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Archivio mensile:luglio 2012

Odori…

Odori, si attaccano ai ricordi talmente in profondità che non riusciamo a ricordarli, ma se ci capita di risentirli, tutti i ricordi a cui sono legati riaffiorano con un impeto incontrollabile, tutte le sensazioni, tutti i sentimenti a cui sono legati riemergono come se li avessimo provati un istante prima, anche a distanza di anni. La stessa percezione di “noi stessi” va in corto circuito con il “noi stessi” di allora, come se non fossimo invecchiati di un secondo.
Questa è la sensazione che mi ha invaso rimettendo piede su un aereo “Ethiopian Air Lines”, gli allestimenti vecchi, anni ’80 o ’90, le uniformi stile retrò che l hostess portavano già dieci anni fa, l’odore acre e intenso, quasi di pollaio, di un apparecchio che di vita per i suoi corridoi ne ha vista girare tanta.
E’ un odore che mi ricorda un po’ i viaggi in autobus o in collettivos in giro per il Perù, odore di mondo, odore di vita autentica.
L’aereo è come un buco nero, sali la scaletta, rollano i motori, poi ti stacchi da terra, qualche ora di scossoni, un paio di pasti pre-riscaldati se ti va di lusso, e quando scendi il mondo ha tutto un altro aspetto, Perù, India, Africa, devi solo decidere quale biglietto staccare.
Il mondo questa volta ha colori molto particolari, pelli brune ma non nere, lineamenti di visi che a tratti ricordano gli arabi di Palestina, abbiamo incrociato visi di donne e uomini bellissimi, che a vederli non ci si crede. Sulla strada che dall’aeroporto ci ha portato alla missione molte di queste bellissime donne punteggiavano i marciapiedi, luminose e magnetiche come lucciole, tra fatiscenti impalcature in legno che ingabbiano i palazzi in costruzione e i guardiani delle case dei benestanti avvolti in quattro stracci e armati solo di bastone.

I tratti arabi del viso non sono le uniche cose che l’Etiopia ha in comune con la Terra Santa, sul monitor dell’aereo pochi minuti prima dell’atterraggio, quando una riga rossa che taglia a metà la vista da satellite dell’Africa ci ha fatto capire quanta strada abbiamo fatto, ho notato una città dal nome familiare, giusto pochi chilometri a sud di Addis Abeba… Nazret. Eh si, c’è una Nazret anche qui in Etiopia, chiamata così proprio in onore della città che ha visto crescere Gesù, c’è anche un paese che si chiama Debra Zait, che in Ahmarico, la lingua ufficiale etiope (ci sono se non erro almeno una cinquantina di lingue in Etiopia), significa “Orto degli ulivi”.
La fervente fede cristiana si percepisce molto chiaramente qui in Etiopia, dalle magliette dei ragazzi che invece delle faccia di Michael Jackson hanno raffigurata la croce etiope, o dalle donne con il capo avvolto dal “natlà”, un velo bianco simile ad una garza, che sulla fronte esibiscono con orgoglio una piccola croce incisa sulla pelle.
Stamattina siamo entrati nella chiesa di S. Salvatore insieme a queste donne e a questi uomini, ma anche insieme a molti bianchi, italiani, o meglio, italiani che vivono qui in Etiopia. Abbiamo celebrato la messa e cantato in italiano, molti gli etiopi neri che pregavano fluentemente in italiano, molti i bambini etiopi dal colore mulatto della pelle, con un papà bianco italiano da un lato, e una mamma etiope nera dall’altro.
Durante le letture un italiano è salito sul pulpito per leggere la seconda lettura “dalla lettera di S. Paolo apostolo agli efesini”, mentre leggeva il tono impostato e celebrativo della sua voce mi ricordava vagamente i cinegiornali dell’Istituto Luce ai tempi del fascismo, allora guardando tutti questi bianchi seduti nei banchi della chiesa, sentendo la forte contaminazione italiana che si percepiva intorno, ho capito il perchè di tutto il disagio che stavo provando… Qui in Etiopia i £coloni” siamo stati noi, qui la guerra ad un popolo straniero per invaderlo l’abbiamo fatta noi.
Qui i cattivi siamo stati noi.
In realtà ora niente dell’antico astio si percepisce tra etiopi e italiani etiopi, la convivenza è totalmente pacifica e l’ “etiopizzazione” degli italiani rimasti a vivere qui, almeno dalle mie prime sensazioni, sembra totalmente metabolizzato.
Jomole, l’agente di viaggio che ci ha accompagnato in chiesa, mi spiegava che gli italiani in chiesa erano così pochi (erano almeno tanti quanti gli etiopi) perchè in questo periodo i bambini sono in vacanza e allora le famiglie sono andate tutte in ferie… In Italia… Come cambiano gli equilibri cambiando semplicemente punto di vista eh?!..

