RSS

Archivio mensile:marzo 2013

Video

Morte Rachel Corrie: Israele rifiuta indennizzo alla famiglia (Dal corriere.it))

http://video.corriere.it/morte-rachel-corrie-israele-rifiuta-indennizzo-famiglia/9f085516-f0ff-11e1-a005-0150214880db

La giustizia israeliana ha detto no all’indenizzo economico per i genitori di Rachel Corrie, l’attivista americana filo-palestinese uccisa nel 2003 a Rafah da un bulldozer dell’esercito. La madre della vittima, Cindy, si è detta “profondamente rattristata e dispiaciuta” per il verdetto. Per i giudici fu “uno spiacevole incidente”.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 29, 2013 in Varie

 

Cosa ha detto ad Obama lo studente che a Gerusalemme lo ha contestato? E che fine ha fatto?…

Domanda sbagliata a Obama, studente palestinese arrestato dalla polizia israeliana

Obama imbarazzato da giovane palestinese: Conosci Rachel Corrie?
Gerusalemme occupata – Un giovane palestinese ha messo in imbarazzo, con la sua domanda sulla morte dell’attivista americana Rachel Corrie, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso all’Universita’ di Gerusalemme.

Il 22enne Rabie Aid ha interrotto le parole di Obama per domandargli: “Conosci Rachel Corrie? L’americana che e’ stata uccisa con le armi regalate da Washington a Israele”? Una domanda pesante a cui il capo della Casa Bianca non ha voluto (o potuto) rispondere. Il giovane Aid, uno studente dell’universita’ di Haifa che vive in uno dei villaggi di al-Khalil, e’ stato subito arrestato dagli agenti di polizia israeliana. Ma prima di essere portati via dall’aula, si e’ rivolto ancora a Obama gridando: “Sei venuto qui per la pace o per dare piu’ armi a Israele”?

***

Rachel Corrie, 23 anni, statunitense attivista per la pace, e’ stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa delle forze armate israeliane a Rafah, nel sud di Gaza, mentre cercava di impedire che quel mezzo meccanizzato demolisse l’abitazione di un medico palestinese.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 29, 2013 in Varie

 

Tag: , , ,

Obama: “Guardate il mondo con occhi Palestinesi”…

Tratto dal sito del Corriere della Sera:

Obama agli studenti israeliani:
«Guardate il mondo con occhi palestinesi»

Accorato discorso del presidente americano: «Tel Aviv scelga
la pace con l’Anp e questi riconoscano lo stato ebraico»

 

Obama è tornato in Israele Obama è tornato in Israele

l presidente Usa Barack Obama è tornato in Israele, dopo essersi recato a Ramallah dai palestinesi. Per tenere un discorso molto appassionato all’università di Gerusalemme, scandito da molti applausi, ma anche da una fugace contestazione di uno studente, presto allontanato dalla sala. Anche se il presidente Usa ha bloccato la sicurezza: «Lasciatelo parlare, è la democrazia».

Altri applausi. «L’IRAN NON AVRA’ L’ATOMICA»- Obama ha alternato nel suo discorso elogi a Israele e inviti ripetuti alla pace, ammonendo che gli insediamenti dei coloni ebrei nei territori occupati, sono «controproducenti». Tel Aviv «è a un bivio: scelga la pace con i palestinesi», ma questi ultimi lo devono «riconoscere come Stato ebraico». Obama dice anche che non permetterà all’Iran di avere «la bomba atomica» e che è ora che le relazioni con Israele «vengano normalizzate», riferendosi al mondo arabo. Poi però il presidente, coraggiosamente, si è di nuovo rivolto ai ragazzi israeliani: «Mettetevi al posto dei palestinesi, non è giusto che i bambini crescano senza una nazione».

Il mio commento:

  • gli insediamenti dei coloni ebrei nei territori occupati, sono «controproducenti»

No mio caro Obama, gli insediamenti non sono solo «controproducenti», sono illegittimi, dichiarati illegali da tutta una serie di risoluzioni dell’ONU. E’ terra rubata ai palestinesi ad un prezzo altissimo, case abbattute, interi villaggi evaquati o rasi al suolo, deprivazione delle risorse idriche palestinesi a danno dei palestinesi e a vantaggio degli insediamenti ecc ecc…Tutto questo con il preciso obiettivo di fare piazza pulita dei palestinesi in Cisgiordania e poter così annetterla allo stato di Israele. Questa non so come si chiama in Israele o negli Stati Uniti, ma nel resto del mondo si chiama pulizia etnica.

