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Archivio mensile:ottobre 2012

VOCI DAL CONFLITTO, da Betlemme a Verona

Segnalo un incontro interessante che si terrà questa sera a Villa Buri (mi scuso del ritardo nella segnalazione):

 

QUESTA SERA 31ottobre a Villa Buri ” in diretta VOCI DAL CONFLITTO, da Betlemme a Verona”: + Una Guida per pellegrinaggi consapevoli in Terra Santa

VOCI DAL CONFLITTO, da Betlemme a Verona”

 

al quinto giorno della Missione di Pace in Israele e Palestina, organizzata dal Coordinamento degli Enti Locali per la pace e i Diritti Umani, con 212 italiani dai 14 a 82 anni, provenienti da 90 città ,i 10 veronesi partecipanti ( inviati dall’Associazione “Il Germoglio – onlus” di Verona e rappresentanti della Provincia, dei comuni di Castel d’Azzano e San Martino Buonalbergo) danno appuntamento a tutti a

MERCOLEDI’ 31 alle ore 20,45 presso Villa Buri ( via Bernini Buri, san Michele extra)

per un collegamento diretto da BETLEMME con la partecipazione di:

  • Marina Marincola di Rai 3 (conduttrice della serata)
  • Flavio Lotti, direttore del Coordinamento Italiano degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani ( promotore dell’Iniziativa),
  • Aviano Rossi, vicepresidente della regione Umbria ( promotrice degli ELP),
  • Aluisi Tosolin, preside del Liceo Scientifico “Bertolucci” di Parma,
  • Lisa Clark di “Beati i costruttori di pace”,
  • Hussam Salameh, palestinese di Betlemme,
  • Mustafa Qossocsi Psicoterapeuta Arabo Israeliano del progetto Fiori di Pace,
  • una testimone Israeliana delle Associazioni per il Dialogo e la Pace,
  • una rappresentanza del Baby Charitas Hospital di Betlemme,

 

Paolo ferrari e Marta Caldana per il

 

documentazione diffusa dal

Coordinamento Provinciale Veronese degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani

 
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Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Varie

 

Il buco

…I bambini vestiti di stracci, girare per le strade di Kofele sentendomi un marziano, un “faranji”, camminare per Addis Abeba sentendomi costantememnte minacciato, sentendomi in pericolo, ed imprecare ogni volta che mi torna in mente la macchina fotografica che mi sono fatto zanzare di sotto il naso da un bambino che avrà avuto 9 anni.

Pulire il moccio ai bambini disabili del centro delle missionarie della carità di Addis Abeba, sopportare a stento il lezzo dell’altro centro, quello di Goba, le sue stanze stipate di gente con problemi di ogni tipo, di salute, mentali, di età. E quel vecchio ranicchiato in un fagotto di coperte che con la mano mi chiamava al suo capezzale come se dovesse dirmi l’ultima cosa importante prima di morire, e invece di importante c’era solo che gli concedessi qualche secondo della mia vita per accorgermi di lui, con i suoi anni sulle spalle, con gli anni, o mesi, o giorni, da finire prima di chiudere il conto con la vita. E mi baciava la mano in continuazione come se fossi chissà chi, un santo, un re, un dio, io che a a fatica tenevo insieme i pezzi di me stesso prima che il pianto rivelasse tutta la mia fragilità, tutti i miei limiti.

“No basta, ne ho abbastanza…” mi sono detto, contento di salire su quell’aereo che mi avrebbe riportato al primo mondo, felice di lasciare quell’Addis Abeba che mi stava così stretta, intrappolata nelle fauci delle sue povertà e delle sue contraddizioni, con cui tutto sommato non avevo niente a che spartire. E non vedevo l’ora di tornare alle passeggiate sul lago, alle serate a spasso per Verona, alle strafogate di carne, di pesce, di tutto quello che posso permettermi di avere con una semplice strisciata di bancomat.

