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Archivio mensile:giugno 2012

Firma la petizione per salvare la Valle dell’Omo

 

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I Banna, i Mursi, gli Hamer, i Karo, gli Oromo, i Gamo, gli Uraghe, i Wolaita, i Dereshe, gli Tsemay, i Bennà, i Bako, gli Erbore, i Dorze, i Gujule, gli Arsi.

Questi sono i nomi delle etnie tribali che vivono nella parte più vera e incontaminata del continente africano, la bassa Valle dell’Omo, nell’Etiopia del sud. Come si può non restare stregati dalla loro bellezza? Corpi che diventano opere d’arte, dipinti e ornati come tele d’autore, veri monumenti all’umanità, il nero della pelle che contrasta con le luminose fantasie, perfette nella loro elaborata semplicità, disarmanti nella loro bellezza.

Queste tribù ora rischiano di scomparire.

Un cataclisma? No.

Una carestia? No.

Un’epidemia? No, una diga.

 

Gilgel Gibe III è il più grande progetto idroelettrico mai realizzato in Etiopia, una diga con un salto di 240 metri ed una potenza di 1870 MW che, se completata, sbarrerà il corso del fiume Omo, creando un bacino lungo 150 chilometri, compromettendo per sempre il delicato ecosistema fluviale dal quale dipende la vita di numerose comunità locali che vivono sulla valle del fiume in Etiopia e sulle rive del  Lago Turkana in Kenya, dove il fiume sfocia.
La costruzione  della diga Gilgel Gibe III è iniziata nell’estate del 2006 grazie al consolidato rapporto fra l’EEPCo, ente gestore dell’energia elettrica interamente controllato dal governo etiope, e un’impresa italiana, la Salini Costruttori S.p.A. impegnata in diversi paesi africani nel settore delle grandi infrastrutture.
Il progetto, dal costo complessivo di 1.470 milioni di euro, è stato affidato alla Salini Costruttori S.p.A a trattativa diretta senza gara d’appalto internazionale, violando sia la legislazione etiope che gli standard internazionali in materia di appalti pubblici.
I lavori di costruzione, avviati immediatamente dopo la firma del contratto (sottoscritto il 19 luglio 2006) senza che l’Autorità di Protezione Ambientale etiope avesse rilasciato la necessaria autorizzazione né avesse ancora ricevuto in visione lo studio di Valutazione dell’ Impatto Ambientale, ad oggi registrano uno stato di avanzamento di circa il 30%, senza peraltro che al progetto sia stata ancora garantita una completa copertura finanziaria.
Tra i potenziali finanziatori a cui l’Etiopia si è rivolta figura, accanto alla Banca Europea per gli Investimenti, alla Banca Africana di Sviluppo ed alla Banca Mondiale, anche la Cooperazione Italiana, già direttamente coinvolta nella controversa realizzazione della precedente opera idroelettrica, Gilgel Gibe II, sempre in Etiopia, sempre sul fiume Omo, sempre affidata alla Salini e sempre senza gara d’appalto internazionale.

 

Dobbiamo fermare l’ennesimo scempio fatto nel nome del denaro, invito tutti a firmare la petizione (vedi link sotto) perchè questo mostruoso progetto venga fermato:

http://stopgibe3.it/?page_id=146

Se volete saperne di più visitate il sito: http://stopgibe3.it/

Sono sicuro che farete la vostra parte!… Ci metto la firma!!

 

 

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Pubblicato da su giugno 28, 2012 in Etiopia 2012

 

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STORIE DELL' ALTRO MONDO

Haram è….indossare vestiti troppi attillati, troppo corti, troppo appariscenti. Lasciare le spalle scoperte, mostrare i polpacci.

Haram è stendere la biancheria femminile all’esterno perchè “i vicini potrebbero vedere”.

Haram è uscire di casa con i capelli bagnati. Significa che si è appena fatto l’amore.

Haram è bere alcol. Una volta ad al-Jiftlik hanno trovato una bottiglia di vodka vuota. Scandalo.