  • Tel Aviv «è a un bivio: scelga la pace con i palestinesi», ma questi ultimi lo devono «riconoscere come Stato ebraico»…

Forse all’assemblea dell’ONU del 28/11/12 che decretò la Palestina come nuovo “Stato non membro osservatore dell’ ONU”, l’ambasciatrice americana Susan Rice era troppo occupata ad accanirsi contro questa decisione, per accorgersi che poco prima proprio Abu Mazen, proprio al microfono di quell’assemblea, aveva ribadito con forza per l’ennesima volta (casomai ci fosse stata la necessità di ribadirlo) che la Palestina riconosce appieno il diritto all’esistenza dello stato di Israele, ora è il momento che Israele riconosca il diritto all’esistenza dello stato di Palestina.

  • Obama dice anche che non permetterà all’Iran di avere «la bomba atomica» e che è ora che le relazioni con Israele «vengano normalizzate»

…Della serie “il pallone è mio e solo io decido chi gioca, sennò me ne vado via col pallone… E se qualcuno prova a portarsi il suo, glie lo buco…”. L’America è l’unico paese al mondo ad aver sganciato due ordigni nucleari, per di più su obiettivi civili (Hiroshima e Nagasaki), e solo per questo dovrebbe vergognarsi profondamente, prima di andare a fare i conti in tasca al resto del mondo.

  • «Mettetevi al posto dei palestinesi, non è giusto che i bambini crescano senza una nazione… Guardate il mondo con occhi Palestinesi»…

Ma lo sa il signor Obama che mondo vedono gli occhi di un Palestinese? E’ un mondo che inizia in Galilea e finisce in Giudea, poi più niente, solo un muro alto 8 metri che li isola dal resto dal mondo. Praticamente murati vivi. E’ un mondo senza lavoro, senza futuro, senza il diritto a poter circolare, poter manifestare il proprio pensiero, poter avere una terra propria, o una casa propria senza dover temere che una notte arrivino i bulldozer a buttartela giù. E’ un modo dove devi dormire con un occhio aperto, e aspettarti che in qualsiasi momento di qualsiasi notte i militari israeliani facciano irruzione in casa tua e ti arrestino o arrestino uno dei tuoi familiari, senza accuse, senza processo, a tempo indeterminato, fino a quando il mondo si dimenticherà che esisti, caso mai se ne fosse mai ricordato. E’ un mondo dove, se ti va bene che quella notte non ti arrestano, i militari chiudono te e tutta la tua famiglia per un paio d’ore in uno sgabuzzino di casa tua, e vanno a farsi una pennichella nel tuo letto. E’ un mondo dove, se lasci casa tua per un paio di giorni, quando torni ci trovi una famiglia di coloni ebrei ultraortodossi che ti chiamano Nazi e ti dicono che quella è casa loro, quella è terra loro, glie l’ha data Dio stesso! E’ un mondo dove non hai neanche diritto all’acqua, perchè chi ha progettato quell’orribile muro è stato ben attento a tenere le risorse idriche palestinesi dalla parte israeliana del muro. E se vuoi bere quell’acqua devi pagarla, e tanto. E’ un mondo dove se sei gazawi, praticamente sei già morto, seppellito sotto metri di macerie, di bombe e di silenzio.

Ma lo sa il signor Obama che il mondo che vede un Palestinese è un mondo dove tutti hanno diritto ad esistere, a parte te, perchè sei palestinese?

Caro signor Obama, prima di farsi paladino della pace in Palestina e mettersi in bocca tante belle parole, dovrebbe lavarsi la bocca da tutte le cose che ha detto contro il popolo Palestinese, dovrebbe lavarsi le mani da tutto quello che ha fatto contro il popolo palestinese (lei e il suo amico Nethanyau), perchè le mani e le bocche dei Palestinesi sono ancora piene della polvere e delle macerie di tutto quello che gli avete tirato addosso per seppellire sotto metri di terra il loro diritto ad esistere.

