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Archivio mensile:febbraio 2013

THIS MUST BE THE PLACE

For the families who live in the desert the morning starts early. At sunrise, the women wake up and start preparing the house for the family’s members. They light the stove by woods, or when it is not enough, they burn some other material such as plastic or trash. Secondly, they switch the oven on in order to cook the bread kneaded the previous night. They have breakfast all together, crouched around the same dish: warm bread freshly backed, olive oil and zatar, sometimes fried eggs and olives. The children start preparing themselves for the school: they wear the smock and then they set out along the road with the satchel in their hands. The road leading to the school can take little time but sometimes more than half an hour.
The children, gathered in small groups, climb over the rocky hills of the desert. The oldest take care of…

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Pubblicato da su febbraio 27, 2013 in Varie

 

“Nevé shalom – Wahat as-salam”, oasi di pace…

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“Nevé shalom – Wahat as-salam”, oasi di pace (in ebraico e arabo), che bel nome per un villaggio, tanto più se quest’oasi di pace è sgorgata in una delle terre più martoriate di questo mondo, la Terra Santa.Vi ho incuriosito? Allora vi invito a partecipare all’incontro promosso dall’organizzazione “Semi di pace” che si terrà questo Giovedì a Verona.

Qui sotto i particolari:

Giovedì 28 febbraio a Verona  con “SEMI DI PACE” da

“Nevé Shalom – Wahat as-Salam”
dalle 17,30 nella Sala del Consiglio Provinciale,
 loggia di Frà Giocondo, Piazza dei Signori a Verona;
segue alle 20.00: cena insieme ai nostri ospiti,
con spazio aperto a domande, interventi e curiosità .
SEMI DI PACE
è un programma di incontro tra testimoni di pace, opinion leader, rappresentanti di comunità religiose, intellettuali, studiosi e rappresentanti di organizzazioni, israeliani e palestinesi, che vengono in Italia sia per mettere a confronto le proprie esperienze, sia per condividere con il pubblico italiano le loro analisi.
Saranno ospiti a Verona Yair Auron Yarlicht e Ranin Boulos dell’organizzazione “Nevé Shalom – Wahat as-Salam”
Giovedì 28 febbraio
Sala del Consiglio Provinciale loggia di Frà Giocondo,
 Piazza dei Signori di Verona
dalle17,30: accoglienza presso la Sala del Consiglio, intervista-testimonianza dei due ospiti introdotti da Michele Lipori, giornalista del mensile Confronti.
Trattoria da l’Amelia – Lungadige Rubele 32
Ore 20.00: cena insieme ai nostri ospiti, con spazio aperto a domande, interventi e curiosità
La cena è su prenotazione fino ad esaurimento posti, con un costo concordato di circa 25 Euro tutto compreso
Per prenotare telefonare o inviare un SMS al 3498361720 (Roberto) entro martedì 26 oppure scrivere a ilgermoglio_smax@yahoo.it
Venerdì 1 marzo
Incontro con gli studenti del Liceo Maffei
Nevé Shalom – Wahat as-Salam”
Un nome ebraico ed arabo, ad indicarne da subito la vocazione profetica che sa di sfida e di auspicio, ma oggi soprattutto, purtroppo, di utopia: Oasi di pace. Situato a pari distanza da Gerusalemme, Tel Aviv e Ramallah, su una collina posta in quella valle di Ayalon così densa di memorie bibliche ma disabitata sin dall’epoca bizantina, Nevè Shalom – Wahat as-Salam è un villaggio cooperativo in cui vivono assieme (verrebbe proprio da dire, nonostante tutto) ebrei e palestinesi, fondato nel 1972 dal domenicano padre Bruno Hussar (1911-1996).
Dopo gli inizi a dir poco pionieristici, la prima famiglia vi s’insediò nel ’77. Gestito in modo democratico, il villaggio è da sempre di proprietà dei suoi stessi abitanti e non è affiliato ad alcun partito o movimento politico. Vi risiedono, dal punto di vista religioso, ebrei, cristiani, musulmani ed agnostici.
I nostri ospiti
Yair Auron Yarlicht
È uno storico israeliano, studioso ed esperto specializzato in studi sulla Shoah, il razzismo ed ebraismo contemporaneo. Ha pubblicato numerosi libri e articoli su questi argomenti in Israele, America e Europa. Entra a far parte del villaggio cooperativo Nevé Shalom – Wahat as-Salam dal 2004. A partire dall’anno seguente è a capo del Dipartimento di Sociologia, Scienze Politiche e Comunicazione della “Open University” di Raanana in Israele.
Ranin Boulos
Palestinese di Israele, è cresciuta nel villaggio cooperativo Nevé Shalom – Wahat al-Salam, dedicandosi fin dall’adolescenza alle problematiche del conflitto israelo-palestinese. Dice di sé «fin da quando ero molto giovane ho iniziato ad assolvere il ruolo di delegata di Nevé Shalom – Wahat as-Salam in Israele e nel mondo al fine di promuovere il messaggio di convivenza pacifica e giustizia che il villaggio incarna». Dal 2006 ad oggi è particolarmente impegnata nelle attività di organizzazione di campi estivi per i bambini palestinesi provenienti dal campo profughi di Tul Karem (nei Territori palestinesi).
Semi di Pace, giunto alla XV edizione, è organizzato da Confronti, mensile di dialogo interculturale e interreligioso. A Verona è stato promosso da Associazione il Germoglio onlus, Associazione Amici di Fiori di Pace, Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
 
