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Archivio mensile:aprile 2012

Ribloggato da “Il post viola”

Il Post Viola

Sul volo per Tunisi il fotografo Francesco Sperandeo si imbatte in un cittadino tunisino “riaccompagnato” a casa dalle autorità italiane. L’uomo è legato e con la bocca sigillata da un nastro. Sperandeo prova ad intervenire ma viene ricacciato al suo posto ma fa in tempo a scattare la foto (sotto) e la pubblica sul suo profilo Facebook accompagnandola con una breve didascalia:  “Guardate cosa è accaduto oggi sul volo Roma-Tunisi delle 9,20 Alitalia. Due cittadini tunisini respinti dall’Italia e trattati in modo disumano. Nastro marrone da pacchi attorno al viso per tappare la bocca ai due e fascette in plastica per bloccare i polsi. Questa è la civiltà e la democrazia europea. Ma la cosa più grave è stata che tutto è accaduto nella totale indifferenza dei passeggeri e alla mia accesa richiesta di trattare in modo umano i due mi è stato intimato in modo arrogante di tornare…

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Pubblicato da su aprile 19, 2012 in Varie

 

Attivista danese picchiato da solsati israeliani

Ecco un altro interessante articolo de “Il Manifesto”:

redazione
16.04.2012
Guardate il video:
Durante una bicilettata pro Palestina dell’International solidarity Movement, un ufficiale ha picchiato con un fucile un attivista. Dopo la pubblicazione del video intervengono Peres e Netanyahu, ufficiale sospeso. (GUARDA)

 

Provvidenziale fu il video: l’International Soldiarity Movement ha postato su Youtube le riprese fatte durante una bicilettata a favore della Palestina che si è svolta sabato nella Valle del Giordano, sulla “Route 90”. L’Ism aveva organizzato l’iniziativa in favore della popolazione palestinese: un’azione non violenta che però presto si è tramutata in dramma. In 250, soprattutto giovani palestinesi della West bank, pedalavano silenziosamente, quando sono stati fermati da un gruppo di soldati israeliani per un controllo che si è velocemente trasformato in uno scontro. O meglio, nel VIDEO si vedono i soldati visibilmente alterati e aggressivi. I ragazzi a mani nude. Uno di loro cambia posizione, un ufficiale – poi identificato in Shalom Esiner – semplciemente si gira, se lo trova tra i piedi, e pnensa bene di rifilargli una botta in piena faccia con il fucile d’ordinanza, la mitraglietta M-13.
In Israele l’episodio ha creato grande imbarazzo e polemiche. Ne ha parlato diffusamente il quotidiano Haaretz. L’Ism è una presenza storica e consistenete in Isralee e nei territori palestinesi. Subiscono intimidazioni continue, contano purtroppo anche morti come Rahcel Corrie schiacciata da un carroarmato israeliano mentre cercav di difendere un’abitazione palestinese, ma godono comuqneu di un certo ascolto guadagnato sul campo. Di fronte alle immagini, infatti, è intervenuto anche il presidente israeliano Shimon Peres che oggi si è detto “choccato”. Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu era intervenuto domenica dicendo: “Questi comportamenti sono inaccettabili e non hanno spazio né nell’esercito israeliano né nello stato di Israele.
Anche il portavoce dell’esercito era intervenuto a Radio Army per dire che il comportamento era inqualificabile ma che gli attivisti avevano “messo in atto proteste violente”.
Su questa accusa interviene si Haaretz oggi l’attivista danese, che si chiama Andreas Ias: “E’ una bugia completa, le immagini mostrano chiaramente che eravamo pacifici. Se avessi voluto essere viplento mi sarei difeso” – ha detto Ias ricordando che dopo l’aggresisone a su carico hanno riportato ferite anche altre quattro attiviste. Ora ias sta pensando di sporgere denuncia contro l’ufficiale.
 
