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Archivio mensile:maggio 2012

PROTESTE CONTRO AZIENDA MINERARIA A ESPINAR, PERU’. ARRESTI ARBITRARI

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Nuove dal Perù, al quale siamo particolarmente affezionati per via del viaggio fatto l’anno scorso, viaggio nel quale abbiamo avuto l’occasione di toccare con mano la drammaticità della situazione ambientale e sociale provocata dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse minerarie peruviane ad opera di multinazionali senza scrupoli, e ovviamente con il placido benestare delle autorità peruviane.

Tanto per farsi un’idea, prima di partire, si parla di fine Luglio, primi di Agosto dell’anno scorso, non sapevamo neanche se saremmo riusciti ad andare sul mitico lago Titicaca (il lago navigabile più alto del mondo), questo perchè, le strade per Puno (la più importante città sulle rive del Titicaca) da nord e da sud erano state bloccate dalle peraltro legittime proteste da parte della popolazione civile (campesinos e pescatori), che si opponeva strenuamente all’apertura di nuovi siti minerari intorno alla zona del lago, siti disastrosi sia sotto il profilo ambientale che quello sociale. La zona del lago Titicaca è una RISERVA AMBIENTALE TRA LE PIU’ IMPORTANTI AL MONDO PER IL SUO PARTICOLARISSIMO ECOSISTEMA, siamo in una zona lacustre molto simile ad una zona marittima, per via delle enormi dimensioni del lago, e siamo a 3812 metri d’altitudine, habitat unico nel suo genere. Le fonti di sostentamento della popolazione del luogo sono prevalentemente la pesca e una arcaica agricoltura, immaginate l’impatto che possono avere dei siti minerari su queste attività.

Il termine “popolazione del luogo” non mi piace, è troppo freddo, non rende neanche lontanamente l’idea di cosa voglia dire vivere per un pò in mezzo a simpatiche vecchiette imbardate in gonnoni neri dai variopinti ricami, che non ti negano mai una timida divertita chiacchierata e uno sdentato e amichevole sorriso, con le loro variopinte stoffe legate sulle spalle e dentro un bambino, o un sacco di patate, o addirittura una zappa e un piccone (giuro! C’ho preso dentro con lo stinco ad una di loro nel combi, una specie di taxi collettivo). O campesinos che entrano in autobus con in braccio un agnellino con un fiocco viola al collo, e ti sorridono imbarazzati perchè tu vai su di giri al solo vederlo, perchè ansioso ed eccitato insisti per fargli una foto, perchè tu un contadino salire su un autobus con un agnello in braccio non lo avevi ancora mai visto.

Nel nostro viaggio verso Huancayo invece, sul passo di La Oroya A 3750 METRI DI ALTEZZA, abbiamo avuto il piacere di contemplare in tutto il suo orrore lo stabilimento minerario della multinazionale canadese “DOE RUN”, che ha reso la zona il QUINTO tra i luoghi più inquinati al mondo e si è reso responsabile di migliaia di morti tra gli abitanti di La Oroya, molti dei quali bambini.

E’ per questo motivo che vorrei sensibilizzarvi su questo argomento riproponendovi qui sotto un articolo dell’agenzia di stampa missionaria MISNA che tratta appunto degli ultimi avvenimenti che hanno portato a riaccendersi le proteste dei campesinos peruviani.

Qui sotto l’articolo:

Una calma apparente si respira a Espinar, sulle Ande sud-orientali del Perù, dove la polizia presidia in modo massiccio il territorio dopo la proclamazione dello stato d’emergenza seguita alle proteste contro l’azienda mineraria svizzera Xstrata che hanno provocato almeno due vittime tra la popolazione e decine di feriti. L’organizzazione civica ‘Frente de Defensa de Espinar’, sostenuta dagli abitanti e dalle autorità locali, denuncia da tempo la contaminazione dei fiumi Salado e Cañipía attribuendola al giacimento di rame di Tintaya, gestito da Xstrata: chiede un nuovo studio di impatto ambientale e che l’azienda aumenti dal 3 al 30% la percentuale di ricavi che destina volontariamente alle comunità locali in una zona ad alto tasso di povertà.