Dopo un buon pranzo Etiope a base di tibs (spezzatino di carne con peperoncini verdi) accompagnato dall’injera (una specie di piadina morbida e acida), Jomole ci ha reso onore della nostra presenza invitandoci al “rito del caffè”, su un letto di ciuffi d’erba ha tostato sul momento i celebri chicchi di caffè etiope e ha preparato un ottimo caffè accompagnandolo con  pop corn.
Il rito del caffè è un importante usanza che si riserva ad ottimi amici e ospiti come gesto di benvenuto e di riconoscenza per averli onorati della propria compagnia, è un grande privilegio essere invitati al rito del caffè, e per questo ringraziamo uffizialmente Jomole dalla uffizialissima pagina della “valigia dei mondi”.

Domani alle sei si parte per la Valle dell’Omo alla scoperta delle molte tribù che vi vivono, della comunità rastafariana di Shashamane, del mercato di coccodrilli di non mi ricordo più come si chiama e di orizzonti selvaggi e incontaminati che, ahimè, temo dovrete aspettare una settimana prima di vederveli rivelati dalla valigia dei mondi, non so infatti se troveremo accessi ad internet tra le capanne degli indigeni, quindi dovrete aspettare il nostro ritorno tra una settimana.

P.S: abbiamo già preso il nostro primo acquazzone monsonico…

Un abbraccio e a presto!!

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Pubblicato da su luglio 29, 2012 in Etiopia 2012

 

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Ancora 48 ore…(anche meno)

E’ tutta la settimana che non dormo granchè, tra giornate passate in ferie forzate a fare lavoretti in casa, neanche lo spazio mentale di rendermi conto che ci siamo, meno di 48 ore alla partenza! Probabilmente il mio inconscio ha deciso di vendicarsi la notte del mio “io cosciente”, che è troppo concentrato a non perdere il passo di quella ruota per criceti che è la nostra “vita  moderna”, che gira gira e non abbiamo neanche il tempo di fermarci un attimo a capire dove ci porti. Monica come me non si è ancora resa conto che siamo alle porte di un altro avvincente, importante capitolo della nostra vita.

Si perchè spesso le ferie diventano l’unico momento che resta per fare qualcosa di diverso, magari di importante, le altre giornate siamo tutti troppo impegnati a correre dietro a noi stessi e ai nostri problemi, al punto che qualche volta ci si trova a pensare “bene, mi sono fatto il mazzo, ho tenuto il passo… Ma… E la ricompensa? Quando arriva?”.

Bene noi per le prossime tre settimane scendiamo dalla ruota e andiamo a prenderci la nostra ricompensa. Qual’è la nostra ricompensa vi chiedete? E’ l’incontro con l’altro, la condivisione, la conoscenza, è fermarsi un secondo a capire che ricchi, poveri, bianchi, neri, europei sull’orlo del tracollo o africani tracollati da sempre, siamo tutti seduti sullo stesso sassolino blu che gira senza sosta nel vuoto siderale, che i problemi di un Etiope, quelli veri, quelli profondi, non sono in fin dei conti tanto diversi dai problemi di un italiano, che la vita è una sola e possiamo spenderla seguendo il moto perpetuo e senza meta di questo sassolino, o rimboccarci le maniche e aiutarci l’un l’altro a capire che il significato vero della vita è uno solo, l’incontro con l’altro, che “l’altro” sia un parente o un figlio o il barbone sotto il ponte davanti casa o il bambino etiope in attesa di capire cosa sarà del suo futuro.