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Pubblicato da su aprile 16, 2012 in Varie

 

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Rientrate due respinte da Israele: “I problemi alla parola Palestina” (tratto dal quotidiano “Il Manifesto”)

Ecco cosa sarebbe potuto succedere a me e Monica se quel Venerdì 23 Dicembre 2011 all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv avessimo detto che stavamo andando a Betlemme, invece di raccontare la solita fastidiosa bugia (fastidiosa per noi che abbiamo dovuto dirla) del pellegrinaggio in Terra Santa.
Questo è un articolo pubblicato oggi su “Il Manifesto” che vi consigliamo vivamente di leggere.

Cinzia Gubbini
16.04.2012
Stefania Russo è rientrata stamattina su volo Alitalia da Tel Aviv: era stata respinta alla frontiera dallo Stato di Israele per “motivi di sicurezza”. “Si sono infuriati quando ho detto la verità: e cioè che stavo andando a Betlemme, Palestina”. Alle 17,30 sit-in a via Bissolati, davanti alla sede di Alitalia. Polemiche in Israele per l’aggressione a un attivista danese (GUARDA)
Stamattina a Fiumicino è arrivata Stefania Russo, una dei sei italiani appartenenti alla campagna “Benvenuti in Palestina” che ieri erano riusciti ad atterrare all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Obiettivo: raggiungere Betlemme, per partecipare a un progetto di costruzione di un plesso scolastico. Ieri, in occasione del primo anniversario della morte di Vittorio Arrigoni, erano circa 1.500 le persone che avrebbero voluto raggiungere il Ben Gurion per poi recarsi in Palestina e partecipare a progetti di solidarietà con la popolazione. E’ la cosiddetta “Flytilla”: vista l’impossibilità di raggiungere Gaza via nave – il tentativo del 2010 aveva addirittura causato morti, mentre nel 2011 le “caravelle” non erano neanche riuscite a partire, tranne una – si era deciso di farlo via terra. Ma con una particolarità: stavolta gli attivisti non avrebbero detto le solite bugie. Di fronte ai poliziotti israeliani di frontiera non avrebbero inscenato la solita farsa: “sto andando in Terra Santa” o cose del genere. Avrebbero detto la verità: “Mi sto recando a Betlemme, Palestina”.
Ero questo l'”atto sovversivo” pensato dagli animatori di “Benvenuti in Palestina”. Campagna che Israele considera pericolosa, tanto da chiedere (e ottenere) dai diversi Stati – tra cui l’Italia – il blocco della partenza di moltissime persone inserite in una “black list” di indesiderati. Ieri, a Fiumicino, in nove erano rimasti a terra. E soltanto quattro – per ragioni poco chiare – erano riusciti a partire. Tre persone, due fratelli – Valerio e Joshua Evangelista – e un altro italiano – Marco Varesio – erano partiti su voli differenti rispetto a quello delle 9,20 decollato da Fiumicino. Una volta arrivati a Ben Gurion, Stefania Russo e un’altra attivista sono state fermate. Mentre altri due sono riusciti a passare la forntiera (anche in questo caso, le ragioni non sono chiare). Anche Varesio e i fratelli Evangelista sono stati fermati. “Valerio e Joshua – racconta Stefania Russo una volta atterrata a Fiumicino – li ho ricontrati nel Centro di detenzione in cui sono stata trasportata. Da quello che mi hanno detto sono stati imbarcati sullo stesso aereo con cui erano arrivati, che fa scalo a Kiev. Per quanto riguarda Marco Varesio, invece, è lui l’italiano in carcere. Sapevo che lo avrebbero rimpatriato, ma non è ancora arrivato e non abbiamo informazioni certe per ora”.
Per Stefania e Marie Moise – l’altra iatliana fermata, e rimpatriata ieri sera – sono state ore durissime. “Volevo andare in Palestina, ho la fedina penale pulita, non ho mai fatto nulla di male. Ma è evidente che alla frontiera il problema è stato proprio questo. Dire, come avevamo concordato: sto andando in Palestina. Mi sono accorta che nel momento in cui ho pronunciato la parola Palestina – racconta Stefania – è tutto cambiato. Mi hanno preso, portato in una stanzetta insieme a Marie, abbiamo subito una perquisizione corporale e la perquisizione dei bagagli”. Alle due italiane non è stata consegnata la lettera che ieri hanno ricevuto alcuni attivisti, con cui lo stato di Israele invita a preoccuparsi piuttosto di quel che accade in Siria e in Iran. “Ci hanno solo dato un foglio – racconta ancora Stefania – in cui si citavano diverse fonti dello Stato di Israele circa il diritto al respingimento di chi mina la sicurezza dello Stato”.
In quella stanza, dove ad un certo punto Stefania è stata separata da Marie, sono comiciati “gli atteggiamenti aggressivi e le pressioni psicologiche”, dice Stefania. “Io ho continuato a fare resistenza passiva, mi hanno caricato a forza in una camionetta e mi hanno portato fino all’ingresso del volo Alitalia (quello con cui è stata rimpatriata Marie, ndr). Non mi potevano infilare nell’aereo a forza, avevamo già avuto contatti telefonici con il console. Ho continuato a dire che io non volevo affatto essere accolta Israele, ma che volevo solo passare per raggiungere la Palestina, che dovevo partecipare a un progetto e che non volevo tornare in Italia. E lì c’è stato anche l’atteggiamento davvero menefreghista del comandante dell’aereo italiano, che continuava a dire ‘Isomma decida, ci sono 160 passeggeri che aspettano al sua decisione'”.
A quel punto, visto il rifiuto all’imbarco, Stefania è stata portata in un Centro di detenzione, dove ha incontrato anche i fratelli Evangelista. “E’ un posto che credo sia all’interno dell’area aeroportuale. Lì ho passato la notte  e ho incontrato il nostro console, Nicola Orlando, che voglio ringraziare perché è stato davvero presente e ha fatto tutto quello che c’era da fare. Mi ha spiegato che potevo scegliere: o affrontare un processo, che per i misteri della fede dello Stato israeliano avrebbe potuto trasformarsi in un processo penale, oppure accettare il rimpatrio. Ho valutato che era meglio accettare il rimpatrio, e così eccomi qua”. Cosa ha imparato da questa esperienza, Stefania? “Che il punto è proprio quello: lo stato di Israele non riconsoce e non vuole sentire parlare di Palestina. Allora, forse, se tutti quelli che si recano in Palestina cominciassero a dire la verità, e cioè che stanno andando in Palestina, e non in Israele, sarebbe un modo per rompere questo assurdo assedio psicologico, culturale, economico”.
Di Marco Varesio per ora non si hanno ancora notizie, mentre i fratelli Evangelista stanno rientrando in Italia. Oggi alle 17,30 è stato convocato un presidio a via Bissolati, davanti alla sede di Alitalia per protestare contro l’atteggiamento della compagnia che ha accettato di non imbarcare persone libere, che avevano i passaporti in ordine e un biglietto regolarmente pagato.
 