Dopo i violenti scontri tra manifestanti e polizia di lunedì, la procura ha ordinato l’arresto di una ventina di persone, tra dirigenti civici e dimostranti, accusati di aver arrecato danni alle strutture dell’azienda svizzera e di aver appiccato il fuoco al veicolo di un magistrato. Tra gli arrestati figura anche il presidente del Frente de Defensa de Espinar, Herbert Huamán, fermato mentre si trovava in un centro medico parlando ai giornalisti. In una nota pervenuta alla MISNA, anche il Vicariato della solidarietà della Prelatura di Sicuani, organismo della Chiesa cattolica locale, conferma la notizia in circolazione dell’arresto di due suoi difensori dei diritti umani, Jaime Borda e Romualdo Ttito, fermati mentre accompagnavano il giudice Hector Herrera al campo minerario di Tintaya: “Ci sorprendono le accuse della polizia, che dice di aver trovato munizioni all’interno del veicolo della Prelatura; accuse che respingiamo fermamente” si legge nel comunicato. Negli ultimi anni, il Vicariato ha seguito da vicino i negoziati tra la popolazione e i vertici dell’azienda, partecipando anche alla supervisione degli impatti ambientali derivati dalle sue attività.

Un mandato di cattura penderebbe anche sul sindaco di Espinar, Oscar Mollohuanca, che ha fatto sapere di trovarsi “in clandestinità” per evitare la detenzione almeno fino a quando non avrà garanzie di un “giusto processo”. La presidenza del Consiglio dei ministri ha intanto informato che anche le Forze armate sono state autorizzate a intervenire in appoggio alla polizia per garantire il normale funzionamento dei servizi pubblici essenziali, bloccati da dieci giorni dallo sciopero indetto dai dirigenti civici.

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Pubblicato da su maggio 30, 2012 in Varie

 

STORIE DELL' ALTRO MONDO

Una e mezza. Almeno 35 gradi, se non di più. Attendo un’auto sulla strada 90, per ritornare ad al-Jiftlik. Ho lavorato tutta la mattina sfidando l’afa e la polvere di Fasayil. Abbiamo aiutato le famiglie che si son viste demolire la propria tenda per la quarta volta consecutiva. Cerco di fare autostop ma non ci sono auto palestinesi, hanno tutte le targa gialla. E dai coloni un passaggio non lo voglio avere. Anche se è l’una, anche se è venerdì, anche se è caldo. Attendo. Ecco una targa bianca! Allungo la mano, l’auto incredibilmente si ferma. “Al-Jiftlik?”. “Ah” rispondo stupita. L’auto è nuova, super tecnologica, con dei piccoli schermi piatti dietro ad ogni sedile. Scopro subito che è il mio vicino di casa, che ovviamente io non conosco. Ma lui sembra sapere tutto di noi. Ha voglia di parlare. Lavora nella colonia israeliana di Mass’ua da tre anni, è un…

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Pubblicato da su maggio 28, 2012 in Varie

 

STORIE DELL' ALTRO MONDO

Un’altra demolizione nel villaggio di Fasayil. Mi è arrivato un messaggio questa mattina, mentre ero a Beit Sahour. Sono subito andata da Abu Nahar, il proprietario delle tende che i bulldozer israeliani hanno demolito. E’ la quarta volta in meno di un anno. Sono arrivata poco prima dell’una, quando un’afa soffocante avvolgeva il villaggio. Gli uomini erano sotto l’unica tettoia rimasta in piedi – che oggi ha ricevuto un ordine di demolizione – distesi su alcuni materassi impolverati, ci hanno inviato ad unirci al pranzo. Le donne poco più lontane, sotto un albero, con i bimbi piccoli in braccio. Venti persone senza un tetto dove dormire, 16 bambini, tutti al di sotto dei 18 anni. Mi è piaciuto stare là con loro, cercare di dormire nelle ore più calde, con l’ombra della tettoia che si spostava velocemente, costruire con loro le tende che la Mezza Luna Rossa ha portato. Assieme…