Haram è far dormire uomini e donne nella stessa stanza.

Haram è mangiare carne di maiale. Ma la murtadilla di non so che animale fa davvero schifo.

Haram è stringere la mano all’uomo quando lo si vuole salutare. Soprattutto tra i beduini. Meglio mettere la mano sul petto e sorridere. Ma non troppo.

Haram è rifiutare il tè quando ti viene offerto. Anche se è il decimo. Meglio buttarlo per terra quando nessuno ti vede. Funziona soprattutto quando si è tra i beduini, sotto una tenda, seduti per terra. Avanzarlo…

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Pubblicato da su giugno 26, 2012 in Varie

 

Rami, pastore di Ein al-Hilwah (Valle del Giordano)

Quando giri per le distese desertiche e le calure della Valle del Giordano non te ne accorgi, non capisci. L’autobus attraversa villaggi palestinesi fatti di case tirate su grossolanamente, talvolta simili a baracche, percepisci ad occhio il livello di indigenza in cui vivono i pastori della zona, e non ti sembra strano più di tanto, in fin dei conti sei nel deserto, realtà così ne hai viste in mille altri angoli del mondo, negli altopiani del Perù, nei villaggi aborigeni del Red Center australiano, nel nord-est brasiliano, nei villaggi di capanne della Tanzania.

Poi la guida a bordo dell’autobus ti fa notare un centro abitato sulla collina, lì sopra non ci sono baracche, ma ville, parabole sui tetti e pannelli solari, e c’è la piscina, e tutto l’agglomerato è circondato da alte recinzioni, e magari c’è anche una torretta di guardia con un soldato che annoiato sorveglia che i sassi del deserto rimangano lì fermi dove sono da 2000 anni.

E la guida dice “lo vedete quello? Quello è un insediamento israeliano”, e tu ancora non capisci, non capisci da dove venga l’astio mal celato nella voce della guida mentre te lo dice, non capisci perchè là dentro abbiano la piscina e nei villaggi palestinesi anche le pecore sembrino morire di sete. Non capisci perchè l’insediamento sia recintato, non capisci neanche dove sei, perchè fino a pochi chilometri fà eri in Israele, e adesso sei in Palestina, ma questa differenza non la capisci, perchè la Palestina non è uno stato, perchè anche qui dentro ci vivono degli israeliani. E non capisci perchè i coloni, nonostante abbiano deciso di vivere qui, tuttavia vivano costantemente asserragliati nei loro insediamenti.

Allora inizi a intuire che le condizioni di totale privazione del villaggio palestinese non sono determinate da cause di forza maggiore, sono volute, sono cercate, sono imposte. Ma ancora non capisci…

Non capisci che l’acqua che c’è in quella piscina, la corrente elettrica che di sera illumina abbondante le alte recinzioni, la terra stessa su cui poggia l’insediamento, sono state rubate ai palestinesi. Un giorno sono state sottratte ai palestinesi e sono state date in abbondanza ai coloni.

Nonostante dai finestrini dell’autobus lo squilibrio tra l’opulenza dell’insediamento e la totale privazione del villaggio vicino sembrino evidenti, ancora non riesci a capire, perchè sei italiano e una cosa così non l’hai mai vista. Per te che non sei palestinese, per te che questa non è la normalità, una cosa così non ha alcun senso, è assurda!

Per capire bisogna starci un pò, vivere con i palestinesi, condividere le loro privazioni e i soprusi a cui sono quotidianamente sottoposti, e farsi raccontarie le loro storie, storie di baracche abbattute dall’esercito israeliano, ricostruite a fatica dai palestinesi e nuovamente abbattute, storie di cisterne d’acqua distrutte con l’unico scopo di privare i palestinesi anche di quello, per farli morire di sete, per farli morire, o per farli fuggire.

Storie assurde, insensate, talmente assurde che sono reali… e quotidiane.