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Pubblicato da su aprile 16, 2012 in Varie

 

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Grazie Vik… Restiamo umani…

Nell’anniversario della morte di Vittorio Arrigoni vogliamo ricordarlo condividendo con voi l’attimo di una discussione avvenuta a Betlemme la scorsa antivigilia di Natale.

23/12/11 – E’ il nostro primo giorno a Betlemme, siamo arrivati da qualche ora, da circa un’oretta siamo seduti sul divano della nostra famiglia adottiva palestinese e conversiamo amabilmente di tutta una serie di argomenti legati alla situazione palestinese. Parliamo anche di Gaza e ovviamente finiamo per parlare di Vittorio Arrigoni. Io, convinto che la famiglia non abbia la minima idea di chi sia, chiedo loro se ne abbiano sentito parlare. Il capo famiglia Adel, sorpreso dalla mia domanda, mi risponde “starai scherzando! Certo che sappiamo chi è Vittorio Arrigoni, tutti qui in Palestina sanno chi è, Vittorio è un eroe… Un eroe di tutto il popolo palestinese”. Le parole di Adel mi lasciano sorpreso e allo stesso tempo mi riempiono di fierezza, per un attimo dimentico il mio consueto pregiudizio nei confronti dell’apatico costume italiano e mi godo qualche minuto di puro verace orgoglio patriota.