Ma in fin dei conti, signor Obama, ha fatto bene a dire quel che ha detto, qualcuno dovrà pur cominciare a parlare di pace, soprattutto ha fatto bene a dirlo ai giovani dell’Università di Gerusalemme, saranno loro che costruiranno il futuro di quella martoriata terra.

Ma, mi raccomando signor Obama, tutte le belle cose che ha detto, si ricordi quando ha un attimo di tempo di andare a dirle anche al suo caro amico Benjamin Nethanyau…

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 22, 2013 in Varie

 

Tag: ,

Israeliani operatori di pace…

images

Israeliani operatori di pace…

Ce ne sono molti, più di quanti se ne possano immaginare, ma la loro voce di denuncia e di solidarietà con il popolo Palestinese è sovrastata dai latrati dei pochi che in Israele si ostinano a coltivare la cultura dell’odio e del razzismo, tutti quelli che nelle elezioni del 23 Gennaio scorso hanno rieletto il “Likud” (peraltro in forte calo), il partito di Nethanyau, che nella scorsa legislatura si è macchiato di orribili crimini contro l’umanità e contro il popolo Palestinese, come la costruzione del muro di separazione, la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania e l’ampliamento di quelli esistenti, le operazioni “Piombo Fuso” del 2008/2009 e “Pillar of Defence”, o il più prosaico nome “Colonna di nuvole” dello scorso Novembre, che hanno mietuto centinaia di vittime tra i palestinesi della Striscia di Gaza.

…Israeliani operatori di pace… Diamo loro voce… (questo è un esempio):

http://www.acri.org.il/en/

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 22, 2013 in Varie

 

MARCIA DI SOLIDARIETÀ NELLE COLLINE A SUD DI HEBRON

918-cartoon-small

Tratto da: http://nofiringzone918.org/

Unisciti a noi il 29 marzo per una giornata di solidarietà e di protesta contro la campagna di pulizia etnica di Israele nelle colline a sud di Hebron.

Mufaqara, Tuba, un Sfay, Maghayir al-Abeed e al-Fakhit sono 5 di 12 comunità situate nella “Firing zone 918” – una zona della Palestina occupata utilizzata dalle forze israeliane per preparare offensive militari contro i palestinesi. Tutte le case di questi villaggi verranno demolite. Ogni persona verrà sottoposta ad espulsione forzata dalle proprie terre.

Il 29 marzo ci uniremo con queste comunità – un popolo in un movimento che ha resistito con successo ai precedenti tentativi di colonizzare e militarizzare le terre palestinesi.

PROGRAMMA
09:00: Ritrovo ad At-Tuwani (villaggio Consiglio hall)
09:30: Inizio marcia attraverso Mufaqara, Tuba, un Sfay e Maghayir al-Abeed
15:00: Musica dal vivo, dubke, teatro interattivo in al-Fakhit
05:30: Conclusione evento ad At-Tuwani

COSA PORTARE
Pranzo
Acqua potabile
Cappello per il sole
Scarpe robuste
Tamburi e altri strumenti musicali
Bandiere, stendardi, ecc

ORGANIZZATORI
South Hebron Hills Popular Struggle Committee
The Freedom Theatre’s Freedom Bus: www.thefreedomtheatre.org | www.freedombus.ps

CONTATTI
Hafez Horaini, T: 0598300845
Alia Alrosan, E: alia@thefredomtheatre.org, T: 0599304523

Gaza Freedom March RIDE
Questa passeggiata solidarietà conclude il giro Freedom March. Altro: http://www.facebook.com/events/529394713738231/

INFORMAZIONI DI BASE SULLA VALLE DEL GIORDANO E LE COLLINE A SUD DI HEBRON
Secondo i II accordi di Oslo del 1995, la Cisgiordania è stata divisa in 3 regioni amministrative conosciute come area A, B e C. L’area C comprende il 61% della Cisgiordania e cade sotto il completo controllo israeliano civile e militare.

