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Archivio mensile:gennaio 2013

Vittime dimenticate

Articolo tratto dal sito del TG3:
27/01/2013

ESTERI – Migliaia di sopravvissuti all’Olocausto lasciati nell’indigenza in Israele

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Un quarto dei sopravvissuti all’Olocausto residenti in Israele vive in condizioni di povertà e un terzo in solitudine. Questi i dati riportati dalla Fondazione per il sostegno alle vittime dell’Olocausto, resi noti dal quotidiano Haaretz in occasione della Giornata internazionale della Memoria. Secondo le statistiche, l’87 % dei sopravvissuti all’Olocausto che hanno fatto richiesta di aiuti finanziari vive con meno di 5mila sheqel al mese, poco meno di mille euro, mentre il 58 per cento vive con circa 3mila sheqel al mese,  meno di 600 euro.

Inoltre, il 70 per cento dei sopravvissuti che si sono rivolti alla Fondazione non possono permettersi cure odontoiatriche, mentre il 18 per cento ha bisogno di aiuto per acquistare gli occhiali da vista. I dati della Fondazione indicano che 10mila sopravvissuti in Israele non hanno familiari in vita e oltre un terzo di loro, di cui la metà vedovi o vedove, vive da solo. Molti dei sopravvissuti che hanno familiari ancora in vita, invece, dichiarano di non avere alcun contatto con loro.

Lo scorso anno, si legge ancora nelle statistiche della Fondazione, sono deceduti 12.800 sopravvissuti. Due terzi dei sopravvissuti ancora in vita hanno più di 80 anni e il 46 per cento supera gli 86. Dei 200mila sopravvissuti che attualmente vivono in Israele, il 70 per cento sonodonne. Tra tutti i sopravvissuti, 123mila hanno ricevuto aiuti dalla Fondazione in un periodo della loro vita e oltre la metà dei 56.275 sopravvissuti destinatari di aiuti nel 2012 vive nelle periferie delle città israeliane.

 
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Pubblicato da su gennaio 28, 2013 in Varie

 

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STORIE DELL' ALTRO MONDO

Giacca e cappello neri, due ridicole trecce di capelli, mi rincorre parlandomi in ebraico.

I don’t speak Hebrew”

E lo ripete, in inglese “Sei ebrea?”

No”

Tua mamma è ebrea?”

No”

Tua nonna? Qualcuno della tua famiglia?”

Non siamo ebrei, nessuno della famiglia” rispondo seccata.

Siamo a Lifta, un villaggio palestinese distrutto dalle milizie sioniste nel 1948. Basta camminare due minuti dalla stazione centrale dei bus di Gerusalemme Ovest, attraversare due superstrade rumorose e trafficate e scendere per qualche minuto per una ripida strada sterrata. Ed ecco che si arriva in una verde vallata, silenziosa e tranquilla, una sorta di mondo parallelo rispetto al caos e allo smog sovrastanti. E’ qui che sorge Lifta, l’unico villaggio palestinese le cui rovine si sono conservate fino ad oggi, come se volessero testimoniare l’atrocità e la brutalità della pulizia etnica avvenuta durante la Nakba. Nella sola Lifta…

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Pubblicato da su gennaio 28, 2013 in Varie

 

27 Gennaio – Giornata della memoria

Domenica prossima è il 27 Gennaio, la giornata della memoria della Shoah, non chiamiamolo “olocausto“, l’olocausto è un sacrificio gradito a Dio.

E’ importante ricordare gli orrori compiuti dalla follia nazista sull’inerme comunità ebraica d’Europa, perchè ricordare un crimine contro l’umanità è ricordare e onorare anche tutti gli altri orrori commessi dall’abominio umano, il genocidio in Rwanda, la pulizia etnica serbo-bosniaca, l’apartheid sudafricana, il genocidio degli indios e dei pellerossa delle americhe, lo sterminio nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, la Nakba…

Negare o dimenticare uno di questi significa dimenticarli tutti.