E mi ritornano in mente i titoli del quotidiano Il Foglio di Maurizio Belpietro, quando alla richiesta della madre di Vittorio di far rimpatriare la salma dall’Egitto piuttosto che da Israele, pubblicò a tutta pagina Laciatelo là…, altri giornali commentarono …cosa c’è andato a fare là?… Se l’è meritato…Se lè voluta… Se lè andata a cercare….

Quel che mi rattrista è che affermazioni del genere le ho sentite pronunciare anche da gente che conosco, colleghi, amici, gente normale, segno di una insensibilità latente molto ben radicata nel tessuto sociale italiano, che non ci fa certo onore.

Alcuni italiani sono riusciti a trattare a pesci in faccia anche la “memoria” di Vittorio Arrigoni…

E per i palestinesi… E’ un eroe…

Su questo abbiamo molto da riflettere…

Vittorio è stato un limpido esempio di integrità morale, non so se fosse cristiano, ma pochi come lui hanno avuto il coraggio di vivere e di morire esattamente come fece Gesù, dedicando la sua vita agli altri.

Molti però sono quelli che hanno raccolto il suo testimone, che continuano a denunciare la disumana situazione palestinese, che si rimboccano le maniche, salgono su un aereo e vanno a tendere una mano ai perseguitati fratelli palestinesi.

Molti sono quelli che, costi quel che costi, hanno la ferma volontà di…..       Restare umani.

Grazie Vik

http://www.youtube.com/watch?v=kY0yobjA–o

 
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Pubblicato da su aprile 16, 2012 in Betlemme 2011

 

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Primo girone dell’inferno… Hebron

Trailer del documentario “This is my land Hebron“:

http://www.thisismylandhebron.com/video/HEBRON_trailer_SD-large.mov

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Ciao a tutti, la notizia che ci è stata riportata dalla newsletter dell’organizzazione “Breaking the silence” mi ha fatto fare un doloroso tuffo nel passato.

Hebron.

Breaking the silence” è un’organizzazione di ex-militari israeliani di istanza a Hebron che raccontano l’occupazione di Hebron da parte dei coloni ultraortodossi ebrei, raccontandola dal punto di vista di chi, in uniforme israeliana, ha dovuto tamponare e in alcuni casi assecondare i continui episodi di violenza e di aggressione ai danni del popolo palestinese di Hebron.

Gente che al termine del servizio militare, tornata nelle proprie case, si è resa conto di non riuscire a convivere con il senso di colpa e di vergogna per essere stati complici di simili schifezze, gente che si è resa conto di non riuscire più a guardare in faccia i propri cari. Gente che si è resa conto che per esorcizzare questa vergogna restava solo una cosa da fare: parlarne, far sapere a quanta più gente possibile quali sono i crimini che vengono commessi nella città dei NOSTRI Patriarchi, nostri degli ebrei, nostri dei cristiani, nostri dei musulmani, nostri di tutti.

Vi riporto qui sotto la notizia e poi vi racconto la nostra esperienza ad Hebron:

Aggiornamenti da terra – Nuovo punto di insediamento a Hebron

Il 29 marzo, oltre 100 coloni sono entrati una casa vuota palestinese adiacente alla Tomba dei Patriarchi, nel cuore della Città Vecchia di Hebron, e hanno preso residenza

Giovedi 29 Marzo,alle prime ore del mattino, più di 100 coloni, tra cui donne e bambini, è entrato in una casa vuota palestinese adiacente alla Tomba dei Patriarchi, nel cuore della Città Vecchia di Hebron, e ha preso residenza, sostenendo che la casa è stata legalmente acquistata . Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno chiesto ai coloni di lasciare la proprietà, definendo la loro presenza nell’edificio una provocazione e un disturbo della pace a Hebron. Lunedì l’esercito israeliano ha emesso un ordine di sgombero a partire da Martedì alle ore 15:00. I coloni alla fine sono stati evacuati senza incidenti dall’esercito israeliano a metà della giornata di Mercoledì.

In questo contesto, guardiamo indietro, alla creazione del punto di primo insediamento a Hebron. La vigilia di Pasqua di 44 anni fa, nel 1968, il rabbino ultraortodosso Moshe Levinger ricevette il permesso di recarsi ad Hebron (allora completamente palestinese) per festeggiare la Paqua ebraica alle tombe dei patriarchi, a condizione che lui e i suoi seguaci lasciassero la città subito dopo.