Dipende da chi decidiamo noi di metterci davanti, l’anno scorso davanti a noi avevamo i bambini peruviani di Huancayo, lo scorso Natale abbiamo deciso di metterci davanti i problemi dei bambini dell’ “Hogar niño Dios” e dei palestinesi vittime dell’occupazione israeliana, questa volta abbiamo scelto di mettere davanti a noi l’Etiopia, con le sue bellezze, i suoi problemi, le sue miserie e le cicatrici di un colonialismo di cui noi italiani siamo i diretti responsabili.

Possiamo anche scegliere di mettere “noi stessi” davanti a noi, ma sarebbe un pò come guardarsi allo specchio, e l’incontro con uno specchio sappiamo tutti come va a finire.

Non abbiamo mai salvato nessuno, infatti non è questo il punto, non cerchiamo medaglie da appuntare al petto, semplicemente, e sono state proprio le nostre precedenti esperienze a farcelo sentire e capire, sappiamo che i pochi giorni o i pochi attimi passati a prendersi cura di qualcuno, che il “prendersi cura” voglia dire anche solo ascoltare, portano in sé tutto il senso dei giorni passati a girare attorno su questo sassolino blu.

Quei pochi istanti di gratificazione portano in se tutto il significato della vita e, tra una coda alla cassa del supermercato e un ingorgo sulla tangenziale, almeno in quegli attimi puoi dire con tutta la sicurezza e la soddisfazione di questo mondo: “ecco, adesso ho veramente vissuto”.

In fin dei conti la regola è così semplice: “…amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi…”.

Auguro a tutti di “mettersi davanti qualcuno”.

P.S: temo che in Etiopia avere a disposizione una connessione internet sarà impresa ardua, faremo il possibile.

 
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Pubblicato da su luglio 26, 2012 in Etiopia 2012

 

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Pronti per una unova avventura!!!…

Dieci anni son passati… Dieci anni… Son tanti no? Beh neanche poi tanto, scivolano via giorno dopo giorno con una velocità che non riesci mai a percepire, e senza che te ne accorgi un bel giorno ti guardi allo specchio e le prime rughe sul viso, i capelli bianchi che iniziano a proliferare sulle tempie, l’aria tartassata, ti dicono che non sei più un ragazzo.

A guardarmi nelle foto di dieci anni fà quasi non mi riconosco, sguardo trasognato di un quasi ventisettenne ancora capace di sognare, non ancora disilluso dai colpi bassi che la vita durante il suo corso ti riserva e non ti risparmia quasi mai. Si, una vena di malinconia correva già nei miei occhi, ma quello è l’ingrediente fondamentale dei sognatori, e ancor di più dei sognatori viaggiatori, impossibile non scorgerla negli occhi di un ragazzo. Quello che non vedo più nel mio riflesso allo specchio è l’energia, lo sguardo da tigre, adesso il mio sguardo è un pò più opaco, assomiglia un pò più a quello di una mucca, forse a dieci anni di distanza devo fare i conti con il fatto che sognare mi riesce più difficile.

E mentre sfoglio le foto di allora mi fa rabbia constatare che Danilo non è cambiato di una virgola, io e lui abbracciati insieme davanti all’obbiettivo, in mezzo alle acacie di quell’ una e mezza di pomeriggio di infuocata savana, lui con le brache tirate su fino al ginocchio, gli immancabili occhiali, in testa un berretto a falde larghe per proteggere le orecchie a sventola dall’implacabile sole equatoriano, mentre ballava con i bambini del villaggio di Ilolhe mi sembrava di vedere David Livingstone (Ilolhe è a tre ore di cammino dalla missione di Msolwa, a 300 Km da Morogoro-Tanzania, in pieno parco nazionele di Mikumi). Mentre i bambini ballavano e intonavano canti per ringraziarci della nostra visita, io seduto su tronchi di legno inebetito dalla bellezza delle loro melodie africane, non ci aveva pensato un secondo, era schizzato in piedi e tra i sogghigni degli adulti del villaggio aveva iniziato maldestramente ad imitare i loro movimenti coordinati ed eleganti. Ce l’ho ancora davanti agli occhi, vergognosamente pallido e scheletrico in mezzo a bellissimi corpi di ebano ornati di gioielli e avvolti stoffe variopinte, la gente del villaggo avrà pensato “ma guarda te ‘sto muzungu (bianco)… Però ne ha del coraggio!”, lui l’entusiasmo di buttarsi nell’incontro con gli altri lui non lo ha mai perso, forse non è mai invecchiato, o forse era già vecchio a 27 anni (Danilo non te la prendere, sto scherzando)…