Il diritto internazionale proibisce ad una potenza occupante l’appropriazione di terra, lo sfruttamento delle risorse e il trasferimento di popolazione. Tuttavia dal 1970, Israele ha confiscato la maggior parte di terra palestinese nelle colline a sud di Hebron (attualmente si trova nell’area C.) La vita per i residenti palestinesi delle colline a sud di Hebron è caratterizzata dalla demolizione delle case, la confisca del bestiame, l’accesso limitato alla terra coltivabile e dalle quotidiane molestie dei coloni e delle forze militari israeliane. Nella maggior parte delle comunità mancano i servizi di base, comprese le scuole, cliniche, energia elettrica, linee telefoniche, acqua corrente, o un sistema di depurazione dell’acqua, e le infrastrutture costruite per rispondere a queste esigenze sono spesso demolite per ordine emesso dalla Amministrazione Civile Israeliana. Nonostante queste eclatanti violazioni dei diritti umani, le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron hanno esercitato il loro diritto di esistere e sopravvivere patrie tradizionali.

ULTERIORI FONTI
Al Mufaqarah R-Exist: http://almufaqarah.wordpress.com
Zona di cottura 918: http://www.btselem.org/south_hebron_hills/firing_zone_918
Campagna per l’abolizione del “Firing Zone 918” nelle colline a sud di Hebron: http://nofiringzone918.org/

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 22, 2013 in Varie

 

Tag: ,

Ricordando Rachel…

Questo slideshow richiede JavaScript.

Domenica 16 marzo 2003, la giovane americana Rachel veniva travolta ed uccisa da un bulldozer israeliano mentre cercava di impedire la distruzione di alcune case a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Dopo anni di indignazione e di infinite richieste di ottenere giustizia, lo scorso agosto 2012 il tribunale israeliano si è vergognosamente pronunciato: il criminale di guerra che ha ucciso Rachel Corrie, è stato completamente assolto, sostenendo che l’assassinio è stato un incidente.

Per BoccheScucite ci sono tre modi per ricordarle Rachel: interessarsi e far interessare altre persone alla questione palestinese attraverso una informazione alternativa, decidere di partire e portare altre persone in Palestina, riascoltare e far ancora risuonare le parole della stessa Rachel.

16 Marzo 2003—Le parole dei suoi genitori

In questo doloroso frangente stiamo ancora cercando di capire i particolari della morte di Rachel nella Striscia di Gaza.

Abbiamo educato tutti i nostri figli ad apprezzare la bellezza della intera comunità umana e della famiglia e siamo orgogliosi che Rachel sia stata capace di mettere in pratica le sue convinzioni. Rachel era piena di amore e di senso di responsabilità verso i suoi simili, ovunque essi vivessero. E ha dato la vita nel tentativo di proteggere chi non era in grado di farlo da solo.

Rachel ci ha scritto dalla Striscia di Gaza e noi ora vorremmo comunicare la sua esperienza attraverso le sue stesse parole. Grazie.

Craig e Cindy Corrie, genitori di Rachel Corrie

7 Febbraio 2003—Le parole di Rachel

Sono in Palestina da due settimane ed un giorno ed ho ancora poche parole per descrivere ciò che vedo. E’ più difficile per me pensare a ciò che sta succedendo qui quando mi siedo a scrivere negli Stati Uniti, qualcosa come il portale virtuale del lusso. Io non so se molti dei bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi di carri armati alle pareti e senza le torri di un esercito di occupazione che li sorveglia costantemente da un orizzonte vicino. Io penso, sebbene non sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisce che la vita non sia così ovunque. Un bambino di otto anni è stato ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima del mio arrivo e molti bambini mi sussurrano il suo nome, Alì — oppure mi indicano i suoi posters sui muri.

Nonostante ciò, penso che nessuna quantità di libri, di partecipazione alle conferenze, di visione di documentari, né di parole mi avrebbero potuto preparare alla realtà della situazione qui. Non si può immaginare se non si vede, ed anche allora sei ben consapevole che la tua esperienza non è tutta la realtà: cosa dire della difficoltà che l’esercito israeliano dovrebbe affrontare se sparasse ad un cittadino statunitense disarmato, del fatto che io ho il denaro per comprare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi, ed, ovviamente, il fatto che io ho la possibilità di partire.