Ricordare gli orrori che siamo riusciti a commettere è l’unica chance che abbiamo di poter sperare che un giorno impareremo, e non dovremo più cedere alla convinzione che il male vincerà.

Il mio modo di celebrare la giornata della memoria è riproporvi il post che ho pubblicato l’anno scorso, è il mio modo più vivo, più sofferto, più partecipe che ho di condividere la memoria con voi, perchè quel giorno quel vecchio, condividendo la sua memoria con me, mi ha fatto vivere l’orrore nazista come se su quel treno quel giorno ci fossi anch’io.

Almeno con la memoria, con il rispetto, saliamo anche noi su quel treno, per non dimenticare, per “restare umani“…

 

 

Dalla parte delle vittime… (tutti i santi giorni)…

Era una Domenica pomeriggio di qualche anno fa, io e Monica eravamo appena arrivati in centro a Verona per il solito giretto pomeridiano tra le vetrine di via Mazzini, appena entrati in piazza Brà abbiamo notato un ingombrante oggetto parcheggiato davanti al Liston. Ci siamo avvicinati, un vecchio e arrugginito vagone merci con le piccole finestrelle in alto chiuse dal filo spinato, su un fianco campeggiava nel rossastro della ruggine una stella di David tirata con il gesso. Era uno dei vagoni merci usati dai nazisti per deportare gli ebrei nei campi di sterminio di Aushwitz, Mauthausen, Birkenau, Belzec, Treblinka…

Per un pò ci siamo soffermati in silenzio a contemplare quel vagone che sembrava essere spuntato da solo dalle nebbie del tempo, dal gelo delle nevi di Aushwitz… Echi di voci terrorizzate all’inteno sembravano ancora risuonare dalle lamiere, la mia immaginazione scorgeva visi deperiti e pallidi affacciarsi da quelle finestrelle, in passiva attesa dell’ineluttabile…

Alcuni mazzi di fiori erano stati lasciati lì, appoggiati al vagone da mani sconosciute, orfane di un ultimo abbraccio che non sono mai riuscite a dare, di visi che non hanno più potuto stringere o che non hanno mai potuto conoscere. Accanto ai fiori foto in bianco e nero sbiadito e due righe per ricordare… “Giovanni ti ho amato per tutta la vita e ti amerò per tutto il resto che mi rimane da vivere, spero un giorno di poterti riabbracciare… tua Carmela”, “Ciao nonno Sante, in questo giorno ti ricordiamo tutti…I tuoi figli e i nipoti che non ti hanno mai conosciuto, Lucia, Matteo, Cristiano, Luigi… Ti vogliamo bene…”.

Un vecchietto magrolino si avvicina in bicicletta, si ferma, si toglie il cappello sistemandosi la canuta chioma con un colpo di mano, si aggiusta gli occhiali sul naso e girandosi verso di noi fa “…ci sono stato anch’io sopra uno di questi, è stato tanto tempo fa… Ci stavano portando al campo di… Dentro eravamo stipati come bestie, c’era gente che si sentiva male, non mangiavamo da giorni, era così pieno che non potevamo che restare in piedi, per ore, per giorni, in mezzo ai nostri stessi escrementi, dovevamo farli lì, non c’era altro modo.. C’era una puzza che non si poteva respirare… Ad un certo punto il treno si è fermato in mezzo a un campo di grano, era una bellissima giornata…”.

Mi chiedo “…ma perchè mi sta raccontando queste cose, a me che sono uno sconosciuto?…”, ovvio, il bisogno di parlarne gli ribolliva dentro come un’oscura nebulosa, tutto quel dolore doveva trovare il modo di uscire fuori, condividendolo con qualcuno forse quel ricordo sarebbe stato meno opprimente, meno terrificante, meno orribile… doveva dirlo a qualcuno!

