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Grazie Lucio…

04 Mar

Ricordo quella sera al teatro Camploy, l’eccitazione di assistere al concerto di due grandi della canzone italiana che si esibiscono insieme, io e Monica a non più di 5 metri dal palco. Ricordo il momento in cui entrano sul palco, Francesco de Gregori in maglia scura e giacca beige, uno spilungone barbuto dall’aria di burbero montanaro, e Lucio Dalla, piccolo, con una giacca a righe e berretto in testa, con quella sua aria da bambino pescatore, i guanti senza dita che gli danno un’aria da poetico “clochard”. Monica mi stringe forte il braccio e si volta verso di me meravigliata “che piccolo!… Non immaginavo che fosse così piccolo!” e non trattiene una divertita risata. In effetti è piccolo, nonostante le cure estetiche che gli avranno riservato nei camerini non riesce a scrollarsi di dosso quell’aria da vecchietto indifeso, fa quasi tenerezza, dai nostri posti riusciamo a scorgere anche dei lievi tremori delle mani.

Poi iniziano a suonare, e il vecchietto indifeso scompare tra le aurore variopinte della musica che soffia forte nelle vele dell’immaginazione, ora al suo posto c’è un gigante, seduto serenamente sullo sgabello del suo piano con mani fluide martella disinvolto i tasti bianchi e neri e dipinge colori ed emozioni sui nostri volti sbalorditi, con la maestria di chi conosce a memoria dove sta la serratura del cuore, basta un giro di chiave e il gioco è fatto. Con la sua voce inconfondibile ci racconta di storie incantate che sembrano uscite da un libro, apre le braccia verso il cielo e spicca il volo, e noi con lui, come uno stormo di passeri impauriti che per la prima volta provano l’incanto dell’aria sotto le ali e l’infinita libertà di abbandonarsi al sogno.

Con la stessa naturalezza, finita la canzone, ritorna il vecchietto simpatico di prima, nei momenti di pausa chiacchiera con il pubblico, con una modestia e un’umiltà che non ti aspetteresti da un artista smisurato come lui. Con grande autoironia scherza con noi, celebra il pubblico, si prende in giro, si fa ancora più piccolo, e la sua grandezza si fa ancora più grande.

La serata continua in un tango di emozioni che ci ubriaca, ci disorienta, mi guardo intorno, guardo il pubblico, un’espressione gioiosa e quasi infantile campeggia su tutti i nostri volti, come due consumati Peter Pan da osteria questi due signori sono riusciti a rimetterci addosso le ali, a farci tornare bambini, un soffio di polvere di stelle e via! Ultima stella a destra, verso l’isola che non c’è!… Questa è magia! Pura magia!

Altra pausa, Francesco mentre parla coi musicisti esce dal teatro, Lucio è dietro le quinte, lo vedo imboscato là dietro a fumare. Seduto al mio posto rigiro indeciso i due CD tra le mani, dentro ci sono le mie canzoni, con le mani sudate e un pò di palpitazione mi giro verso Monica e le chiedo “cosa faccio? glie li porto?…”, “ma certo!” ribatte Monica “perchè non dovresti portarglieli?”. Raccolgo le briciole del coraggio che di solito non trovo mai, mi alzo da quella sedia e incerto mi avvicino al palco, davanti alla quinta dove Lucio si sta concedendo un pò di riposo, è in fondo alla quinta, a voce alta cerco di rompere il ghiaccio “Ciao Lucio! Siete stati bravissimi! Complimenti!”, mi fa un cenno con la mano e ricambia “Ciao, grazie, grazie mille…”, gli chiedo “puoi venire qua un secondo?”, “eh… non posso, c’ho la cicca…”, e alza la sigaretta al cielo, “vorrei darti una cosa, un regalo…”, con aria sorpresa mi chiede “Ah si? un regalo?”, “si… è un CD, ci sono dentro le mie canzoni, mi farebbe piacere se le ascoltassi… Insomma, magari non sono un granchè ma sarei felice se le sentissi…”, “ma certo! passali al ragazzo… Grazie mille, le ascolterò sicuramente…”, mentre li passo al tecnico “sono due CD, uno lo potresti dare a Francesco per favore? adesso non c’è, sennò glie lo davo io…”, “ma certo! sarà fatto… Come ti chiami?”, “Gianantonio”, alzando i CD al cielo mi ripete “Grazie, grazie ancora!”.

Felice e ancora incredulo di essere riuscito a trovare il coraggio di portargli i miei CD torno al mio posto, lo spettacolo ricomincia. Mentre suonano e ci regalano ancora emozioni lo sguardo di Lucio si posa per un attimo su di me, con le mani giunte gli accenno un inchino in segno di ringraziamento, lui contraccambia, siamo solo noi due in quel momento nel teatro, il resto è sparito, gli strumenti, il pubblico, i cameraman… Le distanze tra artista e spettatore si sono annullate, l’inarrivabile confine è andato fragorosamente in frantumi e in quel momento siamo solo Lucio e Gianantonio, un uomo di fronte all’altro che si rispettano e si ringraziano a vicenda. Mentre ascolto incantato le trame di sogno che intesse con il suo piano capisco il mistero della sua musica, il perchè arriva così bene e così forte al cuore facendoci sentire tutti parte della magia…

Perchè Lucio nelle sue canzoni ci parla, parla dal cuore diretto al nostro cuore, non come a degli ascoltatori a cui vendere dei dischi, ma come a persone a cui raccontare delle storie, come fanno gli anziani all’osteria davanti ad un bicchiere di vino, come fanno i bambini quando si raccontano i sogni, come fanno i pescatori quando imprecano ad alta voce tra di loro mentre raccolgono le reti, come fanno gli sposi la prima notte di notte di nozze, quando tra le lenzuola condivise per la prima volta fabbricano progetti di figli, e contando le stelle del futuro che li aspetta insieme, si parlano… e pian piano… si addormentano…

Ciao Lucio.

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Pubblicato da su marzo 4, 2013 in Varie

 

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