Nessuno della mia famiglia è stato mai colpito, guidando la sua macchina, dal lancio di un razzo da una torre alla fine della strada principale della mia città. Io posso andare a vedere l’oceano. Apparentemente è piuttosto difficile per me essere trattenuta in prigione per mesi o anni senza processo (questo perché sono una cittadina americana bianca, come opposta a molti altri). Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato armato pesantemente ad aspettare a mezza strada tra Mud Bay ed il centro di Olimpya ad un posto di blocco un soldato con il potere di decidere se posso andare per la mia strada, e se posso tornare a casa quando ho fatto. Così, se percepisco violenza arrivando ed entrando brevemente ed in modo incompleto nel mondo in cui esistono questi bambini, per contro mi chiedo cosa succederebbe a loro arrivando nel mio mondo. Essi sanno che i bambini negli Stati Uniti, di solito non hanno i genitori uccisi e che qualche volta vanno a vedere l’oceano. Ma quando tu hai visto l’oceano, vissuto in un posto tranquillo dove l’acqua è un bene scontato e non rubata di notte dai bulldozers, e quando hai passato una notte in cui non ti sei meravigliato che le pareti della tua casa non siano crollate svegliandoti dal sonno, e quando hai incontrato gente che non ha perso nessuno–quando hai sperimentato la realtà di un mondo che non è circondato da torri di morte, carri armati, insediamenti armati ed ora da una gigantesca parete metallica, mi chiedo se puoi perdonare il mondo per tutti gli anni della tua infanzia spesa esistendo–solo esistendo–in resistenza al costante strangolamento della quarta più grande potenza mondiale–sostenuta dall’unica superpotenza mondiale – nel suo sforzo di cancellarti dalla tua casa.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 18, 2013 in Varie

 

Tag: , ,

Gli autobus dell’apartheid approdano in Palestina

SONY DSC

La compagnia Afikim annuncia la creazione di linee separate per lavoratori palestinesi e coloni israeliani in Cisgiordania. Nascono gli autobus dell’apartheid.

di Emma Mancini

Betlemme, 4 marzo 2013, Nena News – Da tempo osservatori internazionali, giornalisti e esperti legali si interrogano sulla natura di apartheid nel regime israeliano sia nei Territori Occupati che all’interno della Palestina storica nei confronti delle comunità palestinesi. Oggi Israele offre un’ulteriore prova delle politiche di separazione: la compagnia di trasporti pubblici israeliana Afikim ha annunciato la creazione di linee riservate ai palestinesi, per venire incontro alle proteste e alle lamentele dei coloni.

Gli autobus della compagnia, che opera in Cisgiordania e collega i Territori a Israele, vengono utilizzati anche dai lavoratori palestinesi diretti al di là del Muro e con in mano un permesso di lavoro dal checkpoint di Eyal, nella città di Qalqiliya, un mix che a quanto pare non piace ai coloni. Da cui l’idea di separare i fruitori in base all’etnia: bus per palestinesi e bus per coloni israeliani.

Immediato il commento del governo di Tel Aviv: ieri il Ministero dei Trasporti israeliano ha difeso il progetto: “Le nuove linee – si legge in un comunicato ufficiale – non sono linee separate per palestinesi, ma piuttosto due diverse linee per migliorare i servizi offerti ai lavoratori arabi che entrano in Israele dal checkpoint di Eyal. Il Ministero non è autorizzato a impedire a nessun passeggero di salire a bordo di un mezzo di trasporto pubblico: la creazione delle nuove linee è stata fatta con il completo accordo dei palestinesi”.

Ovvero, non si tratterebbe affatto di segregazione: gli autobus sono spesso troppo affollati, provocando tensioni tra i passeggeri. E i coloni hanno protestato: i lavoratori palestinesi rappresentano un rischio per la sicurezza. Le autorità israeliane – subito accusate di apartheid – hanno tentato di mistificare la decisione affermando che le nuove linee sono utilizzabili sia da palestinesi che da israeliani, seppure siano state pubblicizzate solo nei villaggi palestinesi e solo in lingua araba.

“Il tentativo di segregazione è palese e le giustificazioni fornite (‘rischio per la sicurezza’ e ‘eccessivo affollamento’) non possono permettere il camuffamento di una politica razzista”, ha commentato il direttore esecutivo dell’associazione israeliana per i diritti umaniB’Tselem, Jessica Montell.

Legalmente, non c’è però modo di impedire ai lavoratori palestinesi di salire sugli autobus dei coloni: “Non siamo autorizzati a rifiutare il servizio e non ordineremo a nessuno di scendere dall’autobus – ha commentato un autista della compagnia Afikim – Ma a partire dalla prossima settimana, ci saranno controlli ai checkpoint e ai palestinesi sarà chiesto di salire sui loro autobus. Sicuramente, tutti grideranno all’apartheid e al razzismo. Non è così, forse il Ministero avrebbe dovuto trovare un’altra soluzione, ma ad oggi la situazione è impossibile da gestire”.