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Pubblicato da su maggio 28, 2012 in Varie

 

La fame come arma di protesta non violenta

Hunger

di Paola Caridi

1550 uomini. Questo è il numero approssimativo dei detenuti palestinesi in sciopero della fame. 1550, forse di più. Perché alcune fonti parlano di duemila, altre di 2500. Potrebbe essere una cifra esagerata. E allora fermiamoci ai 1550. 1550 uomini in sciopero della fame, in una protesta partita formalmente il 17 aprile scorso, il “giorno dei prigionieri”. 1550 detenuti palestinesi che nelle carceri israeliane rifiutano il cibo. Di sicuro da venti giorni, il che non è uno scherzo. Alcuni di loro, però, non mangiano (per protesta) non da venti, bensì da quaranta, e alcuni da 70 giorni. 10 detenuti sono sotto osservazione perché in condizioni critiche. (…)

Quello che sta succedendo lo si sa solo attraverso la Rete, i social network, twitter, Facebook, i blog, i siti di notizie. Raramente, e solo negli ultimissimi giorni, su qualche giornale. Rarissimamente sulla stampa italiana. Nonostante – sappiatelo – ci sono colleghi che un articolo sullo sciopero della fame nelle celle lo hanno proposto: nessuno, all‟altra capo del telefono, lo ha però accettato, e pubblicato. Che senso ha, dal mero punto di vista dell‟informazione? Se i 1550 detenuti fossero stati in Colombia, ci sarebbe almeno stata un vivo ampex nei telegiornali, e una breve sui quotidiani generalisti.

E invece niente. Silenzio.

Bilal Diab, 27 anni, è in detenzione preventiva dall‟agosto scorso, prima per sei mesi. E poi, nello scorso febbraio, il periodo di detenzione amministrativa è stato rinnovato per altri sei mesi. Una pratica tanto frequente che molti prigionieri restano in carcere per anni, senza accuse. Il suo, insomma, non è un caso a parte, un caso speciale, è un caso come tanti. Ma né il suo, né quello degli altri fa notizia. Da anni. Mi ricordo che riuscii ad aver il permesso dalle autorità israeliane di visitare un carcere, e di parlare con degli attivisti palestinesi, accompagnata da un fotografo israeliano e una interprete. Fu una esperienza molto, molto interessante. A suo modo, per i giornalisti italiani, quasi unica. Proposi il reportage, me lo pubblicarono su un settimanale italiano, sacrificando le bellissime foto e il testo in uno spazio incredibilmente piccolo. Ho sempre trovato questa scelta – come molte altre – uno scadimento della qualità della nostra professione. Lo stesso scadimento che ha fatto trovare impreparato il giornalismo italiano di fronte alle rivoluzioni arabe, salvo rarissime eccezioni.

1550 uomini senza nome digiunano, la gran parte da 20 giorni. Alcuni da 40. Alcuni stanno per morire. In silenzio. Ha senso, da punto di vista dell‟informazione? Ha senso, dal punto di vista della storia di questo conflitto? E ancor di più, ha senso dal punto di vista dei diritti (civili, umani, …)? Intere generazioni di palestinesi hanno passato almeno una notte in una galera israeliana, nella loro vita. Per un sasso tirato, una retata in un paesino della Cisgiordania, un lavoro nero, una multa non pagata, una litigata con un soldato a un checkpoint. Non solo, non sempre e non spesso per atti di terrorismo. Ne sapete qualcosa, di tutto questo? Vi hanno mai raccontato quante sono le carceri, in Israele, dove sono, quanti detenuti ci sono, in quali condizioni? Dovreste chiederlo alla Croce Rossa Internazionale, in sostanza l‟unica che ha accesso al “dossier prigionieri”, un dossier polveroso, chiuso in un cassetto, che praticamente nessuno ha il coraggio di aprire.

