”, e sembra sul punto di seppellire tutto.

Persone si muovono intorno come nulla fosse, chi stende i panni, chi in un tegame annerito su due braci cuoce una zuppa di pesce con una lisca scarnificata di tutto meno che della testa, e i bambini ricoperti appena da lembi di maglietta ormai sventrati dal logorio, sporchi da non immaginarsi, che giocano e ridono tra i cumuli di immondizia, come nulla fosse.

Ricordo la curva della ferrovia che taglia in due la distesa di baracche, noi camminiamo sulla massicciata, io, un fratello comboniano, l’amico prete italiano di sempre, e il mio migliore amico. Un ragazzo si avvicina e mi biascica contro qualcosa di incomprensibile, barcolla, quasi non si regge in piedi, i vapori di colla che gli escono di bocca si sentono ad un metro di distanza.

Due bambine ci osservano, immobili tra le baracche esageratamente vicine tra di loro, con i piedi nello scolo dei liquami, penseranno che siamo dei marziani, o semplicemente dei pazzi, tre spostati “muzungu” (bianchi di merda) che piombano come fantasmi nelle loro vite per il solo gusto di sfidare la miseria.

E’ in quel momento che decido di immortalare tutto questo, consapevole che nessuna pellicola riuscirà mai a restituire veramente il disgusto, la paura, la compassione, la puzza insopportabile, gli sguardi della gente, la sensazione di assurdità, la voglia di piangere… L’impressione che se esiste un inferno, grossomodo deve essere fatto così, che se esiste, l’inferno, probabilmente lo stiamo calpestando.

Inquadro la distesa sottostante di baracche e scatto.

Mi giro per riprendere il cammino, dobbiamo proseguire, dobbiamo tornare prima che cali il buio. E’ in quel momento che me lo ritrovo davanti, immobile, statuario, un anziano signore, una sporca e lacera giacca di lana blu raccoglie le sua quattro ossa, la barba incolta e ingrigita, un’aria di rispettabilità che gli anni e la miseria gli hanno cucito addosso, e che nessuna sporcizia potrà lavargli via.Mi guarda dritto negli occhi con sguardo di rimprovero e insieme di comprensione, con un filo di voce saturo di sarcasmo, ammiccando alla distesa di baracche sottostante mi dice “…what a beautiful view…”.

“No…” è l’unica risposta imbarazzata riesco a dargli ad occhi bassi, prima di scansarlo e di fuggire dalla vergogna, vergogna che mi ha seguito fino ad oggi e non mi abbandonerà più finchè campo.

Arriviamo alla nostra destinazione, la casa di un uomo che ogni giorno si alza dal suo giaciglio di paglia, si mette in camicia, esce dalla sua baracca e attraversa a piedi Kibera per andare a lavorare come giardiniere presso la casa dei comboniani di Nairobi. Quando torna a casa dedica un pò del suo tempo a dare lezioni di inglese ai bambini delle baracche vicine. Non lo fa in casa sua, lo fa in una baracca adiacente, della quale, come per casa sua, paga un affitto. Paga l’affitto di una baracca in più solo per dare lezioni ai bambini.

La moglie ci invita ad entrare, tiene in braccio una bellissima bambina di neanche un anno, scherzo un pò con la piccola, “è bellissima!”, dico alla donna, e lei “si… Ma è malata… Dissenteria…”, come se si chiedesse quanto ancora durerà. Quando entriamo nella semi-oscurità della baracca subito intravvediamo solo occhi e i denti, poi la vista si abitua, una decina di bambini, composti, silenziosi ed educati, aspettavano solo noi per iniziare la messa.

Durante tutta la messa, tenuta dall’amico prete, non vola una mosca. Quando usciamo è già buio, ci affrettiamo sulla strada del ritorno, evitiamo di incrociare gli sguardi per non dare nell’occhio, ma come possono passare inosservati quattro muzungu nel bel mezzo di uno slum, quando della gente si vedono solo occhi e bocca, e noi nell’oscurità diamo nell’occhio come mosche bianche?