Una politica certo non nuova nei Territori: più volte i passeggeri palestinesi sono stati costretti a scendere dagli autobus su ordine della polizia israeliana, un ulteriore restrizione al movimento della popolazione palestinese che si va ad aggiungere alle bypass road (strade riservate ai soli coloni israeliani e inaccessibili ai palestinesi), ai checkpoint all’interno della Cisgiordania e lungo la Linea Verde e ai gate agricoli controllati dall’esercito israeliano e che separano i villaggi palestinesi dalle proprie terre al di là del Muro. Nena News

Un autobus dovrebbe essere, come la strada, un luogo di tutti. Per tutti.

Innanzitutto un mezzo di trasporto, attraverso cui, lungo le strade, di tutti, tutti possono spostarsi dappertutto. E in quel tempo, in quel luogo diventato non luogo proprio perchè sospeso dalla quotidianità di ciascuno e dallo spazio personale in cui ciascuno si muove, ognuno può fermarsi a tirare il fiato, a parlare con il vicino, a leggere il giornale se non ha la nausea da buche e movimento. O magari farsi solo i fatti propri. Per arrivare poi ad un’altra strada, di tutti, e incamminarsi verso le proprie faccende, la propria vita.

Paola Caridi nel suo blog Invisiblearabs riflette:

Gli autobus, insomma. I non-luoghi per eccellenza. Dove tutti, più o meno, siamo uguali. Forse è per questo che sugli autobus, in luoghi e tempi differenti, si siano giocate le partite sull’eguaglianza. Da Rosa Parks sino alla Cisgiordania, dove da lunedì scorso sono entrate in funzione linee di autobus separate. Una per i coloni israeliani che vivono negli insediamenti in Palestina, in Cisgiordania. E l’altra per i lavoratori palestinesi che ancora riescono ad avere il permesso di andare a lavorare in Israele. A chiedere le linee separate sono stati i coloni, che ne fanno un problema per la loro sicurezza, di coloni israeliani dentro la Cisgiordania. E così il ministro dei trasporti Yisrael Katz ha dato loro ragione, e ha istituito gli autobus separati. Per il bene dei lavoratori palestinesi, si è giustificato‖.

In Palestina qualcuno ha trasformato questi non luoghi in luoghi suoi. Il governo israeliano, spalleggiando i coloni, ha deciso impunemente di ammantarsi di quel razzismo che ricorda autobus antichi e più recenti. Sembra che, legittimamente, senza che nessuno possa ‘procedere’ nella protesta e nella stigmatiz-zazione di quest’ennesimo obbrobrio, le persone che abitano nella loro terra, che hanno casa lungo le strade attraversate da autobus che attraversano i loro campi, i loro villaggi, siano obbligate a diventare non persone, perchè potrebbero turbare la vita di persone che non dovrebbero abitare in quei luoghi!

Eppure, eppure questa stessa ennesima trovata umiliante e ingiusta potrebbe dar luogo ad una presa di coscienza da parte di chi vive di là, come dice Paola:

Haaretz parla di ―segregazione razziale‖, di ―razzismo‖. Termini che ricordano Rosa Parks, certo, ma anche lo apartheid, una parola sdoganata proprio dal vocabolario di Haaretz. ―La decisione di separare i palestinesi dagli ebrei sugli autobus è un’altra componente di un approccio tipico dello apartheid‖.

E allora anche la strada, altro luogo-non luogo di tutti, può rovesciare il procedere dei soprusi che gli israeliani si ostinano a perpetrare alla popolazione palestinese.

Gli autobus del Sudafrica, senza internet né facebook, diventarono subito famosi in tutto il mondo. E il mondo non stette in silenzio.

Quelli dell’apartheid di Palestina sembrano non interessare nessuno e ―se qualcuno osa denunciare questa segregazione razziale – commenta amaramente Moni Ovadia- entra automaticamente nella lista degli antisemiti‖

BoccheScucite

 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 18, 2013 in Varie

 

Tag:

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: