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Archivio mensile:gennaio 2012

Il battesimo del fuoco…

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Voglio raccontarvi del primo pomeriggio passato al centro per disabili “Hogar ninos Dios” delle Sorelle del Verbo Incarnato…

Il pomeriggio del primo giorno in cui siamo arrivati a Betlemme, ancora stravolti dal viaggio, avevamo deciso che saremmo andati a visitare il centro… Così, per rompere il ghiaccio, per entrare un pò in punta di piedi nella realtà, e poi eravamo ansiosissimi di dar loro i regali che avevamo portato per loro: per le sorelle un bel pezzo di grana padano e per i bambini dei graziosi sacchettini a forma di Babbo Natale, di pupazzo di neve, di alce, ripieni di caramelle e leccornie.

Il centro è molto vicino alla Basilica delle Natività, si scende giù per una ripida via per una cinquantina di metri costeggiando l’Hotel Casanova dei frati francescani, da lì si domina la valle sottostante Betlemme, con l’insediamento ebraico di Har Homa a far bella mostra di sè sulla collina di Jabal Abu Ghneim di fronte a Betlemme. In fondo, all’orizzonte, nei giorni più limpidi si scorgono le aride dune di terra che precedono il deserto di Giuda, fino ad arrivare al Mar Morto. Nelle notti più limpide si riescono a scorgere addirittura le luci dei villaggi giordani di là del fiume Giordano.

Mentre percorrevamo per la prima di una lunga serie di volte quella discesa eravamo galvanizzati dall’idea di iniziare la nostra avventura di servizio, ma l’entusiasmo e l’eccitazione che ci accompagnavano erano durati il tempo necessario di aprire la porta ed entrare. Le sorelle ci avevano accolto con la solita familiare dolcezza che le contraddistingue, dopodichè la cruda realtà: Ramez (l’intraprendente) si era avvicinato subito a noi camminando sulle ginocchia (ha i piedi all’indietro e quindi non riesce a camminare), con la sua testa un pò ovalizzata e la sua espressione facciale innaturalmente inespressiva.

Amani e Heba, come bellissime sirene intrappolate nei ferri e nelle cinghie delle loro sedie a rotelle, stavano come al solito in un angolo a cercare di interagire con quel poco di stimoli che arrivava loro. Anche Nada stava sulla sua sedia, le stavano dando da mangiare, abbiamo dovuto subito assistere allo spettacolo di lei con la bocca cucita che si contorce sulla sedia come un serpente pur di non mangiare.

Alah mi aveva preso subito per mano e mi portava a spasso per il centro, a 5 anni sa dire solo mamma e “mai”, che in arabo vuol dire acqua. Poi c’era Wisam, autistico, irrequieto, indomabile e a volte violento, e Arua, ormai grande, schizofrenica, se ne sta per ore, per giorni in silenzio seduta sulla sua seggiola, poi d’un tratto si alza, afferra qualcuno dei bambini più piccoli e lo scaraventa per terra, forse è gelosa di tutte le attenzioni che vengono riservate ai piccoli mentre lei a volte è lasciata un pò in disparte.

Wasim, immobile, a 11 anni è lungo non più di un metro, le gambe sono ossuti e pelosi steli privi di muscoli, muove solo gli occhi, convulsamente a destra e a sinistra, come a cercare di scorgere non si sa cosa gli passi davanti nella mente, ma sa piange e quando ha bisogno lo fa. Spesso viene lasciato sdraiato su di un cuscinone perchè per lui è una posizione più accettabile, sentire talvolta levarsi il lamento, più simile al miagolio di un gatto, da quel fagotto di pelle raccolto nelle coperte ti fa ricordare che suo malgrado anche lui è un essere vivente, e come tale è da amare.