Basta… Basta blog, basta arrovellarmi la testa di problemi di altri, di pensieri che non mi appartengono… In fondo è semplice, mi basta dire no, mi basta girarmi dall’altra parte e continuare a fare quello che faccio di solito, niente di più e niente di meno di quello che serve a me! Di quello che basta perchè sopravviva io! In fondo ho già la mia di pallina di m…. personale da spingere avanti no? La crisi, il prezzo della benzina che continua a crescere, la spesa che con 50 Euro non è che si riesca più a comprare granchè… E il lavoro, quel lavoro che chiede sempre tanto, che di questi tempi, ringraziare di averlo ancora… Testa bassa e… Lavorare!!
E la passeggiata sul lago c’è stata, e mi sono anche tolto una soddisfazione, subito, ma poi rimaneva sempre quel qualcosa in sospeso, quel buco… E le serate in centro a Verona, belle si, ma poi… Sempre quel buco… E il lavoro, che con l’ultimo boccone di colazione ancora nel gozzo c’è da scapicollarsi giù in mezzo al traffico per timbrare in tempo, e poi, corri corri, a risolvere mille problemi che non mi appartengono, con i quali ho poco a che fare, se non fosse per quel numerino in fondo alla busta paga che cita “netto mensile”. Poi la spesa di corsa, e far da mangiare per la cena e per il pranzo del giorno dopo al lavoro, che quando finisci ormai sono le dieci, e non hai più l’energia per fare niente, ti butti sul divano con la pretesa di guardare la tv, e ti addormenti subito… Suona la sveglia, è già il giorno dopo e… Sempre quel buco…

Fare sempre e solo quello che serve a te, mettere te al centro della tua vita, ti fa sentire il buco…

Ieri mi sono ricordato di avere un blog e ho rubato alcuni minuti alla frenesia del mio “buco” per rileggermi qualcosa dell’esperienza in Etiopia… In un attimo mi sono perso nel ricordo di tutte le persone che abbiamo conosciuto, di tutti i volti che abbiamo incontrato, di tutte le storie di disperazione che abbiamo ascoltato, e di quelle di speranza…

…La foto di me con quel badile in mano, e dietro la rete i ghigni dei monelli della missione di Robe che tramavano alle mie spalle…”Che bei momenti” ho pensato, e un sorriso per un attimo è riapparso sul mio volto accigliato…

“Eh si” mi sono detto “lì il buco non c’era più, o per lo meno, non lo sentivo più”…
Eh certo… Erano loro ad averlo riempito…

 

 
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Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Etiopia 2012

 

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Verona/Palestina. Una terra devastata da blocchi e frammentazioni

30/10/2012 di Donatella Miotto

VeronaIn e Veronainblog raccontano la “Missione di Pace in Israele e Palestina” di alcuni veronesi, in viaggio dal 27 ottobre al 3 novembre per iniziativa del “Tavolo per la Pace”

Donatella Miotto (inviata). Finalmente, dopo ore di volo e ritardi, il viaggio inizia davvero, la sera di sabato 27 ottobre, con le parole di Flavio Lotti, coordinatore nazionale del Tavolo per la Pace: «Se vogliamo uscire dalla grande crisi che stiamo vivendo, dobbiamo riaprire gli occhi sul mondo. Quello che sta accadendo ci richiama alle nostre responsabilità di italiani e di europei. Dobbiamo stare in ascolto, capire cosa noi possiamo e dobbiamo fare per mettere un giorno la parola fine a questo conflitto».

Ed oggi finalmente siamo scesi in campo: 212 pellegrini della pace, con un’età che varia dai 16 agli 82 anni, esploreranno questa terra santa e martoriata. Dopo aver srotolato gli striscioni per formare un’enorme bandiera arcobaleno davanti alla basilica della Natività, siamo accolti da Victor Batarseh, Sindaco cristiano di Betlemme, che ci racconta come già l’essere qui aiuti la città: «L’unica attività economica che si è ripresa, permettendoci di ridurre la disoccupazione dal 30 al 18%, è il turismo». Intanto, però, l’occupazione israeliana e la costruzione del muro di separazione hanno eroso la terra su cui si espandeva la città, che da 31.000 km2 si è ridotta a soli 6.000 km. «La prima fonte d’occupazione della popolazione era l’agricoltura», spiega il sindaco, «ma oggi i nostri ulivi stanno al di là del muro, e i contadini ora non possono nemmeno fare il raccolto». Situazione che Betlemme condivide con altri 150 villaggi palestinesi, dove le abitazioni sono state separate dai campi. Questo mentre attualmente solo l’8% dei cittadini di Betlemme ha il permesso di andare a lavorare a Gerusalemme.

