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Archivio mensile:agosto 2012

Se ti accorgi di loro 17/08/12

…Assistere al quotidiano esodo di persone che affollano le strade e a piedi percorrono chilometri per portare il bestiame al pascolo, per andare al mercato a vendere i frutti di una fatica fatta tutta di schiena, a mano, metro per metro chini su interminabili ettari di terra.

Accorgersi che dopo tre settimane non noti quasi più di come sono vestiti, dei bambini che girano in T-shirt e pantaloni che sono diventati corti da quanto sono consumati, e tu stai girando con il pile ed hai ancora freddo. Accorgersi che già da molto tempo non noti più quante delle persone che hai incontrato avevano le scarpe e quante no.

Accorgersi che quasi non fai più caso al fatto che sono sempre le donne ad essere impegnate nei lavori più pesanti, portare a spalla fascine di legname per chilometri, andare a prendere le taniche d’acqua al pozzo, zappare i campi, fare il raccolto, mietere il grano, setacciare l’orzo, pestare i semi, badare ai figli, badare alla casa, badare a tutto.

Ascoltare storie che non vorresti mai sentire, di ragazze disabili sole, abbandonate a sé stesse in mezzo a una strada, a vivere di espedienti, senza un posto dove andare, senza niente se non gli stracci che portano addosso, senza neanche il latte da dare al loro bambino frutto di una violenza. Sentire la pena nella voce del missionario che ti racconta tutto questo, sentire palpitare la sua volontà di fare qualcosa per queste ragazze, e scoprire che “qualcosa” lo ha già fatto, una casa d’accoglienza, una donna del villaggio pagata per occuparsi di loro, una volontà inestinguibile di spendersi per tirarle fuori dal loro abbandono.

Vedere tutta l’innocenza di questo mondo negli occhi di più di 200 tra disabili, malati mentali, anziani, bambini abbandonati, accuditi con sacrificio e costanza dalle Missionarie della Carità della beata Madre Teresa di Calcutta della città di Goba, e vedere nelle loro piaghe le piaghe di Cristo in croce. Prendere in braccio uno di quei bambini, bellissimo, sanissimo, e scoprire che è lì dentro perchè figlio di una disabile mentale vittima di un abuso, anche lei ospite del centro. Un altro bambino, bello come il sole, è lì perchè è stato abbandonato.

Nella missione di Kofale, scervellarsi con i missionari la sera per montare un box per bambini Made in China con istruzioni rigorosamente in cinese, perchè la ragazza madre del bambino di 7 mesi più sveglio di tutta l’Etiopia così avrà le mani libere per poter lavorare come domestica nella missione di Robe, e non dovrà più vagare per i campi facendo la bracciante, o vendere caffè per le strade, come ha fatto per tutto il tempo della gravidanza, finchè un frate cappuccino non le ha teso la mano e le ha dato attenzioni e un tetto sotto cui dormire. Ora non dovrà più fuggire dalla famiglia per non finire ammazzata, perchè qui a differenza della Palestina l’incesto si paga con la morte. Perchè è sempre la povertà a creare le condizioni per la violenza, perchè nelle condizioni in cui vive la sua famiglia, due letti, uno per lei e uno per suo fratello, non c’erano, e siccome l’ignoranza è figlia della povertà e la violenza è figlia di tutte e due, probabilmente il fratello non ha neanche immaginato le conseguenze mentre abusava di lei nel sonno.

Sentirsi raccontare da un’altra delle ragazze accolte dalla missione di come, di ritorno da un giro di compere in “città”, si sia imbattuta in una donna che stava partorendo per strada, e insieme alla sorella l’abbiano aiutata a partorire, lì, per strada, perchè per “gli ultimi della Terra” (come dice Padre Angelo) non ci sono ospedali.

Piantare cipressi nella missione di Robe e scoprire che i bambini che ti si assiepano intorno incuriositi sono i primi a chiamarti faranji, ma sono anche i primi ad abbassare la guardia e ad entrare in contatto con te, e ti chiedono come ti chiami, e ti rubano la zappa dalle mani perchè a questo gioco vogliono partecipare anche loro (perchè per tutti i bambini di questo mondo è sempre tutto un gioco). Scoprire che le bambine più grandi sono molto più brave di te a maneggiare la zappa, te che sarà la seconda volta che tocchi un attrezzo da giardinaggio, loro invece ci si spezzano la schiena mattina e sera, e per lavorare spesso devono rinunciare alla scuola, sempre loro, sempre le donne. Immaginarti tra qualche anno a passeggiare di nuovo per questo vialetto, a compiacerti di quanto siano cresciuti i cipressi che hai piantato, e di quanto siano cresciuti i bambini con cui hai giocato, e chiederti se alcuni di loro si ricordano ancora di te.
Vederli qualche giorno dopo mentre giocano e scoprire che il tuo nome, che hanno sentito una volta sola, se lo ricordano ancora, e ti chiamano nel loro stentato inglese come fossi loro amico da anni “Monica! Gian! Come here!…”. Perderti un pomeriggio intero a giocare con loro, tornare bambino, farli divertire, ballare, saltare e ridere insieme fino allo sfinimento, correre a prendere cerotti e disinfettante per medicare le piccole ferite che due delle bambine (scalze) si sono fatte correndoti dietro. Abbracciarli uno per uno, alla fine dei giochi, e notare che alcune bambine hanno barato, hanno già fatto tre o quattro giri per abbracciarti ancora. Lasciarli con il dispiacere di sapere che domani partirai per tornate ad Addis Abeba, e li rivedrai, forse, fra qualche anno, cresciuti e forti come i cipressi, mentre tu, invecchiato, farai i conti con quello che hai piantato o non hai piantato sul viale della tua vita.

Sfogliare la tua agenda di viaggio e ritrovare una frase di Padre Bernardo, che ti eri appuntato durante la consegna del denaro delle adozioni a distanza, e che non ricordavi più: “… io quando ho fatto il giro delle adozioni a distanza e mi sono assicurato che questi bambini riusciranno ad andare a scuola… Basta, io sono a posto, ho fatto quel che devo fare della mia vita. E’ un bellissimo gioco da fare con loro… Loro si accorgono se ti accorgi di loro…”.