Fatim, autistica, passa la maggior parte del tempo a girare la testa ossessivamente a destra e a sinistra, mentre con le mani sembra cercare continuamente di afferrare qualcosa davanti a sè, con la testa bassa e lo sguardo di sbieco verso l’alto, con i denti digrignati emette un verso che non so descrivere, ma quando la prendi per mano e le parli si calma subito e diventa mansueta come un agnellino. Hamuda, ha dei bellissimi occhi chiari quasi ciechi, seduto sul suo seggiolone passa le ore a dimenarsi ossessivamente a destra e a sinistra col suo giocattolo in mano fissandolo come fosse un lingotto d’oro.

E poi Manar, anche lei sulla sua sedia a rotelle, con quei grandi, bellissimi e smarriti occhi chiari, sempre con le mani in bocca, che non ti rifiuta mai uno dei suoi bellissimi e teneri sorrisi, quel pomeriggio è stata la prima a cui ho dato da mangiare, ho dovuto fin da subito fare i conti con il fiume d’amore che sentivo uscire dal suo sorriso, ho dovuto mettere da parte qualsiasi istinto di timore o di repulsione e ricambiarla con un oceano di amore, senza paure, senza riserve.
Dopo il pasto si era rifiutata di bere, sorella Corazon con un pesante sospiro mi diceva “è da troppo tempo che non beve, dobbiamo farle il sondino…”, io non sapevo neanche cosa fosse… Ho dovuto tenerla ferma mentre sorella Corazon a fatica tentava una volta, due volte, tre volte di infilarle un tubicino su per il naso per farlo scendere dalla faringe fin giù nello stomaco, era un sondino naso-gastrico, serviva a idratarla in maniera “coatta”, visto che lei da troppo tempo si rifiutava di bere. Io la tenevo ferma mentre piangeva a dirotto e si dimenava nel tentativo di liberarsi, mi dicevo in continuazione che lo stavamo facendo per il suo bene, ed era vero, ma ripetermelo non riusciva a farmi stare meglio. Dopo un pò aveva smesso di dimenarsi e di piangere, mi guardava con l’aria rassegnata di chi sa che non ci può fare niente, che quello è quel che gli tocca, e le tocca di affrontarlo, ogni volta, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

La osservavo e la accarezzavo mentre calma si lasciava iniettare il succo di frutta attraverso la narice, poi mentre la prendevo in braccio per rimetterla nella sua sedia la guardavo negli occhi e mentre mi sorrideva pregavo solo che riuscisse a perdonarmi. Quello è stato il mio battesimo del fuoco.

La sera ormai era calata quando avevamo ripreso la salita per tornare a casa. Monica per un breve istante si abbandonò al pianto, ora era chiaro a tutti e due cosa ci avrebbe aspettato nei giorni successivi, ma sapevamo già che una sola era la cosa su cui dovevamo concentrarci… l’amore.

Il giorno dopo, la paura di non farcela durò il tempo necessario di aprire la porta ed entrare, quando li guardavamo già non vedevamo più dei disabili, davanti a noi vedevamo solo degli esseri umani, esseri umani da amare senza riserve…

 
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Pubblicato da su gennaio 31, 2012 in Betlemme 2011

 

Israele bombarda Gaza durante il giorno della memoria della Shoah… complimenti…

Signori miei, questo è successo ieri a Gaza,durante il giorno della memoria (vedi link Infopal).

E allora cosa ci stiamo raccontando? Stiamo tutti qui a ricordarci con empatia e contrizione di crimini commessi 60 anni fa contro il popolo ebreo, caso mai ci fosse la possibilità di dimenticare, che non passa settimana che non trasmettano qualche documentario sulla Shoah su qualche rete della nostra sempre zelante televisione. Solo che lo zelo sembra avere due pesi e due misure, visto che di questi crimini, quelli perpetrati quotidianamente in Palestina, crimini accaduti anche ieri, non 60 anni fa, i nostri mass-media sembrano dimenticarsene.