Intanto intorno a noi sie era raccolta una piccola folla di gente che attonita, silenziosa e impietrita ascoltava il racconto di quel vecchio. “…Ad un certo punto qualcuno ha aperto la porta del nostro vagone… Perchè sono furbi quelli lì, lo sapevano…”, in un istante il mio cervello inconsapevole realizza il diabolico piano e ci arrivo anch’io “…ma certo!” penso, “…così la gente affamata scenderà per mangiare il grano!”. Il vecchio prosegue “…appena aperte le porte tutti si sono precipitati in massa giù dai vagoni e si sono avventati sulle spighe di grano per mangiarle, io cercavo di fermarli, gli urlavo disperatamente di tornare sui vagoni, perchè ci avrebbero ammazzati tutti, ma avevano troppa fame!… Non capivano più niente… E te lo dico io che sono furbi, lo hanno fatto apposta quelli lì…”, intanto mi guardavo intorno, il gelo più profondo era calato su di noi, dai visi tesi e attoniti delle persone traspariva, tutti avevamo già capito.

Il vecchio con voce rotta prosegue “… allora il comandante ci urla <<…c’è qualcuno che parla tedesco qui?…>>, io parlo tedesco, e allora gli rispondo <<Ich spreche Deutsch>>, lui mi fa (il vecchio ce lo dice in tedesco e poi ci traduce) <<di ai tuoi compagni che tornino subito sui vagoni, altrimenti apriamo il fuoco>>. Il vecchio mentre parla scoppia in lacrime, io a fatica trattengo il pianto, intorno a noi molti ormai stanno piangendo come se ai piedi di quel vagone quel giorno ci fossero stati anche loro, Monica si stringe a me in un pianto dirotto che le inonda il viso.

Il vecchio singhiozzando prosegue “…allora io mi sono messo a urlare <<tornate sul vagone!…tornate su!… questi non scherzano, ci ammazzano tutti!… tornate su vi scongiuro!… Ma niente, loro continuavano a mangiare… E allora hanno aperto il fuoco…”, il vecchio si interrompe, per qualche secondo si abbandona al pianto e alla disperazione del ricordo, poi si riprende quanto basta per continuare “…si sono messi a sparare coi loro mitra… rattattattatta!!… Gli altri cadevano, uno dopo l’altro sparivano in mezzo alle spighe di grano… Li hanno fatti fuori tutti, tutti!… Non ne è rimasto in piedi neanche uno…”.

Il vecchio si pulisce gli occhiali bagnati di lacrime, con l’astio disperato di chi a distanza di 60 anni non può ancora perdonarsi di non aver potuto fare nulla, “…poi il comandante mi dice <<vai là e controlla che siano tutti morti… e li ho pensato <<…è la fine! adesso ammazzano anche me, tanto non gli servo più, non c’è più nessuno a cui dover tradurre…>>. Io non volevo andare, avevo paura, e lui mi diceva <<se non ci vai ti ammazziamo qui sul posto>> e allora sono andato… Erano tutti lì, riversi a terra in quel maledetto campo, ce n’erano dappertutto, e io andavo vicino, cercavo di capire se erano ancora vivi, ma non riuscivo a guardarli in faccia, non potevo guardarli in faccia…”.

Monica mi tira il braccio, non può più sopportare tanto dolore, contriti e profondamente turbati riprendiamo il nostro cammino nel più totale silenzio.

Mille documentari, mille speciali in televisione, agli orari più assurdi, mille racconti, mille libri… Ma le parole di quel vecchio non riuscirò mai a dimenticarle, per tutta la mia vita.