Padre Bernardo e P. Angelo riescono ad accorgersi di 3000 bambini ad Addis Abeba, e di 2000 nella regione dell’Oromia, e di ragazze madri, e di pochi cristiani sperduti in villaggi quasi irraggiungibili, e di molti musulmani comunque bisognosi, e non ne hanno mai abbastanza.
Oggi Dolo-Mana, domani più a sud, dai somali d’Etiopia, dopodomani magari, la Somalia…

Ed io quasi non riesco ad accorgermi se l’ultima persona che ho incrociato portava le scarpe o meno…

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Pubblicato da su agosto 18, 2012 in Etiopia 2012

 

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Come se non esistessero 14/08/12

 

Abbiamo da poco passato Goba, 10 Km a sud di Robe, e il Toyota Land Cruiser punta ancora a sud inerpicandosi su per una strada sterrata tra conifere, prati verdi e ruscelli degni del Trentino. Il sole è già alto in cielo nonostante siano appena le 6:30 del mattino, qui il sole sorge presto e tramonta presto, intorno a noi si susseguono imponenti paesaggi di monti e dirupi, le conifere lasciano il posto ad un fitto tappeto di erike punteggiate di laghetti e sorgenti cristalline. Questo è il regno del lupo etiope, il più raro canide al mondo e a rischio di estinzione, che vive solo sui 4000 e rotti metri di queste montagne, ma tra le linee slanciate ed eleganti delle lobelie giganti a quest’ora si aggirano solo le fredde nebbie di questo passo, che per venti chilometri offre un unico piatto e silenzioso paesaggio lunare, per poi buttarsi a precipizio nella foresta nebulare della Harenna.
Iniziata la discesa sull’altro versante, la strada si fa insidiosa, un denso e appiccicoso pantano ci fa scivolare sui ripidi tornanti, da questa parte ha piovuto da poco, e qui quando piove la strada si può trasformare in una trappola pericolosa. Man mano che scendiamo la nebbia si fa più fitta e si insinua tra i rami contorti e coperti di muschio delle erike giganti, pochi tornanti ancora e non vediamo quasi più niente, Padre Angelo ci fa dispiaciuto “non si vede niente, è un peccato, qui il panorama è bellissimo quando non c’è nebbia”, ci teneva che lo vedessimo, ma il biancore piovigginoso delle nuvole ci offre solo sagome ed ombre, di alberi di Koso, di Garamba, e poi i recinti di bambù intrecciato usati dalla gente per rinchiudere il bestiame, e vacche sulla strada che non si spostano, e pastori. Un villaggio compare dal nulla, il fumo dei fuochi traspira dai tetti delle capanne, qui le capanne non hanno comignoli perchè il fumo di cui si impregnano è un ottimo repellente per gli insetti, la gente come in ogni villaggio dell’Etiopia affolla la strada, poi passato il centro, passate le ultime sagome di pastori, affondiamo in una foresta fitta e impenetrabile, squarciata solo dalla terra rossa della strada davanti a noi. Cerco di scorgere spazi aperti tra le fronde, ma niente, a destra e a sinistra solo un muro verde di alberi, piante a foglia larga, liane e rampicanti, dentro quel cuore smeraldo la vita di migliaia di specie di animali esplode libera e indisturbata.
La discesa è quasi finita, ci siamo abbassati di molto, ora siamo a 1200 metri di altitudine, la foresta inizia a diradarsi e lascia spazio ad alberi di moringa e piante di caffè selvatico, ai lati si scorgono sentieri che dalla strada si inoltrano nella vegetazione, segno della presenza dell’uomo, qui infatti la gente dei villaggi intorno viene a raccogliere il caffè selvatico per poi venderlo al mercato di Dolo-Mana, la città appena fuori la foresta, dove siamo diretti noi. Il caffè che si raccoglie qui dentro è di eccellente qualità, pochi sanno infatti che quello che noi normalmente chiamiamo “caffè arabica” in realtà è etiope, il caffè infatti è originario dell’Etiopia e prende il nome dalla zona di Kafa.
Uno dei mille progetti che frullano per la mente a Padre Angelo è appunto quello di organizzare la gente del posto in cooperative e istruirli a raccogliere solo le bacche mature di caffè “loro raccolgono sia la bacche rosse che quelle verdi perchè è più facile” ci spiega P. Angelo, “poi una volta che il frutto è essiccato è tutto nero, e non si riesce più a distinguere le bacche mature da quelle acerbe, con il risultato che il prodotto finale risulta di scarsa qualità”. Il progetto prevede anche la costruzione di un mulino per la macinazione del caffè una volta tostato “ci siamo offerti di collaborare con Slow food che ha già un progetto di questo tipo ma non è andato in porto perchè mancava la supervisione sul posto. Ma noi siamo già qui, la missione di Dolo-Mana è cosa già iniziata, se riuscissimo a far partire questo progetto tutta la gente del posto ricaverebbe degli introiti da questa attività e le loro condizioni di vita migliorerebbero notevolmente, con i proventi della vendita del caffè questo progetto secondo me riuscirebbe addirittura ad autofinanziarsi, quando poi la gente vede che fai qualcosa di concreto per loro, per sollevarli dalla loro condizione, ti sei già guadagnato la loro fiducia, allora si può continuare con la costruzione di scuole, asili, e non ultima una chiesa”. “Ma quanti di loro si convertono al cristianesimo?” chiedo a Padre Angelo “pochi” risponde, “gli ultimi, quelli nelle condizioni più disperate, sono sempre loro che si fanno cristiani”. Gli ammalati, i derelitti, i perseguitati, i poveri, gli oppressi, non erano forse loro a muoversi a migliaia per le aride terre di Palestina per seguire un uomo che guariva i paralitici, resuscitava i morti e diceva di essere il Figlio di Dio? Non furono forse loro, nascosti nei cunicoli delle necropoli di Roma, perseguitati e decimati, seguaci di un giudeo che si faceva chiamare Kefaa, Pietro, a diffondere il cristianesimo in ogni angolo della Terra, anche in una remota regione dell’Etiopia affacciata al Somali e alle prese con le frange più radicali dell’Islam?