E’ vero, è nostro dovere ricordare i crimini della Shoah, ma è altrettanto nostro dovere documentare e condannare anche i crimini che oggi compie lo stato Israeliano ai danni di migliaia di civili innocenti di Gaza.

Attacco dell’artiglieria israeliana a Gaza. Strage scampata per una famiglia

Gaza – Speciale InfoPal. Un’intera famiglia palestinese è scampata alla morte ieri sera nella Striscia di Gaza.

E’ accaduto ad ash-Shaja’iyah, quartiere ad est di Gaza City, quando un missile dell’artiglieria israeliana ha centrato l’abitazione di Haitham Hujaj, allenatore della locale squadra di calcio.

Il missile è caduto sul tetto della cucina e il colpo ha danneggiato parte dell’abitazione.

Sono in molte le case palestinesi situate lungo il confine e sottoposte a continui attacchi dell’esercito d’occupazione israeliano, con morti e feriti tra la poplazione palestinese.

 
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Pubblicato da su gennaio 28, 2012 in Varie

 

Dalla parte delle vittime… (tutti i santi giorni)…

Era una Domenica pomeriggio di qualche anno fa, io e Monica eravamo appena arrivati in centro a Verona per il solito giretto pomeridiano tra le vetrine di via Mazzini, appena entrati in piazza Brà abbiamo notato un ingombrante oggetto parcheggiato davanti al Liston. Ci siamo avvicinati, un vecchio e arrugginito vagone merci con le piccole finestrelle in alto chiuse dal filo spinato, su un fianco campeggiava nel rossastro della ruggine una stella di David tirata con il gesso. Era uno dei vagoni merci usati dai nazisti per deportare gli ebrei nei campi di sterminio di Aushwitz, Mauthausen, Birkenau, Belzec, Treblinka…

Per un pò ci siamo soffermati in silenzio a contemplare quel vagone che sembrava essere spuntato da solo dalle nebbie del tempo, dal gelo delle nevi di Aushwitz… Echi di voci terrorizzate all’inteno sembravano ancora risuonare dalle lamiere, la mia immaginazione scorgeva visi deperiti e pallidi affacciarsi da quelle finestrelle, in passiva attesa dell’ineluttabile…

Alcuni mazzi di fiori erano stati lasciati lì, appoggiati al vagone da mani sconosciute, orfane di un ultimo abbraccio che non sono mai riuscite a dare, di visi che non hanno più potuto stringere o che non hanno mai potuto conoscere. Accanto ai fiori foto in bianco e nero sbiadito e due righe per ricordare… “Giovanni ti ho amato per tutta la vita e ti amerò per tutto il resto che mi rimane da vivere, spero un giorno di poterti riabbracciare… tua Carmela”, “Ciao nonno Sante, in questo giorno ti ricordiamo tutti…I tuoi figli e i nipoti che non ti hanno mai conosciuto, Lucia, Matteo, Cristiano, Luigi… Ti vogliamo bene…”.

Un vecchietto magrolino si avvicina in bicicletta, si ferma, si toglie il cappello sistemandosi la canuta chioma con un colpo di mano, si aggiusta gli occhiali sul naso e girandosi verso di noi fa “…ci sono stato anch’io sopra uno di questi, è stato tanto tempo fa… Ci stavano portando al campo di… Dentro eravamo stipati come bestie, c’era gente che si sentiva male, non mangiavamo da giorni, era così pieno che non potevamo che restare in piedi, per ore, per giorni, in mezzo ai nostri stessi escrementi, dovevamo farli lì, non c’era altro modo.. C’era una puzza che non si poteva respirare… Ad un certo punto il treno si è fermato in mezzo a un campo di grano, era una bellissima giornata…”.

Mi chiedo “…ma perchè mi sta raccontando queste cose, a me che sono uno sconosciuto?…”, ovvio, il bisogno di parlarne gli ribolliva dentro come un’oscura nebulosa, tutto quel dolore doveva trovare il modo di uscire fuori, condividendolo con qualcuno forse quel ricordo sarebbe stato meno opprimente, meno terrificante, meno orribile… doveva dirlo a qualcuno!