Mentre ripercorriamo a ritroso i chilometri di miseria, ora celati dal buio totale, il terrore mi assale, è la prima volta in vita mia che ho realmente, concretamente paura di morire. Poi la luce dei primi lampioni squarcia l’oscurità, ricompaiono i palazzi… Siamo fuori, sani e salvi.

Gli incontri di quel pomeriggio mi insegnarono il valore di una parola che nessuna miseria, nessun disagio, nessuna ingiustizia, dovrebbero mai riuscire a lavare via:

Dignità.

 
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Pubblicato da su giugno 21, 2013 in Varie

 

Tutte le volte che ho rivolto le mie attenzioni a qualcuno

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Era una mattina livida, senza sole, forse tardo pomeriggio… Il mare immobile lambiva i nostri piedi, piatto come olio, il verde delle alghe rompeva qua e là il grigiore degli scogli, noi stavamo attoniti, muti di fronte alla vastità delle acque.

Mi rimane la meraviglia di quell’incontro fortuito e inatteso, quando i cuccioli di balena si fecero strada tra gli scogli, si posarono in mezzo ad essi, e distesi su un fianco, con un occhio fuori dall’acqua e il muso proteso verso di noi, pazientemente aspettavano le nostre carezze.

Monica mi guarda incredula, cercando nel mio sgomento una qualche spiegazione che non ho, la sua mano esita per qualche istante, per poi abbandonarsi alla pelle ruvida e docile di quelle nobili creature.

A lungo indugiamo sugli scogli, incapaci di congedarci dal piacere di questo incontro, i cuccioli fanno altrettanto, e non so come, ci trasmettiamo a vicenda la nostra gioia, con un linguaggio ancestrale che non ha bisogno di parole, un’energia che vibra dentro, che ci compone ma non ci appartiene, che è dentro di noi, in tutte le cose, ma non proviene da noi, forse amore.

…Quando a malincuore mi risveglio da questo sogno, l’unica cosa che ancora mi pervade è questa sensazione di tenerezza, e il bisogno, l’impazienza di ritrovarla, di riaddormentarmi e ricominciare il sogno lì da dove si è troncato.

Mi chiedo quale sia il significato di questo sogno, così bello e così strano, i cuccioli forse rappresentano dei bambini, o comunque esseri bisognosi delle mie attenzioni, e poi c’è l’incontro con qualcuno diverso da me, ma che ama alla stessa maniera, seppur con un linguaggio differente. E penso all’universalità del linguaggio fisico, le carezze, che si fanno a un figlio, ma anche a uno straniero, o a un animale, e il significato che hanno è uno solo, sempre quello, impossibile da fraintendere persino per gli animali.

E penso ai bimbi dell’Hogar di Betlemme, a quelli di Huari in Perù, e a quelli di Robe in Etiopia…

E a pensarci bene, forse non ho bisogno di riaddormentarmi per ritrovare questo sentimento, l’ho provato tutte le volte che ho rivolto le mie attenzioni a qualcuno che ne aveva bisogno.

 
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Pubblicato da su giugno 18, 2013 in Varie

 

Lo sport aiuta la pace (o forse l’allontana…)

(Articolo tratto da Bocche Scucite)

Lo sport aiuta la pace (o forse l’allontana…)

Pubblicato da il 15/6/13 • Inserito nella categoria: Lente d’ingrandimento,Numero 174

Ai lettori de La Gazzetta dello Sport la notizia non ha minimamente fatto venire il dubbio che anche stavolta, dopo le Maratone e le Sfilate di moda “per la pace”, i grandi eventi mediatici servano allo stato occupante di Israele per diffondere nel mondo l’ idea che Gerusalemme sia Capitale di Israele e la Palestina semplicemente non esista nemmeno nella parte Est della città.