Ora, dopo dieci anni, è giunto il momento di calcare di nuovo la terra rossa dell’Africa, forse in mezzo alle sue meraviglie e ai suoi drammi ritroverò lo sguardo che ho smarrito lungo la strada, ritroverò la spinta di sognare persa per strada, e se l’impulso di buttarmi non mi verrà sarà bene che me lo faccia venire. Stavolta però la compagnia sarà diversa, a fianco a me non ci sarà l’amico di una vita, ma la donna della mia vita.

E’ la prima volta in terra d’Africa per Monica, per questo  l’idea era di andare nell’Africa più nera possibile, in mezzo a elefanti, zebre, rinoceronti, ippopotami, giraffe, leoni e masai. E invece dove andremo di elefanti, zebre, rinoceronti, ippopotami, giraffe, leoni e masai non ce ne sono più, sterminati dai conflitti delgli anni ’80 con l’Eritrea, forse se avremo fortuna riusciremo a vedere qualche zebra, qualche ippopotamo e coccodrilli (quelli speriamo di vederli non troppo da vicino). Eppure senza saperlo nel biglietto d’aereo è finito uno dei paesi più remoti, selvaggi e incontaminati dell’Africa, l’Etiopia!

E pensare che la destinazione era rimasta in dubbio fino all’ultimo, certo, doveva essere Africa, ma l’Africa è un continente! Sembrava dovesse essere la destinazione prescelta fin dall’inizio, poi è diventata forse Kenya, pi Tanzania, poi Uganda, poi Angola, e infine, quasi per caso, siamo tornati al punto di partenza, Etiopia! Dopo che abbiamo staccato il biglietto dell’aereo abbiamo scoperto che là è il periodo delle pioggie, probabilmente se lo avessimo saputo prima non saremmo andati, e invece… Insomma, sembra proprio che l’Etiopia ci abbia chiamati… Eccoci!

L’Etiopia non è solo uno dei paesi ancora meno corrotti dall’occidentalizzazione, è anche uno dei paesi più poveri dell’Africa, con livelli estremi di indigenza, percentuali sconvolgenti di persone affette da AIDS, percentuali altissime di bambini soli o abbandonati, un paese dove crudeli pratiche tribali di mutilazione genitale sono ancora ben radicate nelle tradizioni e nel tessuto sociale, ma è anche un paese dalla moltitudine di etnie e tribù sparse per il paese, ognuna con le sue tradizioni e i suoi costumi, tra cui, per citarne alcuni, il “salto dei tori” degli Hamer”, o l’affascinante “body painting” dei Surma, dei Mursi, dei Dorze e molti altri (vedi “popoli valle dell’Omo“).

Ma l’Etiopia è anche un paese dalla cultura antichissima, dove la civiltà ha iniziato molto presto a piantare radici, dove convivono fedi religiose da “Terra Santa”, con una alta percentuale di cristiani copti, presenza di cristiani cattolici, una buona percentuale di musulmani e addirittura una comunità ebraica etiope (ricordo che secondo credenze antichissime la regina etiope di Saba ebbe il figlio Menelik da Salomone re d’Israele), i falasha, che per la verità è quasi sparita perchè tra il 1977 e il 1991 sono stati quasi tutti trasferiti in Israele (ne abbiamo visti all’aeroporto di Tel Aviv, erano gli addetti alle pulizie). Insomma, una parabola che si chiude ne apre un’altra… Non può essere un caso…

La cultura Etiope ha influenze molto eterogenee, tra cui anche influenze arabe, premeate anche nelle varie lingue che si parlano nelle diverse zone del paese (Amharico, Oromigna, Tigrigna, Guragigna, Somalo, Arabo).E non dimentichiamo che abbiamo dei conti in sospeso con questo paese, l’Etiopia fù colonia Italiana dal 1935 al 1941, l’Italia fascista si macchiò dei crimini di cui ogni rispettabile paese colonialista si deve macchiare per soggiogarne un altro.