Intanto intorno a noi sie era raccolta una piccola folla di gente che attonita, silenziosa e impietrita ascoltava il racconto di quel vecchio. “…Ad un certo punto qualcuno ha aperto la porta del nostro vagone… Perchè sono furbi quelli lì, lo sapevano…”, in un istante il mio cervello inconsapevole realizza il diabolico piano e ci arrivo anch’io “…ma certo!” penso, “…così la gente affamata scenderà per mangiare il grano!”. Il vecchio prosegue “…appena aperte le porte tutti si sono precipitati in massa giù dai vagoni e si sono avventati sulle spighe di grano per mangiarle, io cercavo di fermarli, gli urlavo disperatamente di tornare sui vagoni, perchè ci avrebbero ammazzati tutti, ma avevano troppa fame!… Non capivano più niente… E te lo dico io che sono furbi, lo hanno fatto apposta quelli lì…”, intanto mi guardavo intorno, il gelo più profondo era calato su di noi, dai visi tesi e attoniti delle persone traspariva, tutti avevamo già capito.

Il vecchio con voce rotta prosegue “… allora il comandante ci urla <<…c’è qualcuno che parla tedesco qui?…>>, io parlo tedesco, e allora gli rispondo <<Ich spreche Deutsch>>, lui mi fa (il vecchio ce lo dice in tedesco e poi ci traduce) <<di ai tuoi compagni che tornino subito sui vagoni, altrimenti apriamo il fuoco>>. Il vecchio mentre parla scoppia in lacrime, io a fatica trattengo il pianto, intorno a noi molti ormai stanno piangendo come se ai piedi di quel vagone quel giorno ci fossero stati anche loro, Monica si stringe a me in un pianto dirotto che le inonda il viso.

Il vecchio singhiozzando prosegue “…allora io mi sono messo a urlare <<tornate sul vagone!…tornate su!… questi non scherzano, ci ammazzano tutti!… tornate su vi scongiuro!… Ma niente, loro continuavano a mangiare… E allora hanno aperto il fuoco…”, il vecchio si interrompe, per qualche secondo si abbandona al pianto e alla disperazione del ricordo, poi si riprende quanto basta per continuare “…si sono messi a sparare coi loro mitra… rattattattatta!!… Gli altri cadevano, uno dopo l’altro sparivano in mezzo alle spighe di grano… Li hanno fatti fuori tutti, tutti!… Non ne è rimasto in piedi neanche uno…”.

Il vecchio si pulisce gli occhiali bagnati di lacrime, con l’astio disperato di chi a distanza di 60 anni non può ancora perdonarsi di non aver potuto fare nulla, “…poi il comandante mi dice <<vai là e controlla che siano tutti morti… e li ho pensato <<…è la fine! adesso ammazzano anche me, tanto non gli servo più, non c’è più nessuno a cui dover tradurre…>>. Io non volevo andare, avevo paura, e lui mi diceva <<se non ci vai ti ammazziamo qui sul posto>> e allora sono andato… Erano tutti lì, riversi a terra in quel maledetto campo, ce n’erano dappertutto, e io andavo vicino, cercavo di capire se erano ancora vivi, ma non riuscivo a guardarli in faccia, non potevo guardarli in faccia…”.

Monica mi tira il braccio, non può più sopportare tanto dolore, contriti e profondamente turbati riprendiamo il nostro cammino nel più totale silenzio.

Mille documentari, mille speciali in televisione, agli orari più assurdi, mille racconti, mille libri… Ma le parole di quel vecchio non riuscirò mai a dimenticarle, per tutta la mia vita.