Salvo quando, dopo e forse a causa delle rivoluzioni arabe, qualcuno ha pensato di sollevare il caso, usare lo sciopero della fame, strumento antico e terribile perché oppone la debolezza all‟uso della forza. Disarma chi ha la forza con la sola forza del digiuno. Vorrei andare al cinema e vedere Hunger, se non fossi qui a Gerusalemme. Perché quel caso, altrettanto controverso, segnò la mia generazione. Era il caso di un ragazzo, Bobby Sands. Qui, senza volto, ce ne sono molti, molti di più. Se volete sapere qualcosa, cercate #PalHunger su twitter. Troverete, per esempio, che la grafica araba, anche nel caso del digiuno di massa dei prigionieri palestinesi, sta mostrando tutte le sue abilità. Anche queste abilità sono la faccia nascosta degli arabi invisibili: non è una grafica nata dalle rivoluzioni, è piuttosto un‟arte che le ha fecondate. (…)

Un digiuno deve essere lungo, tragico per diventare una notizia. È sempre stato così, in fondo. Alcuni potrebbero morire da un momento all‟altro, e c‟è chi – compreso il presidente dell‟ANP Mahmoud Abbas – teme che la loro morte possa innescare una deriva violenta. Una nuova intifada scaturita dal più imponente utilizzo di uno strumento nonviolento.

Chissà. Non è detto che una intifada violenta scoppi. Quella che però è già scoppiata, nei rivoli di un‟apatia generalizzata che comprende palestinesi e israeliani, è una intifada nonviolenta, di nicchia ma costante. Intifada nonviolenta che ha i suoi appuntamenti rituali, puntuali, a ogni venerdì, nelle manifestazioni locali contro il Muro di separazione a Bilin, Nabi Saleh, Walaje, e via elencando. Paesini sconosciuti della Cisgiordania dove da anni si svolgono dimostrazioni che mettono assieme attivisti palestinesi, israeliani, internazionali. Una piccola comunità che usa la nonviolenza. Ora, con lo sciopero della fame di 1600 detenuti palestinesi, anche le manifestazioni sono diventate – per quanto possibile – più visibili. O meno invisibili.

Se n‟è accorta anche la CNN, che con l‟anchorwoman più importante, Christiane Amanpour, ha cominciato a parlare della nonviolenza in Medio Oriente. A scatenare l‟interesse di una stampa altrettanto apatica, è stato appunto il digiuno di massa dei detenuti palestinesi, che oggi hanno fatto circolare una lettera in cui dicono che non intendono recedere. O si vive con dignità, oppure si muore, sostengono.

Non è la prima volta che i detenuti palestinesi, in gran parte detenuti politici, premono sulla politica palestinese che sta al di fuori delle celle. Era giù successo, ad esempio, con il dirompente documento per la riconciliazione nazionale firmato da tutte e quattro le principali fazioni (Fatah, Hamas, Fronte Popolare, Jihad islamica) nella primavera del 2006, con il quale i prigionieri dettarono a Hamas e Fatah la linea da tenere. E Hamas e Fatah dovettero, in gran parte controvoglia, cedere al Documento, salvo poi disattenderlo con la palude della riconciliazione nazionale. Una riconciliazione ancora da realizzare in pratica, nonostante entrambe le fazioni sostengano il loro impegno a raggiungerla, e a chiudere il capitolo della frattura – anche geografica – tra Cisgiordania e Gaza.