Dolo-Mana, come al solito case di fango, gente per strada e l’immancabile inutile rotonda in mezzo al paese, facciamo una breve colazione a base di pane, uova strapazzate, chai (thè) e buna (caffè), intorno a noi sguardi ci scrutano e ci studiano, non sono ostili, ma è evidente che qui di faranji (bianchi) se ne vedono girare pochi. Nella via centrale un gran trambusto di donne si assiepa intorno a uomini che svuotano sacchi pieni di vestiti “stanno vendendo vestiti, sono quelli che vengono portati di contrabbando dal Kenya” ci dice Padre Angelo. Su alcuni di quei sacchi campeggia un simbolo azzurro con una corona d’alloro intorno, è il simbolo dell’UNICEF, mi tornano alla mente parole ascoltate dieci anni fa a Nairobi, in Kenya, dai comboniani “il racket dei vestiti usati è tutto in mano ai figli del presidente kenyota, UNICEF, CARITAS, qualsiasi organizzazione che raccoglie vestiti usati per l’Africa inconsapevolmente alimenta questo racket. Passa tutto per le mani del figlio del presidente che sopra questa faccenda ci fa un mare di soldi, poi quei vestiti finiscono in vendita nei mercati di tutti i villaggi del Kenya”. Sono passati dieci anni, ma forse i sacchi di vestiti di Dolo-Mana sono frutto della medesima vergogna.

Il paesaggio cambia rapidamente in Etiopia, e fuori da Dolo-Mana ci ritroviamo nelle stesse steppe di semi-savana che avevamo ammirato nella Valle dell’Omo, riarse dal sole e punteggiate di Acacie, donne al fiume stanno lavando i panni, bambini con la bacchetta in mano portano le capre al pascolo, e arriviamo al villaggio di Gomgomaa, dove la missione di P. Angelo ha da quasi un anno intrapreso un progetto agricolo molto interessante. Arriviamo in uno spiazzo appena fuori del villaggio, alcuni operai sono intenti nella costruzione di una piattaforma di una ventina di metri di larghezza per 10 di profondità “abbiamo già otto container abitativi pronti ad Addis Abeba, appena riusciremo ad organizzarci col viaggio li porteremo qui e daremo vita al centro operativo per l’introduzione e la diffusione della moringa. Dobbiamo fare in fretta però, fra poco finirà la stagione della piogge nella valle di Robe e Goba, abbiamo pochi giorni prima che inizi a piovere in questa valle. Dobbiamo assolutamente spostarli in quei giorni, prima che le strade diventino impraticabili”. Ripenso ai tornanti ripidi e scivolosi della discesa dal passo, mi sembravano già proibitivi per un fuoristrada, non vorrei essere nei camionisti che dovranno scendere di là con otto container, pensare che anche gli autobus fanno la spola tra Dolo-Mana e Goba passando di lì, quando non riescono più a salire fanno scendere tutti e li fanno spingere… Questa è l’Africa…

“Vi ricordate quegli alberi che vi ho mostrato a Dolo-Mana?” ci dice Padre Angelo,”quelli dai cui rami penzolavano una miriade di baccelli simili alle carrube… Quella è la moringa, in questa valle cresce spontanea, i suoi baccelli hanno un altissimo valore nutritivo e proteico, si possono mangiare crudi, cotti, oppure ridotti in polvere da mescolare alla farina per il pane, come una specie di integratore alimentare. Si possono mangiare anche le foglie lessate, ed è ottimo anche come alimento per gli animali, nelle mucche raddoppia la produzione di latte. Nelle indie il consumo di moringa è molto diffuso, qui non sanno neanche che si può mangiare. Se riusciamo ad insegnare loro a coltivare e alimentarsi con la moringa abbiamo dato loro una risorsa alimentare eccezionale, abbiamo già distribuito migliaia di piante, ma il mio obbiettivo, utopistico se vuoi, è arrivare a un milione di piantine. Il centro servirà proprio ad insegnare loro a piantarle, a prendersene cura, a cucinarle, poi quando introdurremo la variante “oleifera” della pianta insegneremo loro a ricavarne i semi, il mulino che costruiremo servirà anche per la macinazione dei semi e la produzione di olio. Con la vendita dell’olio riusciremo a finanziare il progetto e anche a costruire scuole, centri per la promozione della donna e quant’altro”.

“Quando abbiamo iniziato, quasi un anno fa” ci dice Padre Angelo “con tutte le concessioni governative e i permessi, l’Imam del villaggio si era scagliato contro di noi, dagli altoparlanti della Moschea diceva che eravamo ebrei venuti per portar loro via la terra, poi che eravamo cristiani ortodossi venuti dal nord per schiacciarli, voleva aizzare il villaggio contro di noi”. In queste zone gli ortodossi non sono ben visti perchè qui ortodosso è sinonimo di trigrino, l’etnia che in passato dal nord conquistò gran parte dell’Etiopia concentrandola in un unico impero, imponendo usi, costumi, lingua e religione, omologando gli Oromo di questa zona e le mille altre etnie etiopi in un modello che non apparteneva a nessuno se non ai tigrini. “Ma la gente era con noi, aveva visto che non  eravamo come gli ortodossi, che non si integrano e impongono la lingua amarica per il culto, avevano capito che noi lavoravamo per la comunità, con la comunità, per il bene della gente. Il giorno che finimmo di consegnare le migliaia di piantine avevamo deciso di dare una festa con il villaggio, avevamo ucciso tre capre per festeggiare, l’Imam venne a inveire contro di noi, incitava la gente ad aggredirci, pretendeva dall’ufficiale della polizia del villaggio che ci arrestasse, ma noi eravamo a posto con i permessi, e la gente era con noi. Finì che l’Imam si fece qualche ora in gattabuia, chiedemmo all’ufficiale di liberarlo, perchè l’episodio non si ritorcesse contro la missione, scoprimmo poi che quell’Imam era uno venuto da fuori, mandato appositamente per contrastare la missione e aizzare la popolazione del villaggio contro di noi”.