Non dimentichiamo “se vogliamo che tutto questo non accada di nuovo“… Ma in realtà accade ancora, tutti i santi giorni…

Dalla parte delle vittime… tutti i santi giorni…

 
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Pubblicato da su gennaio 27, 2012 in Betlemme 2011

 

Le cose non succedono mai per caso…

Le cose non succedono mai per caso… Ieri mattina in automobile, mentre mi reco al lavoro, sento su Radio Capital Luca Bottura che si scaglia polemico contro un intervento davvero poco felice di Beppe Grillo (io di solito sono un sostenitore di Beppe Grillo), il quale dichiara nel suo blog che la proposta di legge in discussione in questo periodo, che estenderebbe la cittadinanza italiana anche ai figli di immigrati nati in suolo italiano (principio dello ius soli) “…è solo un pretesto per distrarre gli italiani dai problemi reali del paese…”. Non mi soffermo neanche sui pittoreschi commenti dei “grillisti a tutti i costi” o dei figli della sottocultura italiano-leghista del ” ce l’abbiamo duro”, andate a dare un occhio voi e “deliziatevi” di dove l’intolleranza possa arrivare.

Stamattina, ancora spiazzato e disorientato da un’uscita così dissonante dal solito stile di Grillo (e da una nottata passata mezzo sveglio a tirar l’orecchio per la paura di un’altra scossa di terremoto) vado su WordPress per controllare se ieri, tra una scossa di terremoto e un falso allarme, qualcuno di voi abbia avuto la bontà di buttare un occhio al blog. Mi imbatto però in un bellissimo articolo di Randa Ghazy sul blog di A.L.M.A., in cui critica l’intevento di Grillo con grande maestria e con osservazioni di rara umanità che mi hanno toccato, commosso e a tratti adirato. Nell’articolo Randa cita l’esperienza di Sumaya Abdel Qader, una ragazza palestinese di 29 anni, nata e cresciuta in italia (a volte mi viene di scriverlo in minuscolo, scusate…), che a 18 anni cerca di diventare italiana a tutti gli effetti, ma non ci riesce. A 29 anni sta conseguendo la 2^ laurea dopo aver ripreso gli studi con il solo obbiettivo di riuscire a rimanere in Italia legalmente, visto che lavoro ad una immigrata palestinese con il velo qui in italia (ancora minuscolo, scusate è più forte di me…) neanche a parlarne. E poi?… una volta conseguita la 2^ laurea?…3^ laurea?… Suggerirei di proseguire con studi in leghistologia e italianologia, ma dubito che qualcuno sia riuscito a capirci abbastanza da aprire una facoltà di laurea.

Vi suggerisco caldamente di leggere gli articoli linkati alle voci “articolo di Randa Ghazy” e “l’esperienza di Sumaya Abdel Qader“.

Per la cronaca, A.L.M.A. è un collettivo di scrittura composto da scrittori, giornalisti e blogger di varie origini, residenti in Italia, che cerca di intervenire nel dibattito nazionale, alzando la mano e dicendo: “siamo qua anche noi e vogliamo dire la nostra”.

Ah dimenticavo!!… Ieri abbiamo avuto tutti il piacere di assistere alla prima puntata della nuova serie de ‘L’isola dei famosi’! Indovina dove? Bravi! Ancora in Honduras!… Che delizia!!… ‘Spetta… ma l’abbiamo guardato tutti?… o quasi?… Noi intanto su Rai scuola ci siamo imbatttuti in “Real School Memoria di un viaggio 1 parte”, il racconto della visita di una scolaresca italiana al campo di sterminio di Birkenau, se vi interessa stasera alle 17:59 e 21:59 ci sarà la seconda parte…

Eh si… perchè domani è il giorno della memoria della Shoah nazista, ed è dovere di noi tutti ricordare, perchè è vero, il governo israeliano, la cui gente ha subito quell’orribile scempio durante la follia nazista, oggi sta perpetrando violenze ingiustizie e persecuzioni nei confronti del popolo palestinese, ma noi dobbiamo metterci sempre incrollabilmente da una sola parte… la parte delle vittime…

 
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Pubblicato da su gennaio 26, 2012 in Varie

 

Una testimonianza di grande valore…

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Ciao a tutti, oggi vogliamo condividere con voi la testimonianza di un’altra realtà di fede, di speranza e di carità che spunta come un bucaneve nella fredda coltre di abbandono della Palestina.