Non dimentichiamo “se vogliamo che tutto questo non accada di nuovo“… Ma in realtà accade ancora, tutti i santi giorni…

Dalla parte delle vittime… tutti i santi giorni…

 
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Pubblicato da su gennaio 25, 2013 in Varie

 

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STORIE DELL' ALTRO MONDO

Zarqa

Fatima* ha un viso dolce e tenero. E’ una ragazza siriana di soli 20 anni, scappata dalla guerra tre mesi fa. La incontriamo nei corridoi dell’ufficio della Caritas nella città di Zarqa. Ci sorride, curiosa, e ci porta a conoscere la sua famiglia. Vive in una casa anonima nella parte nuova della città con i fratelli, il cugino e i genitori. Otto persone in un’abitazione nuda e spoglia. Unico elemento di arredamento nel grande e vuoto salotto è la televisione, sempre accesa. Ma ora a scandire il tempo non sono più le infinite telenovelas siriane ma i canali d’informazione come Al-Jazeera e Al-‘Arabiya. Ci sediamo in salotto, su dei materassi adagiati a terra ed ascoltiamo la loro storia. Inizia così, il mio riavvicinamento, anche mentale e psicologico, con la Siria che due anni fa avevo salutato con la certezza di tornare.

“Mio nonno è originario del Golan, poi durante la…

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Pubblicato da su gennaio 9, 2013 in Varie

 

Campagna NO FIRING ZONE 918

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Questo appello è tratto dalla newsletter della campagna “Bocche scucite” di Pax Christi, per dare voce e visibilità alle popolazioni Palestinesi delle colline a sud di Hebron, costrette a vedere le loro case distrutte, costrette ad abbandonare le terre in cui vivono da sempre, ridotte alla deportazione forzata in violazione delle più elementari norme del diritto internazionale, e tutto questo nell’assordante silenzio, nell’abbandono da parte di quel mondo che ama definirsi “civile”, ma che nell’omertà di politiche forzatamente filo-israeliane, non può certo chiamarsi tale.

Invito tutti a leggere questo appello e a diffonderlo, perchè il mondo apra gli occhi sulle ingiustizie commesse nei confronti dei nostri fratelli palestinesi dalla politica xenofoba di un governo israeliano che poco ha a che spartire con la volontà e la sensibilità di molti dei nostri fratelli israeliani.

Diamo spazio ad una importantissima CAMPAGNA che vogliamo sostenere e raccomandare con forza. Non è solo il nostro costante appoggio alla lotta nonviolenta della popolazione di AT TWANI e dei volontari di OPERAZIONE COLOMBA, che ci spinge a dare il massimo rilievo alla Campagna NO FIRING ZONE 918, ma la convinzione che anche solo i nostri tremila lettori di BoccheScucite potrebbero riuscire a fermare questa “pulizia etnica” in atto.

THIS MUST BE THE PLACE

Campagna per l’abolizione della “Firing Zone 918” nelle South Hebron Hills

L‟APPELLO

Questa storia parla di libertà, emancipazione e giustizia. Tutto ha avuto inizio tredici anni fa quando le autorità israeliane decisero di evacua-re, per “esigenze militari”, una vasta area nelle colline a sud di Hebron (Cisgiordania), denomi-nata “Firing Zone 918”. Dopo la demolizione dei dodici villaggi palestinesi presenti nell‟area e la deportazione dei loro abitanti, circa un mi-gliaio, le comunità palestinesi della zona dovet-tero decidere come reagire: se attraverso la vio-lenza o la nonviolenza.

Con l‟aiuto di alcuni attivisti e avvocati israelia-ni, i palestinesi furono così coraggiosi da sce-gliere la via della nonviolenza. Questo fu l‟inizio di un‟incredibile esperienza di resisten-za popolare che diede vita al South Hebron Po-pular Committee. Molte sono state le difficoltà e gli ostacoli lungo il cammino, ma allo stesso tempo molte sono state le vittorie.

Oggi, proprio come tredici anni fa, su quegli stessi villaggi e sui loro abitanti pende nuova-mente la minaccia di un‟evacuazione. Questa volta però i palestinesi delle colline a sud di Hebron non devono più scegliere tra violenza e nonviolenza, perché oramai sanno che la non-violenza è l‟unica via.