Stavolta, ad attirare migliaia di spettatori e i media di tutto il mondo è stata la Ferrari: insomma, si tratta di sport e non di politica… anzi, di sport che “sostiene il processo di pace”. La Gazzetta dello Sport usa toni entusiastici e riesce a non nominare nemmeno la Palestina, parlando di “bolidi che sfrecciano sotto le mura della capitale di Israele”.
Ma d’altra parte, si dirà, a chi magari ogni giorno riesce a nutrirsi di un quotidiano sportivo certemente non devono interessare le questioni politiche…

Ben più grave è la condizione dei lettori de La Repubblica. L’inviato Fabio Scuto fa apparire i palestinesi che “si infuriano contro l’iniziativa”, semplicemente come nemici del progresso, che non sanno “combinare storia e modernità” e, pur accennando ai motivi della protesta, conclude che “la città Santa è il luogo dove tutto ciò che si svolge attorno al “miglio santo” suscita sempre immediate polemiche”

BoccheScucite invece, anche attraverso il SITO http://www.bocchescucite.org , dà la parola ai protagonisti e, leggere per credere, finalmente ci fa capire cosa è veramente accaduto. Ecco infatti l’articolo di Michele Giorgio per l’ottima agenzia Nena News:

“A Maranello continuano a dimenticare violazioni di diritti, occupazioni militari, convenzioni e leggi internazionali. È accaduto un paio di mesi fa in Bahrain ed ora la Rossa guidata da Giancarlo Fisichella, partecipa alla prima edizione del «Jerusalem Peace Road Show», una sorta di mini GP di F1 su di un circuito di 2,4 km, organizzato dal comune israeliano. Tuttavia non sarà una «strada della pace» quella che percorreranno la Ferrari e gli altri bolidi, perché il tracciato in parte è a ridosso delle mura della città vecchia che rientra nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme, occupata da Israele nel 1967.
Appunto, a Gerusalemme Est. D’altronde la linea del «non vedo, non sento, non parlo» non è insolita per la scuderia di Maranello.
E’ evidente che il mini gran premio ha il fine anche di affermare il controllo israeliano su tutta Gerusalemme, ci sono proprio le dichiarazioni rese dal sindaco israeliano, Nir Barkat, che parla di città «nostra»: «La nostra è una città aperta a tutti ed è importante mandare un messaggio di pace, senza nessun significato politico». Nessun messaggio politico, afferma Barkat. Intanto non c’è risoluzione internazionale che riconosca Gerusalemme capitale di Israele e, per questa ragione, le ambasciate, incluse quelle degli Stati Uniti e dell’Italia, si trovano a Tel Aviv.

L’evento, sottolineano i palestinesi, appare particolarmente «offensivo» perché è stato organizzato a sole due settimane dal 46mo anniversario dell’occupazione di Gerusalemme Est. L’Anp aveva chiesto a Maranello di annullare la sua partecipazione al «Jerusalem peace road show». «Questa corsa è un proseguimento della guerra di occupazione (israeliana) che continua a ripercuotersi sulla città santa di Gerusalemme», sottolinea il governo di Ramallah. «L’iniziativa viola tutte le convenzioni e norme internazionali che considerano Gerusalemme una città occupata. È illegale organizzare alcunché su un territorio spogliato della legalità internazionale». Protesta da parte sua Khaled Qedwa, segretario dell’Automobil club palestinese, per il quale «occorre proteggere il carattere arabo della città santa». Proteste che non scuotono la Ferrari”. (Michele Giorgio)

BoccheScucite

 
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Pubblicato da su giugno 17, 2013 in Varie

 

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Ogni sera, all’ora del Grande Fratello…

Il disgusto per i carnefici, e la pietà per le vittime…

(Articolo tratto da Bocche Scucite)

Ogni sera, all’ora del Grande Fratello…

di Gideon Levy

Non c’è un solo israeliano che possa immaginare cosa dev’essere svegliarsi nel cuore della notte e vedere nella propria casa decine di soldati armati e violenti, cani e granate.