Erigere un muro fra zone israeliane e palestinesi non ha solo precluso il diritto alla terra e al lavoro, ma anche il diritto alla salute: «Per le cure specialistiche dobbiamo andare a Gerusalemme» continua Batarseh «ma lo possiamo fare solo con un permesso speciale. E anche in caso di urgenza le nostre ambulanze non possono passare: al confine il malato va spostato dalla nostra ambulanza a quella israeliana». Per ragioni di sicurezza, ovviamente. Ma a volte il passaggio può essere fatale.

Che senso ha quindi questo muro? Iniziato nel 2002, come barriera protettiva in risposta alla campagna di attentati suicidi, avrebbe dovuto seguire la linea verde”di confine con la Cisgiordania. Avrebbe forse potuto essere una chiara, seppur tetra, linea di demarcazione utile a realizzare quella soluzione di due popoli, due stati prospettata dall’ONU. Ma le cose sono andate diversamente. Se la linea verde è lunga 300 km, attualmente sono stati costruiti già 450 km di muro e, quando sarà terminato, ne misurerà ben 700. Questo perché il muro circonda i nuovi insediamenti israeliani e li include, così come fa proprie le principali risorse idriche, riuscendo a strappare ben il 10% di territorio ai palestinesi. Quel che rimane ha poco a che vedere con la conformazione di uno stato.

«Se, per capire Gaza, la parola chiave è “blocco”» racconta Ray Dolphin, responsabile dell’Ufficio dell’ONU di coordinamento degli Affari Umanitari nei Territori Palestinesi Occupati «per La Cisgiordania la parola è: “frammentazione”. Non solo questa terra è priva di ogni collegamento con la striscia di Gaza, ma al suo interno la maggior parte del territorio è tuttora in quell’area C che, secondo gli accordi di Oslo, avrrebbe dovuto essere solo fino al 1999 sotto il controllo israeliano. Se, dopo 13 anni, restano ben poche speranze sull’effettiva realizzazione di quel programma, ancor più difficile è pensare che sia davvero possibile eliminare un giorno gli insediamenti militari e le riserve naturali che impediscono ogni attività agricola e che lasciano in mano israeliana quasi tutta la fascia est del paese. E ancor meno realistica è l’eliminazione di un muro di più di 450 km. O delle 150 colonie che punteggiano – illegalmente, per l’Onu e per il diritto internazionale – tutta la Cisgiordania, insediamenti abitati ormai da 500 mila coloni».

Quel che resta da questa lunga e continua opera di erosione è una nazione sparsa a macchia di leopardo, fatta di villaggi e città accerchiate. Nei prossimi giorni saremo impegnati a capire qualcosa di più su questa complessa realtà. Cercheremo di trovare segnali di speranza. E cercheremo anche di portarli.

 
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Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Varie

 

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L’”interesse archeologico” che nasconde l’occupazione di due villaggi palestinesi (di Elena Butti)

Elena Butti è una studentessa italiana di 20 anni specializzanda in Diritto Internazionale all’University College Utrecht in Olanda. La scorsa estate ha trascorso un periodo in Israele e Palestina: il viaggio ha generato in lei un impellente bisogno di raccontare ciò che ha visto. Ci fa piacere pubblicare questo suo articolo.

Il villaggio palestinese di Silwan si trova alle pendici della città vecchia di Gerusalemme, ma è un villaggio che sta silenziosamente scomparendo. Ad esso è stato tolto anche il nome: se oggi lo si cerca su una mappa di Gerusalemme, a due passi dalla Dung Gate che dà accesso alla parte Sud della città vecchia, non lo si trova. Al suo posto, campeggia la scritta: “City of David”, nome del sito archeologico che si trova letteralmente al di sotto di esso e che ogni anno richiama masse di turisti inconsapevoli del dramma che essi stessi finanziano pagando il biglietto di ingresso.