Perché questo è il luogo dove i palestinesi han-no compreso che la loro lotta non è solo per la loro libertà ma anche per la libertà degli israe-liani, non è solo per i loro figli ma anche per i figli degli israeliani, non è solo per il loro futuro ma anche per il futuro degli israeliani.

Perché si rifiutano di credere alle parole di colo-ro che vogliono convincerli che gli israeliani sono un nemico.

Perché sanno che quelle sono le parole di chi ha interesse che il conflitto continui e, dopo più di sessanta anni di occupazione, è tempo di affer-marlo a voce alta.

Questo è il luogo: le colline a sud di Hebron, un luogo nel profondo sud della Cisgiordania, così lontano da tutto eppure così vicino alla verità.

Questo è il momento: adesso.

Queste sono le persone: ognuno di noi, uomini e donne, palestinesi e israeliani, europei e ameri-cani, chiunque non abbia più paura di dire la verità e di scegliere la nonviolenza.

Se vuoi essere parte di questa storia di libertà, emancipazione e giustizia, non aspettare!

Leggi e condividi questo appello e la petizione con amici, colleghi, famigliari e conoscenti.

Per maggiori informazioni:

Web:

www.nofiringzone918.org

www.operazionecolomba.it/ nofiringzone918

Email:

nofiringzone918@gmail.com

THIS MUST BE THE PLACE

Campagna per l’abolizione della “Firing Zone 918” nelle South Hebron Hills

LA PETIZIONE

Cisgiordania (Territori Palestinesi Occupati) – Nelle colline a sud di Hebron esiste un’area de-nominata Masafer Yatta. Quest’area comprende 12 villaggi in cui vivono circa 1000 palestinesi: Tuba, al-Mufaqarah, Isfey, Maghayir al Abeed, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Halaweh, Mir-kez, Jinba, Kharoubeh e Sarura. Secondo gli accordi di Oslo, questa zona è considerata ‘area C’, ovvero è sotto il controllo civile e militare israeliano. All’inizio degli anni ’70 Israele ha dichiarato questo territorio come ‘zona militare chiusa’, denominandola ‘Firing zone 918’.

Nel 1999 l’esercito israeliano, insieme ad alcuni ufficiali dell’amministrazione civile, ha espulso i residenti dei dodici villaggi, i quali hanno fatto ricorso presso l’Alta Corte di Giustizia israelia-na. La Corte, con un provvedimento tempora-neo, ha accolto il ricorso permettendo ai palesti-nesi di tornare nelle loro case e vietando all’e-sercito di espellerli nuovamente fino a che la corte stessa non si fosse espressa definitivamen-te in merito.

Nonostante ciò, da allora la vita delle comunità palestinesi nell’area è peggiorata notevolmente, sia a causa della distruzione di proprietà private avvenuta durante l’evacuazione, sia per la conti-nua espansione degli insediamenti e le violenze dei coloni che vi abitano. In questi anni poi, l’esercito e l’amministrazione civile israeliana hanno continuato a consegnare ai residenti ordi-ni di demolizione e di arresto dei lavori, impe-dendo di fatto di costruire nuove abitazioni o di ristrutturare quelle già esistenti.

Nell’aprile del 2012 la Corte di Giustizia israe-liana ha riaperto il caso e, il 19 luglio 2012, lo stato israeliano, seguendo le indicazioni date dal Ministero della Difesa, ha presentato alla Corte una notifica dettagliata in cui afferma che i pale-stinesi che avevano presentato ricorso non pote-vano rivendicare alcun diritto di vivere in quell’area poiché non erano ‘residenti perma-nenti’. Il 7 agosto 2012 la Corte ha deciso che la dichiarazione fatta dallo stato modificava so-stanzialmente la situazione normativa e ha di conseguenza invalidato e respinto il ricorso pre-sentato dai palestinesi. Perciò, il 16 dicembre gli avvocati che difendono i palestinesi presente-ranno un nuovo ricorso presso l’Alta Corte di Giustizia israeliana. Se la Corte dovesse respin-gere il ricorso, otto dei dodici villaggi potrebbe-ro essere evacuati.