Tutti sanno che l’unità Duvdevan delle Forze di Difesa Israeliane è la migliore possibile per le operazioni-speciali.
La notte del 25 maggio questi soldati erano impegnati in una operazione in Cisgiordania, nel villaggio palestinese di Budrus. I loro comandanti dovevano essersi riuniti per un ultimo briefing pre-missione prima del tramonto. Sicuramente era stato detto loro del pericoloso terrorista che avrebbero dovuto arrestare; avevano senza dubbio sentito che suo fratello adolescente era stato ucciso appena quattro mesi prima, in modo riprovevole – ucciso da una pallottola da distanza ravvicinata mentre cercava di fuggire, dopo aver lanciato dei sassi contro il muro di separazione.

Il raid iniziò alle 02:00. Qualcuno sentì il comandante dire ai suoi soldati: “Non abbiate pietà in questa casa.”
In questa casa in lutto dormivano otto ragazze adolescenti e giovani donne, i loro genitori e il loro fratello più giovane – i membri della famiglia Awad. Sul tetto dormiva il pericoloso ricercato – un cameriere del vicino villaggio di Na’alin, sospettato di aver lanciato pietre.
Ciò che accadde dopo fu poco di meno di un mini-pogrom. C’erano decine di soldati e cani. La porta d’ingresso fu segata, le finestre fracassate, furono lanciate in casa e contro gli abitanti innumerevoli granate assordanti. L’uomo ricercato fu gettato giù per le scale e ferito così gravemente da svenire. Alle donne e alle ragazze sono state riservati calci e colpi in tutto il corpo.

Il giorno dopo Il portavoce dell’IDF ha sotenuto che “i familiari avevano violentemente opposto resistenza all’arresto.”
Il portavoce dell’IDF si è preso la briga di mandare a noi giornalisti un video come prova della resistenza violenta della famiglia: 50 secondi, attentamente curati e senza suono, in cui le donne di casa gridano disperatamente di fronte a innumerevoli soldati armati nella piccola casa. Abed, nascondendosi dietro di loro, terrorizzato, gemeva per il dolore. Sulla clip il portavoce dell’ufficio delle IDF aveva cerchiato un piccolo coltello da frutta nella mano di una delle donne e una falce in miniatura tenuta da un altro, che venivano sventolati in aria. Non ho mai visto un video così ridicolo in mia vita. Ogni minimo dubbio che avrei ancora potuto nutrire su quello che era accaduto a Budrus quella notte fu spazzato via da quella clip, che mi rivelò in modo
inequivocabile che si era trattato di una operazione criminale.

Cominciamo con il fatto che ha avuto luogo nella casa di una famiglia in lutto, in cui un membro adolescente era stato ucciso dai soldati in circostanze che anche l’IDF ammette fossero “brutte”. Ci si poteva aspettare un trattamento diverso di una famiglia così – una famiglia che ha, tra l’altro, molti amici israeliani.

Ciò che è accaduto in casa Awad è stato un fatto di routine. Non c’è un solo israeliano che possa immaginare come debba essere svegliarsi nel cuore della notte e vedere nella propria casa decine di soldati armati e violenti, cani e granate. Questo è avvenuto per ordine del Comando Centrale GOC, del generale maggiore Nitzan Alon, che i coloni hanno additato come “di sinistra” e “moderato”, nell’ennesima disgustosa campagna per cambiare le istruzioni per “aprire il fuoco”, una campagna che non è altro che sete di sangue palestinese.

Questo è quello che fanno i soldati della Duvdevan, quasi ogni notte, mentre noi israeliani guardiamo il “Grande Fratello”.

(tradotto da Barbara Gagliardi dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

 
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Pubblicato da su giugno 17, 2013 in Varie

 

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