I detenuti palestinesi, dunque, non stanno solo premendo sulla comunità internazionale con uno sciopero della fame silenzioso che solo ora, dopo quasi un mese di digiuno continuo, ha cominciato a fare notizia. Premono anche sulla politica palestinese, soprattutto indicando un nuovo metodo, e cioè l‟uso di strumenti nonviolenti nei confronti degli israeliani.

La battaglia degli stomaci vuoti, l‟intifada del cucchiaio, la lotta per la dignità, Gandhi in Palestina: potete chiamarlo come preferite, ma il digiuno politico in corso segna una discontinuità che va seguita con attenzione. E che costringerà a vedere anche altro, non solo lo scandalo di una carcerazione usata anche (se non spesso) per ragioni politiche dalle autorità israeliane. La discontinuità segna anche un passaggio da un confronto violento verso gli israeliani a un confronto nonviolento che non è solo un cambio di metodo, ma anche di contenuto.

Chi manifesta a Bilin o a Nabi Saleh, chi digiuna a Ketziot o nel carcere di Hadarim dice anche che il processo di Oslo è finito, e che bisogna trovare soluzioni reali a una situazione in cui la „soluzione dei due Stati‟ non è più realizzabile sul terreno, tra Muro e colonie. Come uscire dall‟impasse? Qual è una soluzione giusta per israeliani e palestinesi? È la domanda che arriva da qui, dalla parte che oggi è diventata periferia del Medio Oriente.

 
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Pubblicato da su maggio 15, 2012 in Varie

 

STORIE DELL' ALTRO MONDO

Oggi in Palestina è la giornata della Nakba, “la catastrofe”, giorno della creazione dello stato israeliano. Giorno in cui il popolo palestinese commemora l’espulsione di più di 750 mila persone dalle loro case e dalle loro terre. Ora i profughi sono diventati più di cinque milioni, li ho incontrati in Siria, Libano e Giordania. Tutti originari di Haifa, Akka, o di altri villaggi che ora sorgono nel nord di Israele. “Bacia le terra quando arrivi in Palestina, fallo per noi” mi han detto quando han saputo che sarei arrivata qui. Mi han mostrato la chiave della loro vecchia casa, che i loro padri sono stati costretti ad abbandonare. Una chiave che è diventata il simbolo della Palestina, che ha assunto un valore sacro. “Ritorneremo, non sappiamo quando, forse non noi, ma il popolo palestinese ritornerà”.

Ormai sono in Palestina da più di un anno, ricordo l’entusiasmo con cui ho partecipato…

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Pubblicato da su maggio 15, 2012 in Varie

 

In fuga da Tsahal: cresce il numero di giovani disertori

Evidenza – 10/5/2012

An-Nasira (Nazaret) – InfoPal/Quds Press. La polizia militare dell’esercito israeliano ha recentemente lanciato una vasta campagna per l’arresto di centinaia di soldati in fuga dal servizio militare.

Il Comando della polizia ha spiegato che tale campagna “fa seguito al drammatico aumento del numero di disertori dalle fila dell’esercito, negli ultimi anni”.

Nel 2010, il numero di disertori è stato di 1800, mentre nell’anno in corso è salito a 2700. Inoltre, più di 1800 giovani uomini e donne sono in fuga dal servizio militare.

Secondo i dati diffusi dall’esercito israeliano e pubblicati nel giornale israelianoYediot Aharonot nell’edizione di oggi, 10 maggio, sono stati documentati 700 casi di fuga tra le giovani israeliane, mentre 800 altri di diserzione dal servizio militare, grazie a rapporti falsificati che li dichiarano “religiosi”.

La campagna, che durerà due settimane, si prefigge di catturare i disertori e di processarli per reati militari. Ciò porterà alla carcerazione in centri speciali di detenzione per un periodo di 28 giorni.

 
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Pubblicato da su maggio 11, 2012 in Varie

 

 
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Pubblicato da su maggio 11, 2012 in Varie

 
 
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