Questa è una di queste storie, raccontata da Anna, un’italiana che per capire è andata a vivere con i palestinesi della Valle del Giordano, e queste storie le vede con i suoi occhi, le vive sulla sua pelle:

Rami, pastore di Ein al-Hilwah (Valle del Giordano)

“La situazione qui è politica, non umanitaria. O meglio le cause sono politiche. E guardate ora in che condizioni ci troviamo. Non abbiamo acqua, non abbiamo nulla. Non possiamo dare da bere alle nostre pecore. Non possiamo irrigare i nostri campi. Ora la terra qui è arida, gli israeliani hanno trasformato questa terra in un deserto. Non solo ci hanno sottratto pozzi e fonti idriche naturali. Ci continuano a minacciare, ci rendono la vita impossibile. Ieri l’esercito è arrivato e mi ha distrutto quattro cisterne di acqua. Mentre le colonie vicino a noi hanno giardini e piscine. I tubi dell’acqua ci scorrono sotto i piedi ma non possiamo utilizzarli. Come posso abbeverare le mie pecore adesso? Lo scopo di Israele è chiaro, fin dal 1967, da quando Israele ha occupato la Cisgiordania. Israele vuole mandarci via, e lo sta facendo privandoci dei mezzi primari di sussistenza. Attraverso il furto di acqua e terra. Due giorni fa due palestinesi che vivevano qui se ne sono andati. Per l’ennesima volta hanno chiuso un pozzo e distrutto delle cisterne dell’acqua. Sfiniti se ne sono andati. Questo è il trasferimento forzato silenzioso”.

Cammino nel silenzio della Valle. Osservo la due case ormai disabitate. Mi sembra impossibile che fino a due giorni prima fossero abitate. Eppure ci sono ancora avanzi di cibo, il grano ancora da raccogliere, dei cuccioli di cane che ci rincorrono, forse alla ricerca di qualcosa da mangiare e da bere.

“Perchè qui nessuno ci aiuta? Qui il problema è politico, non umanitario. Perchè le organizzazioni non hanno il coraggio di sfidare l’occupazione? Che aiuto ci danno? Aiuto umanitario. Mi danno riso, farina. Non li voglio. M fa schifo il loro aiuto. E’ umiliante per noi. Abbiamo soldi, il problema è che a causa di motivazioni politiche stiamo soffocando, siamo pian piano costretti a lasciare la nostra terra. Non vogliamo cisterne d’acqua, vogliamo un sistema idrico. Non vogliamo la legna per scaldarci d’inverno. Vogliamo l’elettricità. Perchè nessuno ci aiuta? Perchè, secondo le legge israeliana, per costruire serve un permesso che deve essere concesso dall’amministrazione civile israeliana. Ma più del 90% dei permessi vengono negati. Mentre Israele continua ad ampliare le colonie vicino a noi. Tramite il furto di acqua e terra. Le organizzazioni interazionali devono avere il coraggio di sfidare l’illegale legge israeliana. Devono costruire senza rispettare le regole imposte da Israele. Non vogliamo aiuti umanitari. Riconoscere la legge israeliana significa riconoscere di fatto la legge ed il sistea imposto della potenza occupante. Qui bisogna intervenire a livello politico perchè la cause sono politiche. Il loro aiuto ci umilia, ci offende. Non fanno altro che aiutare la continuazione dell’occupazione”.

 
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Pubblicato da su giugno 19, 2012 in Varie

 

CINQUE ANNI DI EMBARGO, ANCHE L’ACQUA È CONTAMINATA

Articolo pubblicato oggi su Misna:

Una cinquantina di organizzazioni internazionali comprese diverse agenzie dell’Onu hanno ricordato oggi il quinto anniversario del blocco di Gaza sottoscrivendo un appello comune rivolto a Israele. “Per cinque anni – si legge nell’appello – a Gaza più di un milione e 600.000 persone hanno vissuto sotto embargo in violazione del diritto internazionale e più di metà della popolazione è composto da bambini. Noi con una sola voce diciamo: si ponga fine al blocco”.