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Pubblicato da su febbraio 26, 2013 in Varie

 

Il nostro Ramez…

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Notizie da Betlemme. Il nostro Ramez si sta riprendendo bene, qui sotto la mail dell’amico Alexis:

Cari amici

Ciao Cari amici, come state e come vanno le cose?, spero che tutto vada bene dove vi trovate.

Beh, vi comunico che Rames, pochi giorni fa è tornato a casa per recuperare bene e continuare le terapie di riabilitazione a Betlemme. Si vede che ogni giorno recupera sempre di più, vi dico che un giorno sono stato con lui nella sala giochi per qualche minuto, ed ero sorpreso da quanto si muoveva. Ci dà molte lezioni di spirito di resistenza, fede e perseveranza.

Beh, vi saluto, vi scriverò ancora

Ciao

Che Dio e la Vergine vi benedicano , vi auguro una piacevole e bella settimana

Alexis

 
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Pubblicato da su febbraio 25, 2013 in Varie

 

1° Marzo, la nascita del muro di separazione

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1° Marzo 2004, i primi sei blocchi di cemento alti 8 metri furono posati tra Betlemme e Gerusalemme, a pochi metri dal Caritas Baby Hospital, quello fù l’inizio della costruzione dell’orribile muro di separazione che oggi corre per più di 700Km intorno alla Cisgiordania (West Bank), stringendo i palestinesi in un disumano assedio che li sta privando della libertà, della speranza in un futuro di pace, della vita.

Oggi più che mai è importante non dimenticare l’orribile crimine che si sta consumando ai danni del popolo palestinese, oggi che le ruspe dei soldati israeliani minacciano di distruggere case e uliveti palestinesi nella zona del “Cremisan”, per far posto a quella vergogna, quell’avanzo vomitato di apartheid che è il muro di separazione.

Questo sta per accadere a Beit Jala, a pochi passi da Betlemme, quella Betlemme che aveva popolato i nostri sogni di bambini, con la grotta, il bue, l’asinello, e quel bambino così speciale, venuto a salvare l’umanità da se stessa. Oggi Betlemme è la città dei campi profughi di Dheisheh e Aida, la città delle incursioni notturne e degli arresti arbitrari, la città delle proteste non violente soffocate nel sangue, cinta d’assedio da insediamenti israeliani sempre più grandi e soffocanti, popolati da coloni ebrei bellicosi e violenti. Ma soprattutto Betlemme, come tutta la Cisgiordania, oggi è un bambino in lacrime che tenta di restare aggrappato ad una vita che inesorabilmente sta abbandonando il suo corpo, mentre esala gli ultimi respiri chiuso in un sacco nero dell’immondizia di cui doversi disfare, da buttare via, da dimenticare.

Questo sacco dell’immondizia altro non è che il muro di separazione, e se noi non ascoltiamo quel pianto, quell’invocazione di aiuto, siamo corresponsabili del crimine che si sta consumando.

E’ per questo che vi invitiamo a partecipare all’incontro che si terrà il prossimo 1° Marzo in sala civica a Bussolengo ore 20.45.

Qui vi riporto la mail di presentazione dell’evento che ho ricevuto dalla Onlus “Vivere con dignità”, che invito tutti a diffondere quanto più possibile, perchè dobbiamo essere in tanti ad aprire gli occhi, dobbiamo essere in tanti ad ascoltare l’invocazione di aiuto che ci arriva dalla martoriata terra di Palestina, dobbiamo essere in tanti a volere un cambiamento, altrimenti tutto resterà così com’è, se non peggio.

Vi invito anche a diffondete il volantino dell’evento: Volantino serata 1° marzo .