Mentre Padre Angelo ci racconta queste cose Monica sta cercando disperatamente di fotografare alcune donne in attesa davanti al centro vaccinazioni (governativo) senza essere vista. Avvolte nei loro veli, sedute per terra, tengono in braccio i loro bambini nella calura della tarda mattinata, in attesa del loro turno per farli vaccinare come previsto dalla legge. Alla vista dei faranji si fanno subito schive e sospettose, alcune nascondono il viso dietro il velo, mi avvicino per salutarle e stringere loro la mano, ma si ritraggono evitando il mio sguardo e facendosi piccole in un angolo, come se non esistessero. In fin dei conti qui le donne sono abituate ad essere trattate così dai loro uomini… Come se non esistessero.

 
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Pubblicato da su agosto 18, 2012 in Etiopia 2012

 

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Gli ultimi della Terra 12/08/12

 

Mezz’ora buona di strada sterrata, il fuoristrada Nissan sobbalza come un toro “non abbiamo la ruota di scorta ma… Vedrete che non ne avremo bisogno, andrà tutto bene…” ci dice Padre Bernardo. Il cielo grigio e uniforme sembra non promettere niente di buono ma Padre Bernardo conosce bene i capricci del tempo di questa parte di mondo “no no, oggi non piove, se a quest’ora del mattino le nuvole sono così alte vedrete che più tardi schiarirà”. Ore 7:30, l’1:30 AM per l’ora Etiope (oggi è il 05/12/2004 per il calendario etiope, l’Etiopia ha 13 mesi), i pastori intorno stanno portando le mucche al pascolo, qualche contadino è già al lavoro nei verdissimi campi di questo altipiano che sembra più Irlanda che Africa, entriamo a Gode, un villaggio di case di fango frammiste a capanne, come sempre i bambini alla vista del fuoristrada gridano “faranji! Give me money!” (faranji deriva dai primi colonizzatori, “francais”, francesi), donne dall’aria consumata procedono lentamente lungo la strada, il capo e il volto coperti dal copricapo musulmano. Passiamo la moschea e ci fermiamo poco più avanti, Padre Bernardo si gira verso di me e mi fa “beh, se volevate entrare nel cuore dell’Africa adesso ci siete”.
Entriamo in un cortile, i pochi presenti ci stringono la mano con pudore e imbarazzo, uomini segnati dalla fatica, donne dallo sguardo spento avvolte nel Natalà, un velo simile ad una garza tipico dell’Etiopia, e i soliti numerosi immancabili bambini, con le ginocchia che escono dai pantaloni bucati e magliette che con i pochi lembi sani rimasti li coprono appena. Fa freddo qui a quest’ora del mattino, siamo intorno ai 2700 metri d’altitudine, metto il pile e ci incamminiamo all’entrata della baracca, i muri di fango sono pericolosamente inclinati da un lato, da fuori si vede chiaramente che la struttura è prossima a crollare. Dentro il pavimento è coperto di paglia, sembra una stalla, alcune persone sono già sedute sulle piccole panchine di assi inchiodate in qualche modo, nella penombra delle minuscole finestre distinguo fogli fotocopiati appesi al muro che rappresentano le stazioni della via crucis, dietro l’altare fogli di carta penzolano disordinati, i tratti incerti di bambini disegnano scene del vangelo, il battesimo di Gesù sul Giordano, la crocifissione, un piccolo crocefisso è appeso là in alto all’ombra del tetto di paglia.
Mentre Padre Bernardo si prepara per la celebrazione della santa messa Jamal, il catechista e interprete della missione, rosario alla mano in lingua Oromo insegna ai presenti come pregare, un Padre nostro all’inizio della collana, poi 10 Ave Maria per ognuno dei 10 pallini della collana, e così via, il catechismo si conclude con l’insegnamento di un canto, e la messa inizia. Tutta la gente del villaggio è seduta sulla fila di destra di panchine, solo Monica ed io siamo sulla fila di sinistra, quasi la vicinanza a noi incutesse loro una qualche sorta di timore, in tutto sono tre uomini, quattro donne e undici bambini. Fuori da questa “domus ecclesia” un’intero villaggio musulmano vede, sente e giudica, guardo i volti persi intorno a me e mi rendo conto di quanto difficile e coraggiosa debba essere la scelta di essere cristiani in questo angolo di mondo dimenticato. Una donna con i suoi due bambini entra a messa già iniziata, incerta si porta la mano alla testa e inizia un segno della croce lasciato a metà… “Non sanno ancora farsi il segno della croce” penso, con un cenno la invito a sedersi accanto a noi e tra il sorpreso e il lusingato si accomoda affianco a Monica.
Nella penombra della capanna Padre Bernardo strabuzza gli occhi su di un foglio tenendolo inclinato verso la luce, fonemi incerti zoppicano dalla sua bocca senza che lui ne capisca il significato, sono versi del vangelo in una lingua Oromo, osservo le espressioni dei presenti e sembrano capire, l’omelia in amarico viene tradotta in Oromo da Jamal, l’eucarestia è un lento e umile pellegrinaggio al calice di Padre Bernardo, ognuno torna al suo pezzo di asse a implorare le sue preghiere, non oso pensare a quante cose abbiano da pregare queste persone, ancora una volta mi tornano alla mente le parole di Padre Angelo “qui siamo alla frontiera dell’evangelizzazione, questi sono davvero gli ultimi della Terra”.