Dalla newsletter di Breaking the Silence

Moshe Levinger non ha più lasciato la città e di fatto ha dato inizio alla disumana occupazione della famigerata zona H2 di Hebron, la parte di città più centrale che si sviluppa intorno alla tomba dei Patriarchi, dove i bellicosi ebrei ultraortodossi nel corso degli anni si sono insediati nelle case dei palestinesi cacciati a suon di soprusi e violenza. Ora la zona H2, che un tempo ospitava il “Golden Market”, uno dei mercati più fiorenti d’oriente fin dai tempi di Re Davide, è una zona morta, con strade sbarrate, negozi chiusi, abitazioni sgomberate. I pochi palestinesi rimasti ad abitarvi sono sottoposti a enormi limitazioni che rendono la loro vita impossibile, ad esempio nella zona H2 possono muoversi solo a piedi, mentre i coloni girano con i loro bei SUV americani. Immaginate se qualche palestinese sta male nella zona H2, non possono entrare neanche le ambulanze, i familiari sono costretti a trasportare a piedi DI PESO il malato fin fuori dalla zona H2, dove le ambulanze possono soccorrerlo. In più sono sotto costante assedio di 1500 soldati impegnati a “garantire la sicurezza” dei circa 200 o 400 coloni ebrei insediati nella zona H2.

Peccato che i soldati siano troppo impegnati a difendere i palestinesi dalle angherie dei coloni. Ci raccontava un attivista dell’HRC, Hebron Rehabilitation Commitee, un’organizzazione che si impegna per il riscatto dei palestinesi di questa martoriata città, che in alcune case di palestinesi, magari al piano di sopra, si sono insediati coloni ebrei, che si divertono a tirare oggetti sulle teste dei palestinesi del piano di sotto o nelle finestre dei palestinesi vicini di casa. Se la famiglia palestinese per qualche giorno lascia la casa, ad esempio per andare a far visita a dei parenti, i coloni al piano di sopra, approfittando dell’assenza dei proprietari dell’appartamento, fanno un buco nel pavimento e si calano al piano di sotto per derubare qualsiasi cosa trovano. Altre volte succede che i palestinesi, al loro ritorno, trovino la loro casa occupata da coloni ebrei che vi si sono insediati.

Parlando di lancio di oggetti, se vi capiterà un giorno di passeggiare per le vie centrali della zona H2, noterete delle reti sopra le vostre teste. Le hanno messe i militari per proteggere i palestinesi dallo sport nazionale dei coloni ultraortodossi di Hebron: lancio di oggetti sopra le teste dei malcapitati palestinesi che passano sotto.

Ora che non possono più colpire i passanti con oggetti contundenti si divertono comunque a lanciare escrementi, pipì, acqua sporca (l’acqua dei piatti per esempio), nonchè acido.

Noi ci siamo stati ad Hebron, abbiamo visto coi nostri occhi quello che succede là, abbiamo ascoltato le storie dalla voce dei palestinesi ridotti allo sfinimento, abbiamo sentito la vita esondare via da questa martoriata città come il sangue abbandona copioso un corpo colpito a morte. La sensazione che si prova camminando per le vie morte di questa città trasmette una disperazione senza fondo, vedendo quel che succede là si ha la sensazione che l’umanità intera non abbia più alcuna speranza di riscatto.

Abbiamo anche avuto la fortuna/sfortuna di vedere coi nostri occhi Moshe Levinger, sulla sua carrozzina spinta da un colf tailandese, attraversare la zona morta per recarsi alla sinagoga, come i carnefici tornano sulla scena del delitto, come i predatori tornano ad infierire sulla carcassa esanime della preda.