Stiamo parlando del Caritas Baby Hospital di Betlemme ( vedi anche sito www.dodiciraccolti.it/betlemme-cbh ), una provvidenziale struttura ospedaliera pediatrica fortemente voluta da Padre Ernest Schnydrig, realtà che ogni anno assicura assistenza medica a oltre 30000 bambini palestinesi, senza distinzione di razza, nazionalità o religione.

Le suore Elisabettiane, che da sempre collaborano con i medici e si prendono cura dei bambini con amorevole e materna dedizione, dalle finestre dell’ospedale il  primo Marzo del 2004 hanno visto posarsi i primi 6 lastroni di cemento di quello scempio dell’umanità che qualcuno ha ancora il coraggio di chiamare “barriera di separazione”.

Qui sotto vi riportiamo la cronaca in diretta di quei giorni vista dalle finestre del Caritas Baby Hospital, è non c’è bisogno di aggiungere altro.

Vi racconteremo anche della nostra visita al Caritas Baby Hospital e vi racconteremo perchè e in quale circostanza Padre Ernest Schnydrig decise che qui doveva nascere un’oasi di speranza per tutti i bambini palestinesi della Cisgiordania, ma ora vi lasciamo al disarmante racconto delle sorelle:

 
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Pubblicato da su gennaio 24, 2012 in Betlemme 2011

 

Riflessioni…

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…”…sai, mi sto scaricando l’ultima serie di ‘Lost’, non ho ancora finito di vederlo…”, “…ma stai scherzando?… Ormai per me è preistoria, ora mi sto guardando ‘Charlie’s angels’, e intanto mi sto scaricando tutte le serie di ‘Criminal minds’, ‘Castle’ ed ‘N.C.I.S.’, di N.C.I.S. mi piace il capo della squadra , Gibbs…ex sergente decorato dei Marines! che tipo eh!…”, “…Gibbs? ma no!!…Dinozzo è bello, ma come personaggio mi piace soprattutto la ragazza, l’agente del Mossad, come si chiama? Ah si!… L’agente speciale Ziva David!… troppo forte quella lì! vorrei avere metà delle palle che ha lei… Anch’io comunque sto scaricando ventina di film e di serie televisive, non vedo l’ora che finiscano di scaricarsi per guardarmele tutte!…”…

…”…hai provato a raccogliere le bombe da terra? Se le raccogli poi le puoi tenere per tutta l’operazione e usarle quando le vuoi, se poi trovi quelle ad alto potenziale… devi vedere i danni che fanno, con una fai fuori mezzo plotone in un colpo solo!…”, “…si ma dai!…a me non piace, insomma la grafica non è granchè, a volte quando lo schermo cambia inquadratura vedi gli omini che si muovono a scatti…”, “…ok ma hai scaricato l’ultima versione?…”, “…ehm, no io…”, “…ecco appunto! Scaricati la nuova versione e vedrai che tutti quei problemi li hanno risolti… Comunque io ormai l’ho abbandonato quel gioco lì, adesso sto giocando con quello, come si chiama?… quello dove rubi le auto e puoi scorrazzare per le vie di New York mentre la polizia ti insegue, puoi anche travolgere i passanti!… Devi vedere la ricostruzione che hanno fatto delle vie di New York! incredibile!…”.