La stella di David sventola su una torretta di controllo israeliana nel villaggio di Silwan. All’interno, si intravedono coloni armati.

A seguito dell’annessione di Gerusalemme Est a Israele nel 1967, “ingiusta” (secondo i palestinesi), “riunificatrice” (secondo gli israeliani), “illegale” (secondo la risoluzione ONU 446), il villaggio di Silwan è passato sotto il controllo israeliano. Da 25 anni, l’area è di fatto nelle mani di due “organizzazioni archeologiche” israeliane, la Ir David Foundation (Elad) e la Ateret Cohanim, che portano avanti gli scavi archeologici (con un metodo che è stato, peraltro, dichiarato essere in violazione dei minimi standard scientifici da affermati archeologi israeliani). Allo stesso tempo, però, queste associazioni promuovono l’insediamento di coloni ebrei nell’area. E mentre le scavatrici riscoprono meraviglie dell’antichità, le case degli abitanti di Silwan, che vi risiedono da generazioni, sono minacciate da ordini di demolizione, da piani di ristrutturazione che intendono radere al suolo interi complessi abitativi per fare spazio a parcheggi, e dalla continua paura di crolli per gli scavi in corso. Le case che non vengono demolite sono a poco a poco occupate da coloni. Su ognuna di queste case sventola la bandiera israeliana. All’interno di ogni torretta, si intravedono coloni. Armati. Anche questo per “interesse archeologico?”

Anche il villaggio palestinese di Susya si trova(va) in una “sfortunata” posizione. Proprio al di sotto di esso, infatti, è stata scoperta, negli anni ’70 dell’Ottocento, un’antica sinagoga ebraica. Da allora, gli abitanti di Susya non hanno avuto pace. Gli ordini di demolizione del villaggio si sono susseguiti uno dopo l’altro (1985, 1991, 1997, e due volte nel 2001), costringendo gli abitanti a lasciare le proprie case per “interesse archeologico”. Nel luogo dove era situato originariamente Susya, si trova ora un avamposto illegale israeliano (considerato, per oscure ragioni, meno dannoso per i reperti archeologici rispetto all’antico villaggio palestinese).

I resti del pozzo di Susya, reso inutilizzabile dall’esercito perché ‘costruito illegalmente’.

A seguito della prima “espulsione” (versione palestinese) o “abbandono volontario” (versione israeliana) gli abitanti di Susya hanno ricostruito il proprio villaggio (costituito principalmente da tende e da qualche caverna) sulle terre di loro proprietà a poche centinaia di metri dalla posizione originale. Ma nemmeno su queste terre gli “inesistenti” abitanti di Susya (come li definisce il blog sionista ziontruth.blogspot.it) hanno il diritto di vivere: un ordine di demolizione entro il 2012 pende sul villaggio. La nuova Susya (letteralmente dieci tende, due pozzi, una caverna) è stata infatti dichiarata “costruzione illegale”. Ma demolire un pozzo è complicato. Come renderlo, allora, inutilizzabile? Le squadre di demolizione israeliane non mancano di fantasia: la soluzione è stata accartocciare le lamine di metallo di una vecchia auto abbandonata e gettarle nel pozzo per contaminare l’acqua (divenuta così imbevibile). I resti dell’auto sono ancora visibili in fondo a quello che era il pozzo. Oggi il pozzo di Susya, fonte di acqua e di vita, è soltanto un buco di terra secca e ruggine. Anche contaminare l’acqua di gente che abita sulla terra che legalmente possiede è un’operazione giustificata da “interesse archeologico”?

Fonti dell’articolo: i resoconti si basano non solo sulle fonti online Breaking the Silence, Wadi Hilweh Information Center e Haaretz ma da conversazioni personali tenute con Nadav Bingelman, ex soldato israeliano che ha servito nelle colline a sud di Hebron dal 2009 al 2011, e con il responsabile del Wadi Hilweh Information Center.
Tutte le fotografie sono dell’autrice.

 
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Pubblicato da su ottobre 31, 2012 in Varie

 

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