 
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Pubblicato da su agosto 18, 2012 in Etiopia 2012

 

Veri incontri 11/08/12

20:45, sotto le coperte, qui si va a letto presto e ci si copre bene, perchè la sera nella stagione delle piogge si arriva anche a 10, 15°C, nella stagione secca si può arrivare anche vicino allo zero. Le preghiere degli Imam dalle moschee vicine si accavallano ininterrotte da oggi (siamo nel periodo di Ramadan), anche oggi pomeriggio le cantilene dei muezzin superavano facilmente le mura della chiesa della missione e si sovrapponevano ai canti dei fedeli in preghiera. Quando P. Angelo ci ha chiesto se volevamo assistere alla messa con lo sparuto gruppo di fedeli della comunità di Kofele non abbiamo esitato un istante. Cominciava a imbrunire quando siamo entrati in chiesa, dentro un pugno di persone aveva già intonato il canto d’inizio in lingua oromo, contadini, pastori, l’odore di bestiame si percepiva chiaramente, ma non dava fastidio. In tutto 13 uomini, 8 donne e 2 bambini, i volti segnati dalla fatica della giornata, espressioni consumate, a tratti preoccupate, non è facile professare la propria fede cristiana quando si rischia di essere emarginati da una comunità totalmente musulmana. Addosso vestiti consunti ma rispettabili, i migliori che hanno, tenuti da conto e indossati solo per venire in chiesa. Prima delle letture alcuni degli uomini si alzano e quasi sottovoce parlano all’assemblea, la lingua è oromo, anche i padri hanno enormi difficoltà a capirla, quindi i loro appelli rimangono un segreto tra loro, i loro compaesani e Dio.
Alle letture in oromo segue il vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, e l’omelia di P. Angelo tradotta dall’amarico all’oromo da uno dei paesani. Un bambino piange, avrà sette mesi, la mamma senza pensarci un attimo estrae un seno e inizia ad allattare il suo bambino in una scena di natività dal sapore africano, un cellulare squilla e il ragazzo si precipita nella sua tasca a spegnerlo, certe cose non cambiano mai, neanche qui alla frontiera dell’evangelizzazione. Arriviamo allo scambio della pace, la mia mano stringe mani, le stringe tutte, i miei occhi incontrano occhi grati di aver riconosciuto i suoi fratelli, il velo si squarcia, ora si, siamo insieme, riuniti qui per lo stesso comune motivo, Cristo.
P, Angelo, leggendo formule conosciute ma in oromo incomprensibili anche a lui, consacra il pane e il vino, il pane è pane vero, ognuno ne riceve un pezzo e tutti aspettano che anche l’ultimo ne abbia, poi insieme ne mangiano e si raccolgono all’unisono in una preghiera silenziosa e densa, infine bevono tutti il sangue di Cristo dalla stessa coppa, come le prime comunità cristiane di Palestina.
Davvero qui siamo come allora in Palestina, ci siamo anche noi oggi qui insieme ai 5000 seduti in riva al lago di Tiberiade, bisognosi, impauriti, perseguitati, ma non soli, confortati da una mano che provvede, ristora e protegge.

21:45, la missione intorno dorme, andiamo a letto, ma stanotte non siamo soli, portiamo con noi gli incontri di oggi, perchè di veri incontri stavolta si parla, gli uomini e le donne in chiesa con noi, ma anche i bambini di Dodola, 50Km ad est do Kofele, dove oggi pomeriggio insieme a Padre Bernardo abbiamo distribuito i soldi delle adozioni a distanza. Io contavo i soldi, Monica registrava le consegne e P. Bernardo faceva le foto da mandare in Italia alle famiglie donatrici. Una trentina di bambini, circa 20000 birr distribuiti (1000 euro circa), confesso di essermi sentito a disagio a maneggiare tutti quei soldi, uno può pensare che dispensare denaro come Paperon de Paperoni sia sterile assistenzialismo, lo penso anch’io, ma se questo aiuto economico produce istruzione allora ecco che non stiamo più dando solo l’elemosina, stiamo aiutandoli a costruirsi il loro futuro.
I missionari comunque sono ben attenti che questi soldi donati da famiglie italiane portino risultati, periodicamente visionano le pagelle dei bambini aiutati, se non frequentano regolarmente la scuola l’adozione a distanza viene sospesa, anche perchè le quote che vengono donate coprono giusto le spese di iscrizione alla scuola e il materiale didattico, se i bambini non frequentano probabilmente è perchè i familiari si spendono in altro modo i soldi destinati alla loro istruzione, magari comprandosi da bere, ecco che se l’offerta anziché d’aiuto diventa deleteria per negligenza dei genitori, la sospensione dell’adozione diventa una scelta necessaria e responsabile.
A due dei bambini in elenco non abbiamo consegnato la quota prevista, la loro adozione a distanza infatti è stata sospesa, non perchè non frequentassero la scuola, ma perchè le loro famiglie musulmane non accettano soldi dai cristiani.
Ecco che in questo clima di tensione le strette di mano dei genitori che hanno ricevuto aiuto, i loro sguardi riconoscenti, quasi imbarazzati, sono incontri veri, profondi, perchè tendendoci la mano ci riconosciamo tutti esseri umani con eguale dignità, perchè aiutandoci l’un l’altro abbiamo la prova tangibile che cinque pani e due pesci possono bastare ad alleviare la sofferenza di tutti.