Suggerirei a tutti di guardare il bellissimo documentario “This is my land Hebron” di Giulia Amati e Stephen Natanson, dal cui sito riporto questa dichiarazione del giornalista Gideon Levy, del quotidiano israeliano Haaretz:

Non esiste un posto dell’Occupazione che odio più di Hebron… E’ veramente il luogo del Male

Gideon Levy, HAARETZ giornalista

 
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Pubblicato da su aprile 6, 2012 in Betlemme 2011

 

Una strage silenziosa…

Il Post Viola

E’ successo ancora. Stamattina. Nel quartiere di Pietralata, periferia romana, un imprenditore si è tolto la vita con una fucilata. Ha lasciato una lettera al figlio per spiegare il suo gesto: era assediato dai creditori, la sua ditta era in fallimento. Pochi giorni fa, sempre a Roma, un corniciaio ha attaccato una corda ad una trave e si è impiccato nel suo negozio di Centocelle. Ha lasciato un biglietto: “problemi economici insormontabili”. Ieri, a Milano, un disoccupato di 51 anni si è suicidato: dopo aver perso il lavoro era tornato a vivere nella casa popolare dei genitori. Sempre ieri, a Gela, una pensionata di 78 anni si è lanciata dal balcone. Morta sul colpo. Le avevano ridotto la pensione da 800 a 600 euro.  Sono ormai decine, dall’inizio dell’anno, i suicidi di chi non riesce più a far fronte ai problemi economici o ad arrivare alla fine del mese: sono…

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Pubblicato da su aprile 5, 2012 in Varie

 

Come la Siria…

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In questo periodo ci stiamo tutti scandalizzando della feroce repressione che da un anno a questa parte  il regime di Bashar al-Assad sta esercitando sulle migliaia di civili siriani che pacificamente manifestano la loro volontà di liberarsi dall’occupazione del regime e costruirsi un futuro di democrazia e libertà.

Ecco, lo stesso sta succedendo in Cisgiordania, dove migliaia di pacifici manifestanti palestinesi, ma anche provenienti da ogni angolo del mondo, si sono dati appuntamento lo scorso 30 Marzo per dire con forza, ma pacificamente, NON VOGLIAMO PIU’ L’OCCUPAZIONE ISRAELIANA, vogliamo una Palestina libera (vedi Global March to Jerusalem).

Vi ricordo che l’ONU stessa, con una infinità di risoluzioni chiuse nel cassetto e dimenticate, ha sancito l’illegittimità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e degli insediamenti dei coloni ebrei in Palestina.

Come per ogni regime che si rispetti, anche Israele ha riservato ai pacifici manifestanti un caloroso benvenuto di lacrimogeni, cariche dei soldati e bombe assordanti. Ci sono state anche vittime, chi ha ucciso il giovane Mahmoud ha mirato al petto e sulla folla che manifestava a Beit Hanoun i colpi erano tutti ad altezza d’uomo.

Video:

Eppure… Tutto questo qui in occidente come al solito è passato nel più assoluto, assordante silenzio.

E allora, facciamo come facciamo per la Siria, scandalizziamoci, parliamone, chiediamo che si faccia qualcosa in difesa delle ennesime vittime di una feroce occupazione che da 50 anni strangola il popolo palestinese.

Un giorno di molti anni fa sulle rive del lago di Tiberiade, sulla stessa terra che oggi è teatro di indicibili orrori, un uomo pronunciò queste parole:

« Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli »   (Matteo 5,3-12)

Quest’uomo non era solo un uomo, ma i dodici che lo seguivano si. In così pochi hanno iniziato a svelare il nuovo annuncio, sotto la persecuzione di chi temeva che questo nuovo annuncio avrebbe cambiato tutto.

Ha cambiato tutto.

Allora il mio invito è di fare per la Palestina come gli apostoli e gli evangelisti fecero per Gesù Cristo. Non ci facciamo intimidire, parliamo, annunciamo anche per la Palestina il messaggio di pace che Gesù ha portato per tutti i popoli.

Facciamo che la nostra voce, un poco alla volta, cambi tutto.

Qui sotto, a testimonianza di quanto detto riguardo alle manifestazioni in Cisgiordania del 30 Marzo, vi riporto l’editoriale della newsletter n.146 di Aprile di “Bocche scucite“, il sito di informazione pro-Palestina di Pax Christi (lo trovate tra i links), buona lettura e… Buona settimana santa!.