Se questo si verificasse, le autorità israeliane potrebbero prendere decisioni contrarie a quanto stabilito dal diritto internazionale. Israele ha dichiarato che dopo la seconda guerra del Liba-no nel 2006, i livelli di sicurezza si sono decisa-mente alzati e, conseguentemente, è prioritario provvedere ad addestramenti regolari delle trup-pe: questo si traduce nella necessità di una quantità maggiore di aree di addestramento mi-litare o “firing zone”, tra cui quella di Masafer Yatta.

Tuttavia, tale esigenza da parte dell’esercito israeliano non è direttamente collegata all’occu-pazione, dal momento che si riferisce ad eserci-tazioni di routine dell’IDF (Israeli Defense For-ces); pertanto, in base a quanto stabilito dal di-ritto internazionale, in questo caso non si può parlare di “necessità militari”. Ciò significa che le misure che potrebbero essere adottate risulte-rebbero illegittime in quanto non ammesse dal regolamento dell’Aia e costituirebbero una gra-ve violazione della IV convenzione di Ginevra, per la quale l’addestramento militare di routine non può essere considerato una “necessità mili-tare”.

Inoltre, anche se si consentisse la creazione di una “firing zone” destinata all’addestramento militare, il diritto internazionale umanitario (IHL) in nessun caso potrebbe giustificare gli espropri e le restrizioni alla libera circolazione nei dodici villaggi. Ai sensi dell’art. 46 della dichiarazione dell’Aia, la proprietà privata deve essere rispettata e non può essere confiscata; nonché la distruzione della proprietà privata per la creazione di una zona militare, adibita all’ad-destramento delle truppe, non trova giustifica-zione in quanto non costituisce una “necessità militare”.

Date le circostanze, la prevista distruzione dei villaggi con lo scopo di utilizzare la “Firing Zone 918” costituirebbe una palese violazione dell’art. 53 della IV Convenzione di Ginevra e una grave violazione ai sensi dell’art. 147.

Infine, in materia di divieto di trasferimento forzato, il diritto internazionale umanitario non fa alcuna distinzione tra residenti permanenti e non permanenti, come fa invece la legislazione israeliana. Cacciare forzatamente qualsiasi abitante o comunità appartenente ai dodici vil-laggi (che sia per permettere l’addestramento militare o che sia per la mancanza di permessi di costruzione) è una violazione dell’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra e costituisce un’altra grave violazione dell’art. 147. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordina-mento degli affari umanitari (OCHA), dal 1967 Israele ha destinato circa il 18% della Cisgior-dania alla creazione di “zone militari chiuse” adibite ad attività di addestramento militare (senza contare le “zone militari chiuse” che circondano gli insediamenti israeliani, tutte le terre collocate tra il muro e la Green Line, ecc), rendendo queste aree effettivamente inaccessi-bili ai palestinesi.

L’esistenza della “Firing Zone 918” costituisce una violazione dei diritti umani fondamentali. La sua abolizione sarebbe un primo passo per permettere agli abitanti palestinesi dell’area l’accesso a:

il diritto ad una vita dignitosa;

la libertà di movimento;

il diritto alla proprietà privata;

il diritto all’istruzione;

il diritto al lavoro;

il diritto alle cure mediche;

la libertà di culto.

Date queste circostanze, chiediamo con forza:

il rifiuto alla richiesta del Ministero della Difesa israeliano di evacuare l’area;

l’abolizione della “Firing Zone 918”;

il rispetto dei diritti e della dignità delle co-munità palestinesi delle colline a sud di He-bron.