Questi sono i discorsi che spesso sentiamo intorno a noi, o con i quali magari ci intratteniamo con i nostri amici… fregare, uccidere, scappare, far esplodere… Cerchiamo stimoli in contenitori di vita virtuale come film, telefilm, videogiochi, con la voracità di tossicodipendenti in crisi di astinenza, ci inzuppiamo il cervello di simulazioni di vite che (ringraziando Dio) non potremo mai vivere… il soldato, il ladro d’auto, lo spacciatore, la spia… in cerca di uno stimolo che la nostra vita evidentemente non è in grado di darci. Assorbiamo questi concentrati di violenza e di odio con la dedizione con cui di solito si fanno “le cose serie”, tanto è finzione, un click sul telecomando e spegniamo tutto, tanto in queste finzioni facciamo sempre la parte dei più forti…  il soldato, il ladro d’auto, lo spacciatore, la spia…   ….il profugo, il derubato, il deturpato, il perseguitato… questi ruoli toccano sempre ad altri.

Ma se ci si mette a parlare di cose reali il gioco non funziona più “…hai visto il film ‘Il giardino di limoni’?… parla di una donna palestinese a cui viene devastato il frutteto di limoni che ha piantato suo padre per costruire il muro di sicurezza intorno alla Palestina… sai, l’ho visto il muro, ci ho camminato accanto, ho sentito storie molto simili a quella del film, ma storie vere, accadute per davvero!… Dobbiamo parlarne, dobbiamo sapere cosa sta succedendo là…”, di solito l’interlocutore abbassa lo sguardo, tira un pesante sospiro di deresponsabilizzazione e cambia discorso.

Ma allora!… se parliamo di finzione ci buttiamo anima e corpo e se parliamo di violenze realmente accadute non siamo disposti a metterci in discussione? Intanto la settimana scorsa un altro bombardamento nella striscia di Gaza ha fatto altri due morti, due ragazzini. Poco fa ho aperto questo sito www.puchica.org per scovare qualche informazione sul disumano regime che strangola l’Honduras, un altro argomento su cui la scorsa primavera io e Monica abbiamo voluto documentarci e su cui c’è molto da parlare, e scopro che anche lì la disumana natura umana Venerdì scorso ha fatto un morto, un contadino.

Mi direte “…che c’entra l’Honduras con la Palestina?…”, una delle prossime volte vi racconterò dell’incontro che padre Andres Tamayo, militante pacifico per i diritti dei campesinos Honduregni, ha tenuto con la comunità Veronese la scorsa primavera e del perchè il regime in Honduras ha indirettamente a che fare con l’occupazione Israeliana della Palestina. Qualcuno di voi starà pensando “…non sapevo che in Honduras ci fosse un regime…”, probabilmente qualcuno di voi adesso avrà già collegato un altro aspetto interessante di quel che succede in Honduras… Qual’è quella trasmissione televisiva italiana ormai neanche più tanto in voga che è sempre stata girata in Honduras? Bravi! L’isola dei famosi! Perchè la Rai gira ormai da anni una trasmissione televisiva in un paese sottomesso da un regime sanguinario? Che tipo di implicazioni ci sono tra l’Italia e il regime in Honduras?

Possiamo farci queste domande, documentarci, tentare di rispondere e se le risposte non ci piacciono magari tentare anche di cambiare le cose, oppure possiamo starcene comodamente seduti sul divano a guardare l’ennesima puntata de ‘L’Isola dei famosi’, è più facile… tanto se la puntata non ci piace possiamo sempre spegnere il televisore o cambiare canale, è quello che sappiamo fare meglio…

 
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Pubblicato da su gennaio 23, 2012 in Betlemme 2011

 

Un giovane palestinese…

27/12/11, 16:00 circa, sono nel giardino del centro con uno dei bambini e sto cercando inutilmente di insegnargli ad andare in bici. Un giovane con una bambina in braccio sull’anno di età, da fuori la ringhiera, mi chiede se può entrare nel giardino a far giocare la piccola, gli dico che non so, che deve citofonare e chiedere alle sorelle.