Qui la mail:

Carissimi

è con grande gioia che vi invito alla serata ” PALESTINA : STORIE DI RESISTENZA NONVIOLENTA” che Vivere con Dignità Onlus
organizza per il 1° marzo p.v. in sala civica a Bussolengo ore 20.45.  Vogliamo “celebrare”insieme un triste anniversario :
il 1° marzo 2004 sono stati posti i primi 6 blocchi di cemento alti otto metri richiudendo Betlemme in una prigione.
Sarà un modo per conoscere la situazione palestinese ed alcune persone che resistono con azioni nonviolente in quella terra tanto amata ma anche tanto dimenticata da tutti.
In collaborazione con Aiuto Bambini Betlemme e i giovani delle parrocchie di Bussolengo, abbiamo invitato Luca volontario di Operazione Colomba nel villaggio di At-Twani.
Ogni giorno questi giovani volontari, accompagnano i bambini palestinesi a scuola, proteggendoli dalle provocazioni e violenze dei coloni.
Sentiremo in collegamento le suore del Caritas Baby Hospital, unico presidio medico pediatrico per tutti i territori palestinesi. Le loro storie quotidiane  di resistenza con le mamme e i bambini, raccontano meglio di qualunque servizio televisivo, cosa vuol dire vivere a Betlemme.
Infine i giovani racconteranno il loro viaggio in Palestina testimoniando che un modo per aiutare la pace, è andare e vedere di persona la realtà.
Per capire meglio, ci sarà un introduzione storica-politica di Claudio.
Vi prego,  diffondete il più possibile l’iniziativa e vi invito caldamente ad essere presenti.
Un abbraccio
 
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Pubblicato da su febbraio 21, 2013 in Varie

 

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Se questo è un uomo…

Tratto da Huffington Post:

Il web sotto shock per la foto del cecchino israeliano (FOTO)

Pier Luigi Pisa, L’Huffington Post  |  Pubblicato: 18/02/2013 15:23 CET  |  Aggiornato: 18/02/2013 16:03 CET

Soldato Instagram

Mor Ostrovski ha 20 anni ed è un cecchino dell’esercito israeliano. Il ragazzo è finito sulla lista nera dei palestinesi (e dei navigatori di tutto il mondo) nelle ultime ore, quando ha deciso di pubblicare sul suo account Instagram – ora cancellato – una foto provocatoria e terribilmente vergognosa: quella di un bambino palestinese, di spalle, ripreso attraverso il mirino di un fucile di precisione. Non è detto che l’arma sia la sua. E l’immagine potrebbe essere il frutto di un accurato lavoro su Photoshop. Ma il messaggio (aggressivo) è realistico ed estremamente chiaro.

Lo sdegno manifestato dagli altri utenti di Instagram ha portato alla cancellazione del profilo del soldato, su cui erano state pubblicate altre foto che lo ritraevano in posa con armi pesanti. L’esercito israeliano, inoltre, ha condannato il suo operato on line e ha aperto un’indagine sull’accaduto, sostenendo che “le azioni del giovane soldato non coincidono con lo spirito dell’IDF e con i suoi valori”.

Commento: …mmò mm’o segno…

 
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Pubblicato da su febbraio 20, 2013 in Varie

 

Candidato all’Oscar, viene bloccato in Usa: “Torna in Palestina”

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20 FEBBRAIO 2013

Emad Burnat, regista palestinese del film “5 Broken Cameras” – candidato all’Oscar – è stato trattenuto la scorsa notte nell’aeroporto di Los Angeles. Era là per partecipare alla Notte degli Oscar, a cui era invitato. Con la moglie e il figlio di 8 anni, Emad sono stati confinati in una stanza dell’aeroporto perché (così è stato detto loro) non avevano “gli inviti idonei per partecipare alla Notte degli Oscar”. Poco importa che l’invito c’era, poco importa che lui era il regista di uno dei film candidati. I poliziotti allo lo hanno quindi minacciato di rispedirlo in Palestina. “Apparentemente”, scrive Michael Moore su Twitter, “gli ufficiali dell’Ufficio Immigrazione non potevano comprendere che un palestinese potesse essere nominato per un Oscar”.

Già, Michael Moore. Perché Emad, appena minacciato di essere rimpatriato, ha mandato un sms al suo – più noto – collega. Da qui un tam tam di registi e avvocati per far passare finalmente il regista palestinese. Dopo che i poliziotti hanno sentito il nome di Michael Moore, hanno concesso a Emad e alla famiglia di restare a Los Angeles per la durata degli Oscar. Continua Moore su Twitter: “Benvenuti in America”.