Promotori

– Popular Struggle Coordination Committee

– South Hebron Hills Popular Committee

– Operazione Colomba – Corpo Nonviolento di Pace dell’Associazione “Comunità Papa Gio-vanni XXIII”

– ISM – International Solidarity Movement

– CPT – Christian Peacemaker Teams

– Ta’ayush

– AIC – Alternative Information Center

– Comet-ME

 
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Pubblicato da su gennaio 8, 2013 in Varie

 

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Una luccicante bugia…

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Londra… E’ innegabile, il periodo migliore per visitarla è Natale, le favolose luminarie di Oxford Street e Regents Street, le vetrine dei negozi addobbate per l’occasione, come solo qui a Londra sanno fare, i grandi magazzini di Selfredges e Harrod’s scintillanti di luci, tutto così perfetto, così “natalizio”, confezionato alla perfezione.

E’ la milionesima volta che veniamo a Londra nel periodo di Natale, eppure non mi stanco mai… O forse questa volta si?… L’eccitazione, l’elettricità nell’aria, l’ impressione di essere al centro del mondo, come mai quest’anno non le sento più? Il mio sguardo si posa distratto sulla selva di messaggi pubblicitari di cui sono inondate le vie di questa moderna Babilonia, sulle fiancate degli autobus, nei supermercati, nei Caffè di catene come Costa, Caffè Nero, Starbuck’s, E.A.T., tra finti pupazzi di neve in perizoma che dalle vetrine ancheggiano ammiccandoti che solo lì dentro troverai i migliori sconti di Natale, o gigantografie dell’ “X-mas breakfast”, la colazione di Natale che puoi avere con sole 5 sterline, “altrimenti che Natale è?…”. Si perchè, meglio scrivere “X-mas”, quel “Christ” di troppo, così vincolante, troppo religioso, troppo cristiano, meglio lasciarlo fuori. Meglio che il Natale non abbia bandiere, niente ideologie, niente religioni, non distraiamo il consumatore con informazioni superflue, “l’unica cosa che conta è che il consumatore si convinca a comprare l’ X-mas breakfast!”.

“X-mas”, il Natale mercificato come una sorta di “X-Factor” natalizio… Tutto qui? E’ davvero tutto qui il Natale? A girare per le vie di Londra sembrerebbe proprio di si, un’unica immensa interminabile vetrina, dove puoi trovare di tutto, basta avere soldi da spendere. Un tempo tutto questo mi divertiva, adesso mi ritrovo a girare per le vie e non so cosa fare, non ho voglia di comprare, tutto mi sembra così vacuo, così banale, una luccicante bugia.

Quanto stride tutto questo con il ricordo del Natale scorso passato a Betlemme. Si certo, anche lì il Natale “pagano” non ci risparmiava i suoi schiamazzi, la mercificazione del Natale si sentiva anche lì, ma non c’era solo quello. C’era l’euforia della gente di Betlemme, cristiani o musulmani che fossero, sapevano che quel giorno è si la festa di tutti, ma è soprattutto la “loro” festa, la festa della loro città, perchè quello che Londra dimentica, che il mondo dimentica, che noi troppo spesso dimentichiamo, è che il 25 Dicembre non è la festa dei regali, non è la festa degli sconti, non è la festa degli acquisti, quelle sono solo luccicanti bugie per gente debole.

Il 25 Dicembre si festeggia la nascita di Gesù Cristo.