Mi chiede di dove sono, gli rispondo che sono italiano di Verona, i suoi occhi sognanti per un attimo scrutano l’orizzonte, sembrano cercare di immaginare come sia fatta l’Italia, come sia fatta Verona, come sia fatta una qualunque città europea, senza muri, senza check-point, senza militari ad ogni angolo e coloni che ti prendono la terra, la casa e ti lasciano senza speranze e senza futuro, prigioniero della tua stessa terra.

Non so come finiamo per parlare della questione palestinese, gli chiedo quali siano i problemi di un giovane palestinese come lui che vive a Betlemme, prima di rispondere con aria preoccupata si guarda intorno, allunga lo sguardo a sinistra, si volta a destra, quand’è sicuro che nessuno nelle vicinanze può sentire attacca a parlare “..sai… noi palestinesi, noi gente normale, siamo stanchi di tanti bei discorsi fatti ai tavoli dei potenti, il Parlamento, il Governo, lo Stato… tutti quei discorsi grandi, a noi gente normale non servono… io mi preoccupo delle cose semplici, avere una vita dignitosa, che mi permetta di prendermi cura dei miei figli, un lavoro che mi permetta di comprare il pane per loro… noi vogliamo dignità, rispetto!…”, si ferma un attimo a pensare “…libertà!…noi vogliamo libertà!…”.

Intanto mentre parla in un inglese un pò incerto continua a guardarsi intorno sospettoso “…l’occupazione ha due facce, a voi turisti fanno vedere solo la parte scintillante, hotel, siti di culto, locali dove passare le serate, ma per noi è diverso, noi viviamo rinchiusi come animali, non ci permettono di fare niente, costruire case, costruirci un futuro, non possiamo nemmeno spostarci liberamente… vogliamo vivere come esseri umani, non come animali!…”, si ferma di nuovo, cerca le parole, poi con voce ferma e decisa mi dice “…human rights!..”.

La foga del giovane si placa, il fiume in piena del risentimento ha esaurito la sua forza, gli ultimi rivoli del suo pensiero gli attraversano lo sguardo. Per qualche istante ci guardiamo in silenzio, in alto sopra le nostre teste come un avvoltoio sta virando un caccia israeliano, gli dico “…io non so, non posso parlare perchè non sono palestinese, ma immagino che sia molto difficile vivere qui… quel che posso dirti è che non siete soli! Ci sono molte persone non solo in Italia, in tutto il mondo, che si spendono attivamente per la vostra causa, alla ‘Marcia della Pace’ che si tiene ogni anno ad Assisi lo scorso Settembre si è parlato di Palestina e di Arrigoni, il volontario italiano assassinato a Gaza la scorsa primavera…”.

“…Si, lo conosco…” mi dice, un sorriso amaro e ironico gli solca il volto “…scusa, non prendertela, vi siamo molto grati per tutto quello che fate per noi, davvero, è molto importante quello che fate, ma qui non cambierà mai niente, bei propositi, belle parole, bei discorsi, ma le parole sono come l’aria, volano via dalla bocca e si perdono nel vento… le belle parole non risolveranno mai niente, comunque grazie! Vi siamo riconoscenti per tutto quello che fate per noi, grazie anche per quello che stai facendo per questi bambini palestinesi… se hai bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, non esitare a chiedermi…”.

Ci lasciamo e rientro dentro mentre le ultime luci del giorno cadono pesanti intorno a noi, stanche come l’aria che si respira qui, aria di rassegnato pessimismo, parole di disillusione che riecheggiano per le bianche vie di Betlemme come il freddo rimbombo di un muro di cemento alto nove metri. Nelle parole di molti palestinesi ormai non c’è più la forza di resistere, non c’è più traccia di speranza, nella morsa implacabile dell’occupazione il millenario ulivo della Palestina sta lentamente soffocando…

 
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Pubblicato da su gennaio 19, 2012 in Betlemme 2011

 
 
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