 
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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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L’ultima frontiera dell’evangelizzazione 08/08/12

Un uomo innamorato dell’Etiopia, innamorato degli Oromo, capace di entrare nelle pieghe della realtà etiope e inventarsi mille modi diversi per tirare fuori gli ultimi dalla loro situazione, partendo da un profondissimo rispetto per loro e per la loro cultura, non importa se la regione dell’Oromia (che a sud-est di Addis Aba si estende fino ai confini con Kenya e Somalia) è pressochè dominio islamico, non importa se parlano un’altra lingua dall’amarico (qui parlano Oromo, lingua totalmente diversa), non importa se nessuno di loro si convertirà al cristianesimo, l’importante è essere riusciti ad aiutare almeno uno di loro a sollevarsi.
Stazza importante, sguardo bonario ma severo allo stesso tempo, lunga barba grigia che lo fa assomigliare ad un Babbo Natale di frontiera, nonostante i suoi trentacinque anni di missione in Etiopia nel suo amarico si riesce ancora a distinguere l’accento marchigiano, Padre Angelo ci dice “dopo pranzo si parte”, e dopo pranzo partiamo, incastriamo gli zaini nel Toyota Land Cruiser stipato all’inverosimile di attrezzi da lavoro, stampanti, provviste. Destinazione Robe, città situata nel bel mezzo della regione dell’Oromia, sui monti Bale, a sud-est di Addis Abeba, il programma prevede una sosta alla missione di Kofele dove dormiremo, ci sono quattrocento chilometri da affrontare, e qui in Etiopia non esistono autostrade. Per la strada ci fermiamo a fare altri acquisti e il poco spazio a disposizione si riempie di piantine di passiflora, cipressi, rosmarino, gerbere, un’altra sosta nella zona del lago Moka e in mezzo alle gambe dobbiamo fare stare ceste di pomodori e profumatissime cipolle rosse. Padre Angelo è un frate cappuccino, ma è anche un contadino, ma è anche il neo-nominato prefetto dell’Oromia, durante il viaggio ci elenca le numerose missioni sparse per la regione (Dodola, Herero, Robe, Goba) e gli innumerevoli progetti da mantenere o da avviare, o in fase di avviamento o semplicemente frutto della sua inesauribile intraprendenza, scuole, centri per la promozione della donna, un ambizioso progetto agricolo per l’introduzione della moringa nella regione di Dolomanna, quasi al confine con la Somalia, un ortaggio facile da coltivare e ad alto valore nutritivo, o il progetto di avviare insieme a Slow food una cooperativa di locali per la raccolta lavorazione e vendita del caffè selvatico di alta qualità nelle foreste di Harenna, tutte iniziative che una volta avviate e consolidate passano in mano totalmente alla gente del posto.
Uno di questi esempi è il mobilificio di bambù della missione di Kofele, quando entriamo veniamo accolti da sguardi sorpresi, imbarazzati, ma anche ansiosi di mostrarci i loro lavori, stringiamo la mano ad un ragazzo e a due donne attorniate di bambini, reggendo il gomito con la sinistra, come si usa qui in Etiopia in segno di rispetto, splendidi lavori di sedie, tavolini e letti in bambù aspettano solo di essere finiti. Sono già venduti, la cooperativa ha già un reparto di marketing che gestisce ordini e consegne, i mobili si fanno su ordinazione, la richiesta è alta perchè i mobili in bambù costano molto meno di quelli in legno, infatti il guadagno al pezzo è piuttosto basso, 200 birr ( circa 10 euro) per un tavolinetto, ma la dignità di guadagnarsi il pane con il proprio lavoro, quella non ha prezzo.
E’ l’imbrunire quando Padre Angelo ci porta a fare un giro nella missione, di qui la scuola, più in là l’asilo e il centro per la promozione della donna, lì vicino l’idea di aprire un centro per ragazze madri. Entriamo in un portone, un prato verdissimo ci da l’impressione di camminare per i prati d’Irlanda, a destra un vivaio, piantine di ogni tipo di fiore o di albero giacciono ordinate con cura in file sotto basse tettoie di legno per ripararle dal sole, “che cosa ne fate di tutte queste piante, le vendete?” chiedo a P. Angelo “no, le regaliamo. Un po’ le diamo alla gente qui del villaggio, soprattutto i più poveri e in difficoltà , ma la maggior parte la regaliamo agli orfani dei progetti di adozione a distanza, per stimolarli ad apprendere il valore del prendersi cura di un essere vivente, con la famiglia lo piantano nel giardino di casa, e insieme alla pianta cresce anche la loro percezione di cosa significhi un “focolare familiare”. Ne avremo regalate a migliaia di queste piantine, una volta dovevamo andare noi per i villaggi a portargliele, adesso sono i bambini a venire, armati di zaini e sporte si sobbarcano chilometri e chilometri a piedi dai loro villaggi dispersi per i monti, per venire a prendersi le loro piantine”.
Continuiamo per un boschetto di eucalipti che con il suo profumo ci rigenera e ci rilassa, arriviamo ad un campo sportivo, un vero campo da calcio con ovale per la corsa, pista per il salto in lungo, gradinate ricavate nel terrapieno intorno e porte ben provviste di rete, qui grazie al lavoro di questa missione di cappuccini l’Etiopia partorisce i grandi talenti dell’atletica e della corsa che incantano il mondo con le loro prestazioni, come Galate Burr, una giovane gazzella che alle scorse olimpiadi di Berlino non si classificò per la finale solo a causa di una scorrettezza di una concorrente.
“Fino ad un anno fa questo campo sportivo era aperto a tutta la comunità” ci spiega P. Angelo “lo mettevamo a disposizione anche per riunioni di paese, per congressi politici, poi l’anno scorso abbiamo organizzato un torneo di calcio, avevamo anche noi una nostra squadra cristiana, qui sono tutti musulmani, fra di loro quel giorno c’erano anche infiltrati, ne sono sicuro, persone mandate qui per aizzare la folla. Insomma per farla breve vincemmo noi il torneo e scoppiò il finimondo, figurati, 40000 musulmani inferociti e 4 poliziotti, iniziarono a lanciare di tutto, a rompere tutto, a tirare sassate all’asilo, alla scuola, alla missione, io non c’ero quel giorno, ma le suore e i padri dovettero rifugiarsi nella missione e sperare nello spirito santo. Fu solo per volontà del signore che quel giorno non si trasformò in una tragedia, io ho dovuto chiudere il campo sportivo per un anno intero, solo di recente l’ho riaperto dopo aver ottenuto dal governo etiope l’impegno a realizzare un campo sportivo pubblico, dove ingerenze politiche e intolleranze religiose non trovino tra le mura della missione cristiana un terreno fertile dove incendiarsi. Qui è una polveriera, basta una scintilla e scoppia tutto, qui il 95% della popolazione è musulmano, con sparuti gruppi di cristiani ortodossi che sono peggio dei musulmani, in più sta aumentando l’influenza degli arabi che vogliono instaurare un islam più estremo e intransigente, fino a dieci anni fa di donne con il volto coperto qui non se ne vedevano, ora sono sempre di più.