Così Emad ha commentato l’accaduto: “Non è niente di nuovo, per me. Quando vivi sotto occupazione, senza diritti, questa è ordinaria amministrazione”.

Il film candidato, 5 Broken Cameras, è un documentario diretto sia da Emad Burnat che da un collega israeliano, Guy Davidi, sulla resistenza non violenta dei palestinesi in Cisgiordania. Emad, che prima di prendere la telecamera era un contadino, racconta la vita di chi si oppone alle colonie illegali. Prende il titolo dal fatto che, come facilmente intuibile, Emad ha avuto qualche problema con i coloni stessi che, per vendicarsi delle sue riprese, gli hanno distrutto diverse telecamere.

GUARDA IL TRAILER:

 
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Pubblicato da su febbraio 20, 2013 in Varie

 

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Israele: 202 giorni di sciopero della fame, Samer sta per morire in carcere

 

Leggete e chiedetevise è umano…

Tratto dalla newsletter di Bocche Scucite:

Nel carcere di Gerusalemme è in fin di vita Samer al-Issawi, un ragazzo palestinese arresta-to senza un’accusa formale nei suoi confronti né tantomeno una condanna.

 

Samer è nato il 16 dicembre 1979 a Issawiya (da lì il suo cognome), un villaggio palestinese vicino Gerusalemme est. Partecipare alla prima Intifada gli costò una condanna, da parte di un tribunale militare, a 30 anni di prigionia. Rila-sciato nel 2011 nello scambio di prigionieri in cui il carrista israeliano Gilad Shalit è stato liberato, Samer ha ottenuto l’amnistia.

 

Samer, allo stremo delle sue forze, pesa 48 kg.

 

Nel luglio del 2012 un nuovo arresto. Perché ha oltrepassato il confine del territorio da lui “calpestabile”, abusando della libertà di movi-mento limitata dalle autorità israeliane. Confine che, secondo quanto dichiarato dal padre di Samer, veniva spostato quasi ogni settimana. Il suo arresto è avvenuto senza un’accusa formale né tantomeno una condanna a suo carico; è stato semplicemente l’ennesimo caso di deten-zione amministrativa.

 

Nel 2011 Khader Adnan e Hana Shalabi rifiuta-rono il cibo dei carcerieri; sul loro esempio circa 2mila altri prigionieri palestinesi digiuna-rono per 66 giorni, al termine dei quali riusciro-no a raggiungere un accordo (poi disatteso più volte dal servizio carcerario) per ottenere mi-gliori condizioni. Con lo stesso spirito che ha guidato queste azioni di protesta pacifica, anche Samer, in seguito al suo arresto, ha iniziato uno sciopero della fame.

 

Dopo oltre 180 giorni senza cibo (a parte una lieve somministrazione di vitamine e liquidi per via endovenosa avvenuta, dietro minaccia israe-liana di iniettargli a forza del glucosio che, vi-sto il suo stato di salute, probabilmente l’avrebbe ucciso) e dopo numerosi ricoveri in ospedale, lui fu ridotto alla sedie a rotelle, i suoi reni smisero di lavorare come avrebbero dovuto e il suo peso raggiunse i 48 chili. Come riportato dal blogger Abed Enen, la sera dell’11 febbraio la Croce Rossa ha comunicato quello che molti temevano: nel 202esimo giorno di sciopero della fame Samer “sta per morire”. Ai famigliari ha dichiarato: “O vinco la battaglia per la libertà e per la dignità, oppure muoio combattendo. Vi voglio bene”.

 

Senza aver mai ricevuto un’accusa formale, Samer ha più volte chiesto udienze ai giudici. Alcune volte questi rifiutarono all’ultimo mo-mento di concederla, rinviandola – dopo un’attesa di almeno 20 giorni – a corti militari. Altre volte veniva accettata, come quella volta in cui, di fronte al giudice e alla famiglia, venne picchiato dai soldati perché voleva stringere la mano alla madre. A proposito di quell’udienza, la sorella Shereen ha raccontato: “Ogni qual volta Samer ha cercato di stringere la mano a mia madre o anche solo di toccarla, i soldati israeliani glielo hanno impedito. E dato che Samer ci ha provato più volte, i soldati hanno assalito lui e la mia famiglia. È stato veramente brutale e disumano”.