Ricordo che quando siamo andati in Perù l’anno scorso, e poi a Natale in Palestina, avevamo studiato tantissimmo, ci eravamo preparati il programma come se avessimo dovuto andare in guerra, il risultato fù che in certi momenti le cose viste, le storie sentite, avevano perso un pò il sapore della scoperta. E’ per questo che stavolta ci siamo documentati il minimo indispensabile, per lasciare che sia l’Etiopia più autentica e verace a rivelarsi a noi in tutta la sua energia e la sua verità, ed è per questo che non voglio sbottonarmi più di tanto sul programma del nostro viaggio, per lasciare che scopriate l’Etiopia insieme a noi, con i nostri occhi, i nostri racconti e le nostre emozioni. Vi dico solo che lo stile di viaggio è quello che ha contraddistinto anche l’esperienza in Perù e in Palestina: conoscenza, volontariato e soprattutto incontro con le altre culture.

Vi dico solo che non so quante opportunità avremo di accedere a internet, ma state sicuri che faremo tutto il possibile per far si che siate con noi nel nostro viaggio.

Insomma, di carne al fuoco anche stavolta ce n’è tanta, il conto alla rovescia è già cominciato.

Inizio dell’avventura: Sabato 28 Luglio 21:45, aeroporto Bole di Addis Abeba.

Speriamo che sarete dei nostri!

 
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Pubblicato da su luglio 20, 2012 in Etiopia 2012

 

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Gaza, sì a visite a detenuti in Israele E’ la prima volta in cinque anni

Pubblicato oggi su Repubblica on-line:

 

MEDIORIENTE

A un gruppo di palestinesi della Striscia concessa l’autorizzazione a entrare in territorio israeliano per visitare i familiari detenuti. Circa 40 parenti hanno attraversato il valico di Eretz all’alba. Le visite erano state proibite nel 2007 come ritorsione al sequestro del soldato israeliano Gilad Shalit

Gaza, sì a visite a detenuti in Israele E' la prima volta in cinque anni

La madre di uno dei detenuti palestinesi (reuters)

GERUSALEMME – Non accadeva dal 2007. A un gruppo di palestinesi della Striscia di Gaza è stata concessa l’autorizzazione a entrare in Israele per visitare i familiari detenuti nelle carceri dello Stato ebraico. La commozione e la fretta di rivedere i propri cari ha subito spinto circa 40 parenti di 24 prigionieri ad attraversare il valico di Eretz nelle prime ore del mattino, diretti alla prigione di Ramon, nel sud di Israele, viaggiando a bordo di un pullman della Croce Rossa. “Non potete immaginare la mia gioia nel poter rivedere mio figlio Mohammed dopo tutti questi anni”, ha raccontato la madre di uno dei detenuti, Mohammed Hamdiya.

Il blocco, che ha colpito più di 800 detenuti, è stata una delle ripercussioni del colpo di mano armato con cui Hamas nel 2007 aveva espulso da Gaza il regime di Abu Mazen, creando di fatto una enclave autonoma in stato di conflitto permanente con Israele. In particolare, Israele aveva proibito le visite ai detenuti palestinesi cinque anni fa, come ritorsione al sequestro del soldato israeliano Gilad Shalit, rilasciato lo scorso ottobre.

Il nuovo via libera è arrivato in seguito ad un accordo – mediato dall’Egitto – fra le autorità carcerarie dello Stato ebraico e i detenuti palestinesi, che avevano dato vita a un lungo sciopero della fame. “E’ un primo passo; ci auguriamo che le visite da parte dei residenti di Gaza riprendano pienamente”, ha commentato Juan Pedro Schaerer, capo della Croce Rossa in Israele e nei Territori Palestinesi (Cicr).