Noi siamo chiamati ad essere messaggeri del Signore in un posto dove è difficile essere cristiani, dobbiamo essere pronti a tutto, anche al peggio…

…Qui siamo all’ultima frontiera dell’evangelizzazione…”.

 
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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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Belle cose da fare e brutte cose da vedere 07/08/12

 

Una Lada, in realtà una Fiat 124, erano 28 anni che non salivo su questo modello di macchina, blu con il tettuccio bianco, quella di mio padre era verde. Ritrovo ogni particolare di questa macchina nei risvolti più profondi e cari della mia memoria, il contachilometri lineare anziché circolare, i selettori orizzontali dell’areazione, le spartane manopole dei finestrini, le luci di cortesia in cima ai montanti delle portiere, il tettuccio rivestito di plastica beige punteggiato di forellini, quante volte l’ho fissato la sera, tornando a casa con la macchina piena dei miei fratelli, mentre papà spingeva sull’acceleratore e mamma cercava di imbonirci con la solita innocente bugia “ora andiamo al cinema Bianchini, sotto i lenzuolini”.
Quando scendiamo dal taxi e dai miei ricordi d’infanzia ci ritroviamo in una delle tante squallide vie  periferiche di Addis Abeba, Elisa, una volontaria di Alba Adriatica, ci fa strada in un vicolo traboccante miseria e degrado, con uomini seminudi sdraiati a dormire lungo la strada e donne che senza tanti complimenti si alzano la gonna e fanno i loro bisogni lì in mezzo, davanti a tutti. Una volta entrati nel centro delle Missionarie della Carità della Beata Madre Teresa di Calcutta uno scenario familiare si riaffaccia con tutta la sua umana drammaticità, ci viene incontro Tzegay, un bambino che pur nel suo handicap si muove autonomamente sulle sue gambe storte come rami d’ulivo, e sbavando copiosamente ci accoglie festoso con una contagiosa e spontanea vivacità. Con Elisa facciamo un po’ il giro del centro, la stanza dei giochi, la sala della fisioterapia, dove diversi giovani fisioterapisti spagnoli (volontari) sono alle prese con gli esercizi di riabilitazione indispensabili per questi bambini. Poi la stanza dei bambini più piccoli, affollata di lettini, poi quella dei neonati, e la stanza delle ragazze vittime di violenza, che stanno qui per un po’, in previsione di attuare la scelta già decisa di abbandonare i propri bambini per darli in adozione. Spesso queste ragazze sono colf di qualche casa di ricchi, violentate dai loro padroni e poi allontanate una volta rimaste incinte, Brad Pitt e Angelina Jolie qualche anno fa vennero qui ad adottare alcuni dei loro bambini.
Mentre giriamo per le stanze del centro intorno a noi si fanno avanti bambini con ogni tipo di disabilità fisica o psichica, un bambino è perennemente “legato” per impedire che si faccia del male, un bambino a dispetto della marcata deformità della sua testa mi trasmette subito la sua intelligenza, semplicemente incrociando il mio sguardo. Monica ed io, seppur inevitabilmente scossi dal primo impatto, ci rendiamo subito conto che l’esperienza di Betlemme ci ha già preparato, siamo in grado di affrontare la situazione che ci sta intorno, quello che ancora non eravamo pronti a vedere sono le precarie condizioni igieniche che si riesce a garantire qui in Etiopia. Mentre aiuto Daria (una volontaria di Palermo) a piegare pezzi di stoffa lei mi dice “sai cosa sono questi pezzi di stoffa che stiamo piegando? Sono i pannolini per i bambini, sono sempre gli stessi, non c’è altro, li lavano e li rilavano all’infinito, a mano, spesso senza neanche il detersivo, e quel che viene fuori viene fuori…”, ed aggiunge “qui ci sono bellissime cose da fare e bruttissime cose da vedere”.
Ora della pappa, mi ritrovo come a Betlemme con una ciotola esageratamente grande di riso e un bambino da imboccare che senza dare problemi pian piano finisce il suo pasto. Gli tolgo il pesante bavaglio di gomma e mi chiedo con cosa pulirgli la bocca, Elisa mi indica “lo vedi quel secchio? Lì dentro ci sono alcuni stracci, sono quelli che usano per fare tutto, pulire i tavolini dove mangiano, pulire i bambini dopo mangiato, raccogliere gli avanzi da terra, poi li buttano tutti in quel catino d’acqua (torbida come uno stagno), una strizzata e via, lo riadoperano con un altro bambino, poi continua “eh, qui le condizioni igieniche sono quello che sono, ho provato a insegnargli a passare ogni tanto lo straccio per terra” riferendosi agli operatori del centro “ma niente, loro non sono abituati così, e sai, poi a insistere si fanno l’idea che tu sei qui per insegnargli come fare il loro lavoro. L’altro giorno un bambino mentre mangiava se l’è fatta un po’ addosso ed è finita un po’ di pupù per terra, e mica nessuno che la raccogliesse, ho dovuto insistere perchè qualcuno desse una pulita, allora un operatore con uno straccio ha levato la pupù, ma sai, senza passare almeno con un po’ di detersivo, l’odore resta”. Mentre ritorno al catino per buttare lo straccio devo schivare il vomito di un bambino che solo Monica ha l’impulso di togliere con un colpo di straccio prima che qualcuno ci scivoli sopra. Prendo in braccio il bambino a cui ho dato da mangiare e, dopo avergli dato un po’ da bere, lo porto in un’altra stanza per cambiarlo e metterlo a nanna, prima di uscire dalla “sala da pranzo” noto una fila di bambini contro il muro seduti sul proprio vasino, Elisa mi guarda con un amaro sorriso “lo vedi? Gli fanno fare i bisogni nella stessa stanza dove si mangia, qui sono abituati così”. Annodo alla meno peggio il canovaccio di stoffa intorno alla vita del bambino e poi cerco nell’armadio qualche vestito che gli possa stare, ma non capisco dove sia la roba dei maschi e dove quella delle femmine, Daria taglia corto “non preoccuparti, mettigli addosso quello che capita, tanto uomo o donna, qui nessuno ci fa caso”. Intanto bambino dopo bambino l’aria nella stanza si fa pesante, il tanfo si accumula e riesce difficile respirare, Elisa mi spiega che per lavare i bambini li sdraiano tutti per terra in bagno, li insaponano uno per uno e poi li risciacquano versandogli sopra dell’acqua con un catino, e conclude riassumendo tutto in una massima crudele ma spietatamente vera “almeno hanno qualcuno che si occupi di loro, se non ci fosse il centro non avrebbero nemmeno questo”.