 

La famiglia al-Issawi non è nuova ad arresti e uccisioni. La nonna di Samer è stata uccisa durante la prima Intifada, i suoi genitori sono stati arrestati nei primi anni ’70, suo fratello maggiore è stato ucciso negli scontri che hanno seguito l’eccidio nella Moschea di Abramo e anche i suoi sei fratelli e sorelle hanno affronta-to arresti.

 

In questo momento anche i detenuti Ayman Sharawna, Jafar Azzidine, Tarek Qa’adan, e Yousef Yassin sono in sciopero della fame.

 

 

Nena News, 13 febbraio 2013

 

Israele: 202 giorni di sciopero della fame,
Samer sta per morire in carcere
Nel carcere di Gerusalemme è in fin di vita
Samer al-Issawi, un ragazzo palestinese arrestato
senza un’accusa formale nei suoi confronti
né tantomeno una condanna.
Samer è nato il 16 dicembre 1979 a Issawiya
(da lì il suo cognome), un villaggio palestinese
vicino Gerusalemme est. Partecipare alla prima
Intifada gli costò una condanna, da parte di un
tribunale militare, a 30 anni di prigionia. Rilasciato
nel 2011 nello scambio di prigionieri in
cui il carrista israeliano Gilad Shalit è stato
liberato, Samer ha ottenuto l’amnistia.
Samer, allo stremo delle sue forze, pesa 48 kg.
Nel luglio del 2012 un nuovo arresto. Perché ha
oltrepassato il confine del territorio da lui
“calpestabile”, abusando della libertà di movimento
limitata dalle autorità israeliane. Confine
che, secondo quanto dichiarato dal padre di
Samer, veniva spostato quasi ogni settimana. Il
suo arresto è avvenuto senza un’accusa formale
né tantomeno una condanna a suo carico; è
stato semplicemente l’ennesimo caso di detenzione
amministrativa.
Nel 2011 Khader Adnan e Hana Shalabi rifiutarono
il cibo dei carcerieri; sul loro esempio
circa 2mila altri prigionieri palestinesi digiunarono
per 66 giorni, al termine dei quali riuscirono
a raggiungere un accordo (poi disatteso più
volte dal servizio carcerario) per ottenere migliori
condizioni. Con lo stesso spirito che ha
guidato queste azioni di protesta pacifica, anche
Samer, in seguito al suo arresto, ha iniziato uno
sciopero della fame.
Dopo oltre 180 giorni senza cibo (a parte una
lieve somministrazione di vitamine e liquidi per
via endovenosa avvenuta, dietro minaccia israeliana
di iniettargli a forza del glucosio che, visto
il suo stato di salute, probabilmente
l’avrebbe ucciso) e dopo numerosi ricoveri in
ospedale, lui fu ridotto alla sedie a rotelle, i
suoi reni smisero di lavorare come avrebbero
dovuto e il suo peso raggiunse i 48 chili. Come
riportato dal blogger Abed Enen, la sera dell’11
febbraio la Croce Rossa ha comunicato quello
che molti temevano: nel 202esimo giorno di
sciopero della fame Samer “sta per morire”. Ai
famigliari ha dichiarato: “O vinco la battaglia
per la libertà e per la dignità, oppure muoio
combattendo. Vi voglio bene”.
Senza aver mai ricevuto un’accusa formale,
Samer ha più volte chiesto udienze ai giudici.
Alcune volte questi rifiutarono all’ultimo momento
di concederla, rinviandola – dopo
un’attesa di almeno 20 giorni – a corti militari.
Altre volte veniva accettata, come quella volta
in cui, di fronte al giudice e alla famiglia, venne
picchiato dai soldati perché voleva stringere la
mano alla madre. A proposito di quell’udienza,
la sorella Shereen ha raccontato: “Ogni qual
volta Samer ha cercato di stringere la mano a
mia madre o anche solo di toccarla, i soldati
israeliani glielo hanno impedito. E dato che
Samer ci ha provato più volte, i soldati hanno
assalito lui e la mia famiglia. È stato veramente
brutale e disumano”.
La famiglia al-Issawi non è nuova ad arresti e
uccisioni. La nonna di Samer è stata uccisa
durante la prima Intifada, i suoi genitori sono
stati arrestati nei primi anni ’70, suo fratello
maggiore è stato ucciso negli scontri che hanno
seguito l’eccidio nella Moschea di Abramo e
anche i suoi sei fratelli e sorelle hanno affrontato
arresti.
In questo momento anche i detenuti Ayman
Sharawna, Jafar Azzidine, Tarek Qa’adan, e
Yousef Yassin sono in sciopero della fame.
Nena News, 13 febbraio 2013

 
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Pubblicato da su febbraio 20, 2013 in Varie

 
 
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