 

È il kairos di una nuova intifada nonviolenta

Un grande giorno, una protesta davvero globale, in tutto il mondo. Ma soprattutto sulle strade della Palestina occupata, come non si vedeva da anni, migliaia di palestinesi hanno sfidato la repressione dell’esercito scandendo lo slogan dei rivoluzionari tunisini: “il popolo vuole la fine dell’occupazione!” E l’abbiamo capito tutti che quello che stava succedendo non veniva certamente descritto dal vergognoso servizio di Claudio Pagliara: “Tensione e scontri…la polizia si difende dai manifestanti… le regole d’ingaggio per i militari sono: impedire in qualsiasi modo la violazione dei confini”. Tradotto: hanno sigillato la West Bank e scaricato sulla gente lacrimogeni e bombe sonore dappertutto, da Jenin a Betlemme. Ma non solo: chi ha ucciso il giovane Mahmoud ha mirato al petto e sulla folla che manifestava a Beit Hanoun i colpi erano tutti ad altezza d’uomo. Mentre veniva freddato il ventenne Mahmoud, le donne di Gerusalemme a mani nude riuscivano a fermare le cariche della polizia israeliana alla Porta di Damasco a Gerusalemme e al check-point di Qalandya i giovani resistevano fino all’alba alle violenze dei militari. Ovviamente il cronista non ha poi minimamente accennato al valore di questa storica giornata: per celebrare la Giornata della Terra, davvero globale è stata la mobilitazione, perchè lo scandalo più grande e l’ipocrisia più insopportabile vengono proprio da noi occidentali che facciamo di tutto per nascondere la realtà di questo assurdo terrorismo di stato.

Per la prima volta il popolo palestinese non sarà solo a celebrare la Giornata della Terra. Oltre 60 Paesi nel mondo renderanno davvero mondiale questa protesta” -affermava alla vigilia Adnan Ramadan- “ma mentre le nostre dimostrazioni saranno tutte pacifiche e non ci sarà nessun tentativo diretto di sfidare le autorità israeliane, l’esercito israeliano è pronto a qualsiasi eventualità e farà tutto il necessario per difendere i confini ed i cittadini di Israele”.

Questa “eventualità” si è verificata per esempio quando l’esercito ha colpito alla testa il leader del partito palestinese progressista Mustafà Barghouti. Dall’ospedale ha dichiarato: “nessuno pensava che saremmo riusciti a dar vita a una mobilitazione unitaria nonviolenta che ha coinvolto migliaia di persone. Incredibili le dichiarazioni del viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon: “Per Israele chiunque si opponga all’occupazione è un terrorista”. Ma queste dichiarazioni, secondo Barghouti “non sono solo provocazione allo stato puro. Denotano la preoccupazione di Israele per l’aumento della protesta nonviolenta: decine di migliaia di persone hanno dimostrato che esiste una terza via tra rassegnazione e una pratica militarista: è la via della disobbedienza civile, di una rivolta popolare in cui ognuno si sente partecipe, protagonista. È una nuova Intifada: l’Intifada nonviolenta».

Questa è la notizia che avremmo voluto ascoltare al telegiornale. Questa è la vera novità di rilievo in un stato d’Israele che continua a minacciare un catastrofico attacco all’Iran e teme sempre di più la forza inaudita della nonviolenza. E così, mentre in ogni parte del mondo sempre più persone si mettono in marcia per una “Global March” contro l’occupazione, da innumerevoli aeroporti europei si preparano a partire nei prossimi giorni migliaia di persone senza nascondere la meta del loro viaggio: “noi andiamo in Palestina!” Ovviamente le onnipotenti autorità israeliane hanno dichiarato che verranno fermati tutti, ma siamo sempre più certi che nessuno potrà fermare la sempre più forte rivendicazione della libertà per i palestinesi, una specie di “marcia” globale di milioni di persone che sulla stessa strada delle rivoluzioni arabe, sempre più forte stanno continuando a gridare: “il popolo vuole la fine dell’occupazione!”.

BoccheScucite

 
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Pubblicato da su aprile 4, 2012 in Varie

 

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