 
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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 

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Fiore nuovo

Eccoci di nuovo ad Addis Abeba, Addis Aba come la chiamano qui, le cantilenanti preghiere degli Imam che in Oromia hanno accompagnato ogni nostro istante fino a notte fonda (nel periodo di Ramadan pregano di continuo) sono sostituiti dai canti dei monaci ortodossi che si alzano dalle numerosissime chiese qui ad Addis Aba. Dalla finestra della nostra camera, nella missione del CED (Children’s Educational for Development) dei frati cappuccini, si stende l’invitante scenario di Addis Abeba (fiore nuovo), baracche, scheletri di palazzi in costruzione, miseria nera frammista a stomachevole opulenza, le contraddizioni tra il lusso sfrenato di ville Hollywoodiane e baracche all’altro lato della strada assumono contorni così squallidi e grotteschi da annullare la dignità umana, difficile sentirsi a proprio agio in questo calderone. Il tutto è reso irresistibile da un cielo plumbeo pesante e minaccioso che mi ricorda le opache giornate di Lima, che nel primo pomeriggio minaccia pioggia battente e solo nel tardo pomeriggio concede schiarite e qualche rasserenante spezzone di azzurro.

Francamente una città brutta, senza particolari attrattive, intrappolata nel trambusto di una città africana che ogni giorno tenta di non affondare, per la strada l’aria è resa davvero irrespirabile dai fumi di autobus talmente scalcinati da far sembrare fuoriserie di lusso quelli peruviani, per le sue strade barboni se ne stanno sdraiati sul marciapiede a masticare chat, un’erba stupefacente che toglie il senso di fatica e di fame e crea dipendenza, donne adagiate su pezzi di lenzuolo tentano di vendere incenso, patate, cipolle, pannocchie arrostite, incenso, uomini d’affari in doppio petto e ventiquattrore sfilano incuranti, intoccabili, magari intrappolati nel gorgo fumante di taxi Lada (la versione Lada della Fiat 124), tuc tuc (mototaxi indiani) e introvabili Fiat 127, con i loro Hummer o comunque con automobili che io non potrei mai neanche sognarmi di comprare.
Addis Abeba è una città da non fotografare, perchè non c’è granchè da fotografare se non sgraziati palazzi logorati dal tempo, perchè se tenti di fotografare il Palazzo Nazionale (residenza del presidente etiope) le guardie all’ingresso minacciose ti fanno cenno di circolare, manco fossimo al check point di Betlemme, perchè portarsi la macchina fotografica può essere molto pericoloso, ti avvicinano in due, di solito sono ragazzini o addirittura bambini, uno da un lato ti distrae chiedendoti l’elemosina, l’altro dal lato dove tieni la macchina fotografica ti avvicina con in mano una scatola di fazzoletti di carta, te la spinge con invadenza addosso insistendo per venderteli, e non ti molla finchè non ha finito il suo lavoro. A quel punto un terzo complice (bambino anche lui) si fa avanti, anche lui con la sua scatola di fazzoletti da venderti, intanto i due sono spariti e tu, distratto dal terzo, non ci fai neanche caso, come non fai subito caso al fatto che il tuo porta-macchina fotografica è aperto ed è vuoto. Se anche volessi rincorrere i ladri non ci riusciresti, sono abilissimi a dileguarsi nel trambusto dei passanti, e poi rincorreresti il bambino con i fazzoletti di carta, mentre probabilmente la tua macchina è già in mano a quello che ti chiedeva l’elemosina.
Tranquilli, era la macchina fotografica di seconda mano, quella che ti porti via perchè “se per caso te la rubano” fa lo stesso, quella buona è salva.

E pensare che questo “Fiore nuovo” fu voluto verso la fine dell ‘800 da Taitu, la moglie dell’imperatore Menelik II, perchè stufa dell’allora capitale Entoto, situata nelle montagne a nord di Addis Abeba, brutte, aride ma facilmente difendibili, chiese al marito di trasferire la capitale nelle graziose colline sottostanti, note per le terme e per il gradevole clima. Ora del fiore sono rimaste solo le spine.

Siamo alla fine del viaggio, un viaggio dentro un’Etiopia che dentro di sé racchiude mille Afriche, un po’ diversa da tutti gli altri paesi di questo continente, un po’ uguale a tutti, piena di meraviglie naturalistiche e di contraddizioni sociali, complessa in storia, cultura e religione, difficile da raccontare. In questi giorni per la mancanza di internet non siamo riusciti a trasmettervi le intense esperienze che abbiamo vissuto, ma qualcosina lo abbiamo tenuto anche per voi, i racconti che pubblicheremo in questi giorni sono appunti presi durante il viaggio, il resto mormora ancora confusamente dentro i nostri animi. La decantazione del ritorno forse placherà i nostri sensi e riusciremo a trovare il modo di raccontarvi ancora di questo stupendo paese.

 
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Pubblicato da su agosto 17, 2012 in Etiopia 2012

 
 
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