In tutto nel territorio israeliano sono detenuti 554 palestinesi originari di Gaza: anche loro riceveranno visite da parte dei familiari nelle prossime settimane e il prossimo scaglione è stato fissato per il 23 luglio.
Secondo il diritto umanitario internazionale, le autorità israeliane hanno l’obbligo di consentire ai detenuti di ricevere visite. E’ dal 1968 che il Cicr agevola i contatti dei familiari con i parenti chiusi in carcere. Anche durante la sospensione, lo scambio di migliaia di messaggi e saluti è sempre stato facilitato.
(16 luglio 2012)

 
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Pubblicato da su luglio 16, 2012 in Varie

 

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Yasser Arafat avvelenato, la scoperta dell’acqua calda…

E’ fresca fresca di irei la notizia secondo cui Arafat sarebbe stato avvelenato con il micidiale polonio, come l’ex spia russa Aleksandr Livtinenko nel 2006. L’ipotesi trova fondamento sulla base dei risultati di una ricerca svizzera che hanno riscontrato concentrazioni anomale di polonio sui suoi effetti personali. A quanto pare il povero Arafat non può starsene in pace neanche da morto, visto che a breve se ne prevede una riesumazione della salma per poter condurre indagini più approfondite.

Arafat avvelenato?… Ma dai! Non ci credo!… Adesso ci si interroga su chi possa essere stato il mandante dell’omicidio…

…’Spetta, fammi pensare… Diabolik in un accesso d’ira? La banda bassotti in un tentativo di rapina andato male? Un’azienda produttrice di polonio in cerca di pubblicità? Capitan America? Ecco, forse ci avviciniamo…

Qualcuno pensa già ai servizi segreti israeliani del Mossad, ma secondo me si sbagliano, in fin dei conti che motivo avrebbero avuto di far fuori Arafat?

Forse perchè l’OLP con lui a capo stava diventando una realtà così solita da far sentire la voce dei palestinesi anche al resto del mondo? Forse perchè con il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, almeno finchè non fù assassinato, per la prima volta in quella terra martoriata si era riusciti ad intavolare un vero processo di pace? Non il classico gioco delle tre carte, ma una vera intesa tra leader dove il principio guida era davvero il raggiungimento di un’intesa che potesse portare ad una pacifica convivenza tra israeliani e palestinesi.

Adesso magari viene fuori  che ad uccidere Yitzhak Rabin, 9 anni prima della morte di Arafat, è stato un avvelenamento da piombo. Certo, piombo in dosi così massicccie da concentrarsi in proiettili. Era il 4 Novembre 1994 quando il primo ministro Rabin fù freddato da tre colpi di pistola alla schiena sparati a distanza ravvicinata dal colono ebreo estremista Ygal Amir. Il premio Nobel per la pace Rabin stava salendo sulla sua auto blindata, stava lasciando un’insperata manifestazione a sostegno del processo di pace, fortemente voluta da lui stesso. La piazza dei re a Tel Aviv era gremita, la manifestazione fù un successo, segno che il popolo israeliano voleva fortemente la pace, almeno quanto la volevano i palestinesi.

Adesso mi chiedo, in una manifestazione di quel calibro, con il primo ministro come promotore e principale ospite, come ha fatto un ragazzo armato avvicinarsi così tanto a Rabin da freddarlo con tre colpi di pistola senza che nessuno potesse intervenire in tempo? Cosa stava facendo il servizio di sicurezza? Perchè in quei tragici istanti la proverbiale sicurezza israeliana non funzionò?

Perchè quell’assassinio, come l’avvelenamento di Arafat, è stato concertato a tavolino da chi non vuole la pace.

Chi ha voluto questi due omicidi? Chi ha voluto che non si raggiungesse la pace in Israele e Palestina? Beh, non è difficile rispondere a questa domanda, basta vedere come sono andate le cose.

Qui il link dell’ANSA sul presunto avvelenamento da piombo di Yasser Aarafat:

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2012/07/03/Jazira-Arafat-ucciso-polonio-come-spia-russa_7138187.html

 
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Pubblicato da su luglio 5, 2012 in Varie

 

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