Tra i firmatari ci sono anche Save the children e Medical aid for palestinians che per questa occasione hanno pubblicato un rapporto congiunto sul crescente numero di bambini che soffrono di diarrea a causa dell’inquinamento delle falde acquifere. Nel documento, le due organizzazioni non governative (ong) sottolineano che il blocco sta impedendo l’accesso anche a macchinari e sistemi di potabilizzazione delle acque, con dirette conseguenze sulla salute della popolazione di Gaza e dei soggetti più vulnerabili.

“L’unica risorsa di acqua disponibile a Gaza è contaminata da fertilizzanti e rifiuti – sottolineano le due ong – e il blocco sta mettendo a repentaglio vite umane. Dal 2007 il numero dei bambini sotto cura per diarrea è raddoppiato. L’alto livello di nitrato rilevato nelle acque di Gaza può essere collegato anche ad alcune forme di tumore e costituisce un grande rischio per le donne in gravidanza”.

L’operazione militare “Piombo fuso”, condotta dall’esercito israeliano tra il 2008 e il 2009, ha inoltre danneggiato il sistema fognario che da allora non è stato riparato, contribuendo ad aumentare i rischi sanitari della popolazione.

Il blocco venne imposto da Israele dopo gli scontri tra Fatah e Hamas, i due principali movimenti palestinesi che nel giugno del 2007 ricorsero alle armi l’uno contro l’altro. Hamas venne di fatto estromessa dal governo – che aveva ottenuto dopo le vittoriose elezioni del 2006 – ma riuscì a prendere il controllo della Striscia di Gaza, mentre Fatah e l’Autorità nazionale palestinese mantennero il copntrollo della Cisgiordania. Da allora le due entità palestinesi hanno proceduto lungo strade parallele e solo negli ultimi mesi sono stati avviati negoziati allo scopo di riunire i Territori sotto un’unica direzione politica che potrebbe temporanemante assumere la forma di un governo di unità nazionale.

 
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Pubblicato da su giugno 14, 2012 in Varie

 

 
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Pubblicato da su giugno 12, 2012 in Varie

 

Israele: Eilat,retata immigrati africani

Giro questa notizia dall’ ANSA:

Decine clandestini arrestati. Lavorano da anni, saranno espulsi

(ANSA) – TEL AVIV, 11 GIU – Una prima retata di immigrati clandestini africani, per lo piu’ del Sud Sudan, e’ stata lanciata la scorsa notte ad Eilat (Mar Rosso) da un unita’ speciale della polizia israeliana su ordine del ministro degli interni Ely Yishai. Gli arresti – che continuano – sono avvenuti in case private, nelle strade e anche negli alberghi dove gli africani (circa 7.000) da anni ormai lavorano, seppure da clandestini.I cittadini del Sud Sudan sono destinati all’espulsione in tempi brevi. (ANSA).

 
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Pubblicato da su giugno 11, 2012 in Varie

 

Se sei palestinese…

24 Dicembre 2011, è tardo pomeriggio, la parata di benvenuto per l’arrivo a Betlemme del Patriarca di Terra Santa è durata tutta la mattinata e buona parte del pomeriggio, i colori scozzesi delle divise delle bande di scout palestinesi e i suoni delle loro cornamuse riverberano ancora negli echi delle bianche pietre della Betlemme antica, mentre la attraversiamo per tornare a casa respiriamo a fatica la densa aria di euforia che trasuda dalle porte semichiuse delle case, dai volti delle persone, dagli schiamazzi dei bambini. Ci siamo, è la vigilia di Natale, Betlemme vibra come un tarlo.

Al Karkafa Street, finalmente a casa, Adel fuori del negozio si gode la tiepida serata, dall’altra parte della strada due soldati in tenuta da guerra sono di guardia al Bethlehem Hotel. In Terra Santa ci si abitua presto a vedere militari ad ogni angolo, ai posti di blocco, su camionette parcheggiate a bordo strada, a passeggio per Gerusalemme, ma questi sono diversi, sono soldati palestinesi “sono qui perchè probabilmente nell’Hotel c’è qualcuno di importante” ci dice Adel “se è quello che penso io è il più importante di tutti, almeno qui. E’ venuto per assistere alla veglia di stasera nella Basilica della Natività”.