La sera del 29 di questo Dicembre eravamo a una fermata dell’autobus in Oxford Street, eravamo già in ritardo per la cena quando un vecchio mi avvicina e mi fa “…bus stop… bus stop to Piccadilly… Piccadilly Circus…” e balbetta vocaboli incomprensibili per il mio inglese incerto. Un’occhiata veloce alla strada, il 98, il nostro autobus, sta arrivando, saliamo e lasciamo il vecchio a se stesso o cerchiamo di aiutarlo? L’autobus si arresta alla nostra fermata ed apre le porte, mia moglie è ancora intenta a cercare scarpe nella vetrina di fronte, mentre penso a cosa fare in realtà ho già deciso, le porte si richiudono, l’autobus riparte e rimango davanti al vecchio che mi fissa in attesa di una risposta. “Amore” faccio verso mia moglie, “aiutami a capire cosa cerca questo signore”, il vecchio cerca di ripetere, ma dalla bocca gli esce un indecifrabile miscuglio di parole inglesi ed italiane, “ma lei è italiano?” gli chiedo, e il suo viso si illumina mentre con un forte accento del sud mi risponde “Si!! Italiano sono!!” e fiero aggiunge “Calabbrese!! Io sono stato un grande chef sai! Sono stato lo chef della reggina! Lo conoscete il Bar Italia a Soho? Lo feci io tanti anni fa… Eh, è perchè ormai sono vecchio, c’ho 92 anni, sono settant’anni che sto qua…”.

Chiacchieriamo amabilmente mentre giriamo avanti indietro per Oxford Street in cerca della fermata giusta, il vecchio parla in un mezzo italo-calabro-inglese quasi incomprensibile, si regge a stento sul suo bastone io gli porgo il mio braccio per aiutarlo a camminare. “Ma dove ha detto che deve andare? Piccadilly?” gli chiedo, il vecchio si guarda intorno spaesato “Lester Square (Leicester Square)… Di là c’è Occseford Circus (Oxford Circus)… E Mabble Ach (Marble Arch)… Da quella parte là ci sta Eddgge Rodd (Edgware Road)… Trafagghia Square (Trafalgar Square)…” e di nuovo vocaboli incomprensibili. E’ evidente che la sua età non gli permette più di essere lucido “si, ma lei dove deve andare?…” gli chiediamo nuovamente, lui scuote le spalle “vabbeh… Di là c’è Tottam Coutt Road (Tottenham Court Road), di lì posso andare a Soho, al Bar Italia…”, che è dietro l’angolo, e con un disarmante sorriso, quasi in punta di piedi, aggiunge “perchè non venite con me? Vi offro un caffè… Siete stati così gentili…”. A quel punto ci è tutto chiaro, non erano le indicazioni ciò di cui aveva bisogno, aveva bisogno solo di un po’ di compagnia, forse ha sentito che siamo italiani e con una scusa ci ha avvicinati.

Arriva l’autobus, lo aiutiamo a salire, ci assicuriamo con l’autista che sia l’autobus giusto e che faccia scendere il vecchio alla fermata giusta. “Come si chiama lei?” chiedo al vecchio, “Franchino!!…” risponde, felice già solo del fatto che glie l’abbia domandato, e con un timido sorriso, quasi sparendo tra le spalle del suo cappotto, aggiunge “siete sicuri che non volete venire con me a prendere un caffè?…”.

Quanto ci piacerebbe salire con lui su quell’autobus, chiacchierare tutta la serata davanti a un caffè e ascoltare tutte le storie che avrà da raccontarci sui suoi settant’anni a Londra, ma dobbiamo andare. Ci accontentiamo del sorriso di gratitudine con cui Franchino ci lascia, mentre la scia rossa del bus a due piani sparisce lungo la via, e ci incamminiamo soddisfatti per una Oxford Street insolitamente semivuota, d’un tratto spogliata dei rumori e dei suoi languidi richiami, perchè tutto il vuoto delle sue scontate promesse è stato riempito da un incontro, perchè il garbato sussurro di un momento di umanità ha coperto senza fatica gli strepiti di una luccicante bugia.

 
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Pubblicato da su gennaio 7, 2013 in Varie

 

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Un anno di blog…

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 4.500 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 8 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

 
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Pubblicato da su gennaio 7, 2013 in Varie

 
 
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