Non sapevo che l’Autorità Palestinese avesse delle sue forze militari o comunque di polizia, e invece in alcune zone della Cisgiordania, nonchè nella striscia di Gaza, esercita una qualche forma di “autorità e controllo”, sapientemente mescolata con l’ingerenza del paese occupante, Israele. E’ la complicata faccenda delle “aree”, e se non ci vivi dentro, se di solito vivi in un paese normale, fai una fatica immane a capire i contorni di questa assurdità, al di là di quale muro devi guardarti dai militari israeliani, al di qua di quale muro puoi avere l’illusione di essere al sicuro, chi comanda dove, e quanto.

Betlemme è nell’area A, l’area A è quella parte di Palestina sotto il diretto controllo e l’amministrazione dell’Autorità Palestinese, che in Cisgiordania, ovvero dove siamo ora, è in mano al partito islamico moderato di Al-Fatah. Nella striscia di Gaza il controllo è in mano ad Hamas, altrettanto islamico ma molto più estremista. L’area A oltre a Betlemme comprende le città di Ramallah, Nablus, Tulkarem, Jenin, Qalqilya, Gerico una parte di Hebron e altre città minori. In totale stiamo parlando del 3% della Cisgiordania che gode della libertà di cui può godere un paese sotto occupazione “è vero, questa è zona A, ma loro fanno sempre e comunque quello che vogliono, comandano “loro”, come in qualsiasi altra parte della Palestina” commenta sempre sarcastico Adel.

Area B, 27% della Cisgiordania, controllo militare israeliano, amministrazione palestinese, comandano sempre e comunque “loro”.

Area C, 70% della Cisgiordania, controllo militare e amministrazione completamente israeliani, superstrade principali di collegamento comprese, vuol dire che queste strade sono vietate ai palestinesi. Qui “loro” comandano a carte scoperte, nel resto della Palestina giocano come si faceva nel far West, con l’asso nella manica e la rivoltella sotto il tavolo. “Tent of Nations” è in area C. La verità è che sei sei palestinese, in qualunque area abiti, A, B, C, bianca, verde, rossa, benedetta o maledetta, sai che in qualsiasi momento puoi aspettarti un’incursione notturna di soldati che ti chiudono in una stanza per tutta la notte e schiacciano un pisolino sul tuo letto, o che vengono a prendersi i tuoi figli, li arrestano e li sbattono in qualche galera israeliana senza formali accuse, per un tempo indeterminato, senza che tu possa andare a visitarli. La chiamano “detenzione amministrativa”, ma il suo vero nome è sequestro di persona. Oppure aspettati di essere svegliato dal rombo dei bulldozer, affrettati ad arraffare quel poco di prezioso che hai e fuggi prima di restare sepolto dalle macerie della tua stessa casa. Oppure aspettati di trovare sul tuo campo di ulivi dei foglietti firmati dal governo militare israeliano che ti diffidano dal coltivare i tuoi campi, perchè non sono più tuoi. Oppure aspettati di vedere i tuoi bambini uscire dalla porta di casa per andare a scuola, dopo una buona colazione, e non vederli tornare più, o vederli esplodere davanti a te con tutto il muro della casa, colpiti da un missile lanciato da qualche drone, come in un videogioco troppo facile. Oppure aspettati, mentre cammini per le vie di Nablus, o mentre fai il raccolto nei tuoi campi di prezzemolo al confine della striscia di Gaza, di essere raggiunto da un proiettile “DUM DUM”, che a contatto col tuo corpo esplode e ti devasta le carni, perchè quel giorno il cecchino israeliano appostato sulla torretta di guardia aveva voglia di sparare, e lo poteva fare, perchè la tua vita vale meno del proiettile che aveva in canna.

Aspettati un bel giorno di scoprire che la tua vita, semplicemente, non è più tua. Se sei palestinese aspettati, aspettati qualsiasi cosa.

 
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Pubblicato da su giugno 8, 2012 in Betlemme 2011

 

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